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Ospedale di Polistena, il grido che non si può zittire con una querela.

Polistena, il grido che non si può zittire con una querela.

La mobilitazione in difesa dell’ospedale spoke non è una ribellione contro le istituzioni, ma una domanda di cura, verità e presenza. Ed è proprio da qui che occorre ripartire.

Quando un territorio raccoglie migliaia di firme per difendere il proprio presidio sanitario, la questione non riguarda soltanto una polemica locale. Riguarda la qualità della democrazia, il senso della responsabilità pubblica, il diritto dei cittadini a non essere lasciati soli.
L'Editoriale di Luigi Palamara 


Ci sono proteste che nascono dalla convenienza, altre dall’abitudine, altre ancora da quella sterile inclinazione al lamento che spesso inquina la vita pubblica. E poi ci sono proteste che hanno un’altra natura: nascono dalla paura, dal bisogno, dall’esperienza diretta della fragilità. Sono le proteste che non si organizzano attorno a una bandiera, ma attorno a una necessità. Quelle che non cercano visibilità, ma risposte. Polistena appartiene a questa categoria.

La vicenda di questi giorni, con il suo strascico di tensioni, accuse, diffide e denunce, non è soltanto una pagina di cronaca locale. È qualcosa di più serio, e forse di più amaro. Perché al centro non vi è un interesse secondario, né una contesa di piccolo cabotaggio. Al centro vi è un ospedale. E attorno a un ospedale, soprattutto in territori che vivono già una condizione di marginalità, si misura il grado di civiltà di una comunità e la credibilità di chi la governa.

Quando migliaia di cittadini firmano in poche ore una petizione per chiedere che il proprio presidio sanitario venga rafforzato, ascoltato, protetto, non stanno compiendo un gesto ostile verso le istituzioni. Stanno dicendo una cosa semplice e solenne: abbiamo paura di perdere un diritto essenziale. E quando un popolo, prima ancora di una parte politica, sente il bisogno di esprimersi in questi termini, sarebbe dovere di ogni istituzione comprendere il peso di quel segnale, non irrigidirsi davanti ad esso.

La salute, del resto, è il punto nel quale tutte le retoriche cadono. Si può discutere di programmi, di bilanci, di modelli organizzativi, di atti aziendali, di pianificazioni future. Ma quando manca un reparto, quando il personale non basta, quando i servizi non sono adeguati, quando le liste d’attesa si allungano e le risposte si fanno incerte, il cittadino non avverte una semplice inefficienza amministrativa: avverte una solitudine. E la solitudine, in materia di cura, è la forma più aspra dell’abbandono.

È questo il nodo che la vicenda di Polistena porta in superficie. Da una parte vi è una cittadinanza che rivendica attenzione, investimenti, dignità per il proprio ospedale; dall’altra vi è il rischio che quella domanda venga letta come un’invasione di campo, come un eccesso, quasi come un’inopportuna pressione. Ma qui si annida l’equivoco più pericoloso. Perché il dissenso civile, quando nasce da un bisogno reale e si esprime nel perimetro della partecipazione democratica, non è una minaccia all’ordine pubblico: è una risorsa per la vita pubblica. È una richiesta di verifica. È una domanda di trasparenza. È, in fondo, una forma di vigilanza civica.

Si dirà: i toni possono essere stati accesi, alcune espressioni possono essere parse sopra le righe, certe denunce possono apparire severe. Può darsi. Ma nelle vicende che toccano la salute dei cittadini la forma non può diventare un alibi per eludere la sostanza. E la sostanza, in questo caso, è che un intero territorio ha manifestato un’inquietudine profonda sul presente e sul futuro del proprio presidio ospedaliero. Sarebbe miope, oltre che ingiusto, ridurre tutto a una questione di stile o di suscettibilità.

Le istituzioni autenticamente forti non temono la critica. La affrontano. La smentiscono, se falsa. La correggono, se fondata. La ascoltano, se rivela un disagio reale. Ma non la considerano mai, specie in materia di diritti fondamentali, un affronto da respingere in nome dell’autorità. Perché l’autorità, quando è davvero tale, non ha bisogno di sottrarsi al confronto: lo governa con equilibrio, con misura, con chiarezza.

Un ospedale spoke, in una terra che conosce già troppe ferite, non è una semplice articolazione della macchina sanitaria. È un presidio di prossimità, una soglia di sicurezza, una promessa di vicinanza. Indebolirne la funzione, o anche soltanto lasciare che su di esso si addensi il sospetto dell’incertezza, significa produrre un danno che supera il piano dei servizi. Significa colpire la fiducia di una comunità nella possibilità di essere ancora tutelata là dove vive.

Ed è questa, forse, la parola più importante: fiducia. La sanità pubblica si regge su di essa non meno che su risorse, reparti e professionalità. Dove la fiducia si spezza, cresce il risentimento; dove il cittadino si sente ignorato, subentra la sfiducia; dove il bisogno di cura incontra prima la distanza che la presenza, la frattura diventa inevitabile. Per questo Polistena merita una risposta che sia all’altezza della sua inquietudine. Non una risposta formale. Non una schermaglia. Non un rimpallo di responsabilità. Ma una parola chiara sul futuro dell’ospedale, sui tempi, sugli investimenti, sui servizi, sugli impegni reali.

Difendere un ospedale non significa screditarlo. Chiederne il potenziamento non significa attaccarlo. Denunciare carenze e ritardi non significa delegittimare la sanità pubblica. Significa, al contrario, prenderla sul serio. Significa rifiutare che venga lentamente impoverita nell’indifferenza generale. Significa affermare che il diritto alla salute non è una formula costituzionale da celebrare nei discorsi ufficiali, ma una realtà concreta da garantire nei territori, nelle corsie, nei reparti, nelle vite quotidiane delle persone.

Polistena, oggi, non parla solo per sé. Parla per tutti quei luoghi in cui i cittadini sentono di dover alzare la voce per ottenere ciò che dovrebbe essere normale: cure adeguate, servizi efficienti, rispetto istituzionale. E sarebbe un errore grave non cogliere la nobiltà di questa domanda. Perché quando una comunità si leva in difesa del proprio ospedale, non sta compiendo un gesto di ribellione. Sta compiendo un atto di responsabilità. Sta ricordando a chi governa che il compito delle istituzioni non è pretendere silenzio, ma meritare fiducia.

Un territorio che difende il proprio ospedale non chiede privilegi. Chiede di non essere dimenticato. E in questa richiesta, così semplice e così severa, c’è già tutta la misura di una battaglia giusta.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

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