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Francesco Cannizzaro e la politica del ritorno: Reggio Calabria non chiede un salvatore, chiede un sindaco

Francesco Cannizzaro e la politica del ritorno: Reggio Calabria non chiede un salvatore, chiede un sindaco

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Una frase, nell’intervento di Francesco Cannizzaro, vale più di molte promesse elettorali: «Non mi sento il salvatore della patria, ma sento la responsabilità di dare una mano».
È una frase semplice. Proprio per questo è seria.

La politica, quando vuole sembrare grande, spesso diventa enfatica. Si veste di parole enormi, di destini, di palingenesi, di rivoluzioni annunciate e mai cominciate. Cannizzaro, invece, sceglie un registro diverso. Non dice: “arrivo io e salvo Reggio Calabria”. Dice qualcosa di più concreto e, forse, più raro: “Reggio mi ha dato molto, ora tocca a me restituire”.

Ecco il punto. La candidatura di Francesco Cannizzaro a sindaco di Reggio Calabria nasce come un ritorno. Non un arretramento rispetto alla politica nazionale, non una fuga da Roma, non una rinuncia al Parlamento. È, piuttosto, il gesto di chi decide di portare nella propria città il peso delle relazioni costruite, dell’esperienza accumulata, dei rapporti istituzionali consolidati. È la politica che torna a casa non per nostalgia, ma per dovere.

Cannizzaro lo dice con chiarezza: «Al cuore non si comanda. La città ha chiamato e io ho voluto rispondere».
Si potrebbe sorridere davanti a una formula così sentimentale, se non fosse che la politica, quando perde il cuore, diventa amministrazione senz’anima; e quando perde l’amministrazione, diventa chiacchiera. Qui, invece, il tentativo dichiarato è di tenere insieme le due cose: sentimento e governo, appartenenza e progetto, identità e sviluppo.

La presenza a Reggio Calabria del Vice Ministro Valentino Valentini non è stata soltanto una cortesia politica. È stata un segnale. Un segnale al territorio, agli imprenditori, alle istituzioni, ma anche agli elettori: Reggio non deve più sentirsi periferia che mendica attenzione. Deve diventare piattaforma, cerniera, porta, marchio. Deve tornare a essere città che propone, non città che attende.

Il cuore dell’intervento di Cannizzaro è tutto qui: costruire un’identità economica, culturale e produttiva di Reggio Calabria. Lui la chiama “brand della regginità”, o più efficacemente “Made in Reggio”. Espressione che potrebbe sembrare uno slogan, se non fosse riempita di contenuti precisi: agroalimentare, bergamotto, gelato artigianale, imprese locali, microaziende, Hitachi, porto, turismo, lungomare, Aspromonte, area metropolitana, collegamenti con Messina, ZES, Piano Mattei.

È una visione larga, e proprio per questo impegnativa. Perché Reggio Calabria non ha bisogno soltanto di essere amministrata. Ha bisogno di essere raccontata di nuovo. Ma per raccontarla bisogna prima rimetterla in ordine, renderla presentabile, collegarla, pulirla, aprirla, renderla produttiva. Un brand non nasce con un logo. Nasce quando una città funziona.

Cannizzaro sembra averlo capito. Il “Made in Reggio” non può essere una trovata pubblicitaria. Deve essere una disciplina. Deve voler dire che il bergamotto non è solo un frutto nobile di cui vantarsi nei convegni, ma una filiera da proteggere e vendere meglio. Deve voler dire che il lungomare non è solo “il chilometro più bello d’Italia” da citare per abitudine, ma un luogo vivo dodici mesi l’anno. Deve voler dire che Hitachi non è solo una grande azienda presente sul territorio, ma un motore capace di trascinare fornitori, competenze, piccole imprese, lavoro qualificato. Deve voler dire che Gioia Tauro non può essere soltanto un gigante logistico che movimenta merci senza lasciare ricchezza sufficiente sul territorio. Deve voler dire che l’Aspromonte non è retrobottega della città, ma parte essenziale della sua identità metropolitana.

Qui sta la differenza tra la politica delle frasi e la politica delle connessioni. Cannizzaro prova a mettere in fila i pezzi. Reggio città, Reggio area metropolitana, Reggio nel Mediterraneo, Reggio davanti a Messina, Reggio accanto a Gioia Tauro, Reggio porta del Sud, Reggio città europea. Non una cartolina, ma una mappa.

Naturalmente, le mappe non bastano. Le città non cambiano con le intenzioni. Servono atti, uffici che funzionano, bandi, cantieri, pulizia, decoro, trasporti, capacità amministrativa. Servono uomini e donne capaci. Su questo, Valentini ha detto una cosa giusta: i piani camminano sulle gambe delle persone. Non c’è programma che tenga, se chi deve realizzarlo non ha passo, fiato e direzione.

Ed è proprio su questo terreno che Cannizzaro gioca la sua partita più importante. Non gli basterà avere buoni rapporti a Roma. Non gli basterà il sostegno del Governo. Non gli basterà invocare il centrodestra unito. Dovrà dimostrare di sapere costruire una squadra vera, competente, rapida, affamata di risultati. Dovrà trasformare la forza politica in forza amministrativa. Dovrà prendere l’energia della campagna elettorale e portarla dentro la macchina comunale, dove spesso le idee muoiono non per opposizione ideologica, ma per inerzia, lentezza, paura della firma, burocrazia, abitudine al rinvio.

Però una cosa va riconosciuta: Cannizzaro non si presenta con il tono del turista politico che scopre Reggio a ridosso delle urne. Parla da uomo che conosce la città, i suoi vizi, le sue ferite, le sue possibilità. Parla del lungomare e delle mattonelle rotte. Parla dei lidi che potrebbero restare aperti tutto l’anno. Parla degli imprenditori costretti a preferire la multa allo smontaggio delle strutture. Parla dei collegamenti con Messina, delle navette che non coincidono con treni e aerei, del trasporto pubblico locale da rafforzare. Parla della Città Metropolitana, dei paesi interni, delle strade verso l’Aspromonte, di Gambarie, delle infrastrutture a pettine.

Sono dettagli? Sì. Ma la città è fatta di dettagli. E spesso una città fallisce non perché le manchi un grande destino, ma perché nessuno aggiusta ciò che la rende quotidianamente faticosa.

C’è poi un altro elemento politico: Cannizzaro rivendica il rapporto con il Governo. Lo fa apertamente. Non lo nasconde dietro formule prudenti. Dice, in sostanza: Reggio può contare su una filiera istituzionale amica. Regione, Governo, Ministeri, Parlamento. È un argomento legittimo, purché non diventi alibi. Perché il rapporto con Roma è utile solo se porta risultati a Reggio. E Cannizzaro sembra saperlo: richiama gli emendamenti, la ZES Unica, il lavoro parlamentare, la necessità di attrarre investimenti, la candidatura della città dentro le prospettive del Piano Mattei.

La sua idea più forte è che Reggio Calabria non debba più pensarsi come margine. Non più città finale, città estrema, città che guarda il treno passare. Ma città centrale. Centrale nel Mediterraneo, centrale nei traffici, centrale nel turismo, centrale nella relazione tra Calabria e Sicilia, centrale in una nuova geografia del Sud.

È ambizioso? Certo. Ma una città che smette di ambire ha già perso.

Il passaggio sull’Aspromonte, poi, merita attenzione. Perché lì Cannizzaro allarga il campo. Non parla solo alla Reggio urbana, ma alla Reggio metropolitana. Dice che la futura Città Metropolitana non dovrà essere un prolungamento del Consiglio comunale del capoluogo, ma una casa per i sindaci, gli amministratori e le comunità della provincia. È una promessa politicamente rilevante. Se mantenuta, può cambiare il rapporto tra centro e territori interni. Se tradita, diventerebbe l’ennesima formula buona per un applauso.

Ma l’idea è giusta: Reggio non può vincere da sola. Non può vincere senza la Locride, senza la Piana, senza l’Aspromonte, senza i borghi, senza il mare e senza la montagna. Non può essere città europea se resta chiusa nel perimetro del proprio centro urbano. La forza di Reggio sta nella sua pluralità: è mare e montagna, porto e aeroporto, bergamotto e industria, Magna Grecia e futuro digitale, lungomare e vallate interne.

In questo quadro, Cannizzaro appare come un candidato che vuole mettere insieme ciò che troppo spesso è rimasto separato: identità e impresa, turismo e industria, centro e periferia, città e area metropolitana, Reggio e Messina, Calabria e Governo nazionale.

È qui che la sua candidatura assume un significato politico più ampio. Non soltanto “chi governerà il Comune”, ma quale idea di città si vuole consegnare ai prossimi anni. Una Reggio che si accontenta di sopravvivere, o una Reggio che prova a vendersi al mondo senza vergognarsi di sé? Una Reggio che si lamenta del Sud, o una Reggio che usa il Sud come posizione strategica? Una Reggio che attende risarcimenti, o una Reggio che costruisce valore?

Cannizzaro sceglie la seconda strada. La più difficile. Anche la più rischiosa. Perché chi promette poco può sempre dire di aver fatto abbastanza. Chi alza l’asticella, invece, sarà giudicato con più severità. Ma forse Reggio Calabria ha bisogno proprio di questo: di qualcuno che alzi l’asticella.

Non basta amministrare il declino con garbo. Bisogna interromperlo. Non basta dire che Reggio è bella. Bisogna renderla all’altezza della sua bellezza. Non basta invocare la storia. Bisogna produrre futuro. Non basta dire “Mediterraneo”. Bisogna costruire porti, collegamenti, turismo, filiere, eventi, servizi, lavoro.

Il merito politico di Cannizzaro, in questa fase, è avere messo sul tavolo una parola che in città spesso è mancata: ambizione.
Ambizione non come vanità personale, ma come dovere collettivo. Ambizione di non essere più periferia. Ambizione di trasformare le eccellenze isolate in sistema. Ambizione di fare del lungomare un’economia viva. Ambizione di legare il bergamotto al Made in Italy. Ambizione di portare Reggio dentro le rotte del Mediterraneo e dell’Europa. Ambizione di guardare all’Aspromonte non come distanza, ma come ricchezza. Ambizione di fare della Città Metropolitana non un ente burocratico, ma una comunità di destino.

La politica, quando è seria, non promette miracoli. Promette lavoro. E poi si lascia giudicare.
Cannizzaro, almeno in questo avvio, non chiede un atto di fede. Chiede di misurarlo su una visione: Reggio come città riconoscibile, produttiva, attrattiva, decorosa, metropolitana, europea.

È molto. Forse moltissimo. Ma dopo anni di occasioni smarrite, una città non ha bisogno di chi le dica che bisogna volare basso. Ha bisogno di chi sappia guardarla negli occhi e ricordarle che può ancora contare.

Reggio Calabria non chiede un salvatore. Chiede un sindaco.
E Francesco Cannizzaro, oggi, si candida a esserlo con una promessa precisa: non lasciare Reggio dov’era.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno

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