La preghiera e il coltello.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Vi è un punto, nella miseria umana, in cui la discussione smette di essere discussione e diventa autopsia. Autopsia dell’anima, naturalmente. Perché quando un uomo si permette di giudicare la preghiera di un altro, quando si arroga il diritto di stabilire se un’invocazione alla Madonna o a Gesù sia decorosa, opportuna, liturgicamente presentabile, allora non sta difendendo la fede. La sta usando come manganello.
Ho pregato. Ho pregato molte volte. Ho pregato anche davanti al coltello, al pericolo, alla paura, al buio. Ho chiesto aiuto alla Madonna, a Gesù, a quella parte di cielo che ciascuno chiama come può quando la terra gli manca sotto i piedi. E chi trova blasfemo questo, chi trova sconveniente che una creatura impaurita alzi gli occhi e domandi soccorso, non ha capito nulla del cattolicesimo. Nulla. Ne conosce forse le formule, non il sangue. Ne conosce forse i precetti, non le ginocchia piegate.
La fede non è un salotto buono dove ci si presenta con le scarpe lucidate e le parole pettinate. È anche fango, lacrime, paura, istinto di sopravvivenza. È il grido dell’uomo quando non gli resta che gridare. E chi pretende di correggere quel grido con la matita rossa del moralista è soltanto un piccolo burocrate del sacro, un contabile della devozione altrui.
Ma c’è di peggio. C’è chi, non contento di giudicare la preghiera, mette le mani nei rapporti più intimi, più sacri, più indifendibili: quelli con la madre. La propria, quella degli altri, la figura che ciascuno custodisce in un luogo dove nessun estraneo dovrebbe entrare con gli scarponi.
Chi tocca la madre degli altri, chi insinua, sporca, ironizza o specula su quel legame, non ha soltanto commesso una scorrettezza. Ha passato una frontiera. Ha toccato il fondo, sì. E non perché la madre sia un’icona da santino, ma perché è spesso l’ultima patria privata che resta a un uomo. Il primo nome pronunciato, l’ultimo forse invocato. La radice, la ferita, il rifugio.
Si può polemizzare su tutto. Sulle idee, sulle azioni, sulle parole. Ma quando si scende nel sacrario familiare degli altri, quando si usa la madre come bersaglio o come leva, allora non si sta più combattendo una battaglia. Si sta rovistando nella spazzatura.
E a chi fa questo, a chi giudica le preghiere altrui e mette le mani sulle madri altrui, resta una sola cosa da dire: abbiate almeno il pudore di non chiamarvi cattolici. Perché il cattolicesimo, prima ancora dei dogmi, insegna una cosa semplice e terribile: la pietà. E voi, della pietà, non avete nemmeno l’ombra.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno

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