La sera il paese chiudeva piano le imposte, come una madre che mette a letto i bambini e spegne la luce senza rumore.
Le case di pietra si stringevano tra loro per non avere freddo, e dalle porte socchiuse uscivano odore di pane, fumo, vino e quella dolce stanchezza delle cucine di paese.
C’era una vecchia davanti alla porta con gli occhi persi in fondo alla strada. C’era un asino che batteva piano lo zoccolo. C’era un bambino che chiamava sua madre. C’era il vento dell’Aspromonte che passava tra i vicoli come uno che sa tutto e non dice niente.
E c’eravamo noi.
Noi, in quel piccolo paese grande come il mondo quando si ha sedici anni e il cuore ancora intatto.
Tu arrivavi dalla fontana con la conca sotto il braccio, i capelli disfatti dal vento e il vestito chiaro che sembrava portare con sé tutta la luce della strada.
Io stavo appoggiato al muro, facendo finta di niente, come fanno i ragazzi quando aspettano tutto.
Ti vidi passare e il cuore mi fece tanto rumore che pensai: lo sentiranno anche dalle finestre.
Ti dissi soltanto: «Ciao».
Tu abbassasti gli occhi e sorridesti: «Ciao».
A volte due parole piccole accendono una vita intera.
Da quel giorno cominciò il nostro amore segreto, quello che nei paesi cammina piano, guarda in terra e parla con i silenzi.
Non potevamo fermarci né restare vicini. C’era sempre una finestra aperta, una zia dietro una tenda, una vicina pronta a inventare una storia. Così ci parlavamo da lontano: un gesto della mano, un fazzoletto tra i capelli, una sosta più lunga sulla soglia. Un niente che per noi era tutto.
La sera era la nostra vera stanza. Il paese si faceva quieto, i piatti nelle cucine suonavano le ultime note del giorno, qualche cane abbaiava lontano, il cielo scendeva piano sui tetti.
Io salivo sulla terrazza. Tu comparivi alla finestra.
Fra noi c’erano cento metri e tutta la timidezza del mondo. Ma non bastavano a separarci il cuore.
La buonanotte ce la davamo con gli accendini: prima uno, poi l’altro. Un lampo breve, una piccola stella fabbricata dalle nostre mani. Tu dalla finestra, io dalla terrazza. E la notte sembrava sorridere.
Qualche volta il vento spegneva la fiamma. Ma io la riaccendevo. E tu pure. Ed era una cosa così piccola e così ostinata da farci credere che l’amore potesse vincere anche il vento.
Non avevamo niente: niente lettere ogni giorno, niente telefonate, niente parole da consumare. Avevamo gli occhi. E gli occhi, quando sono giovani, sanno dire tutto: la gioia, la paura, la gelosia, l’attesa, la pace.
Durante la festa di San Rocco il paese cambiava faccia. Le campane suonavano più forte, le donne indossavano i vestiti buoni, i bambini correvano dappertutto. Nell’aria c’erano cera, incenso, polvere e festa.
In chiesa stavamo vicini, tu con la tua famiglia e io con la mia. E in mezzo alla gente mi bastava vederti di profilo, vedere il tuo capo chinarsi, i tuoi occhi alzarsi verso il Santo, per sentirmi al sicuro.
Poi venne il tempo che cambia il colore delle cose senza chiedere permesso. Vennero i doveri, le partenze, le parole non dette, le paure.
Una sera di vento ti dissi: «Devo andare».
«Dove?»
«A Pavia. Per studiare».
Quel nome cadde tra noi come un sasso nell’acqua.
Tu stringesti lo scialle e dicesti: «Lo studio ti porta via».
Poi domandasti: «E noi?»
Io non seppi rispondere.
Allora mi guardasti con una tristezza quieta e dicesti piano: «Le cose vere non finiscono. Si interrompono».
La sera prima di partire uscimmo ognuno al proprio posto: io sulla terrazza, tu alla finestra. Il paese era quasi spento, l’Aspromonte nero sotto le stelle.
Poi vidi il lampo del tuo accendino. Una volta. Due volte. Ti risposi. E con quelle piccole luci ci dicemmo tutto quello che non avevamo saputo dirci da vicino.
«Quando torni?» arrivò la tua voce col vento.
«Presto», dissi.
Ma tu sorridesti tristemente: «Presto non è un giorno».
La mattina della partenza il paese era chiaro e indaffarato, quasi crudele come tutte le mattine importanti. Ti cercai tra i vicoli, dietro le persiane, tra le porte. Non ti vidi.
Poi, quando la corriera si muoveva già, alzai gli occhi e ti scorsi dietro la finestra. Ferma. Pallida. Bellissima.
Ti dissi senza voce: addio.
Tu muovesti appena le labbra. Forse dicesti vai. Forse torna. Forse l’amore resta per sempre in ciò che non si sente bene.
Molti anni sono passati. Ma quando torno nel paese, tra le viuzze, il basilico sui davanzali, il fumo della sera e le pietre che ricordano, mi sembra ancora di vedere la mia terrazza, la tua finestra e quei piccoli lampi nella notte.
E penso che certe cose non muoiono. Restano accese piano, come una luce dietro un’imposta, come il profumo del pane, come il suono di un nome detto una volta sola e mai dimenticato.
Il primo amore tra le viuzze del paese di Luigi Palamara La sera il paese chiudeva piano le imposte, come una madre che mette a letto i bambini e spegne la luce senza rumore. Le case di pietra si stringevano tra loro per non avere freddo, e dalle porte socchiuse uscivano odore di pane, fumo, vino e quella dolce stanchezza delle cucine di paese. C’era una vecchia davanti alla porta con gli occhi persi in fondo alla strada. C’era un asino che batteva piano lo zoccolo. C’era un bambino che chiamava sua madre. C’era il vento dell’Aspromonte che passava tra i vicoli come uno che sa tutto e non dice niente. E c’eravamo noi. Noi, in quel piccolo paese grande come il mondo quando si ha sedici anni e il cuore ancora intatto. Tu arrivavi dalla fontana con la conca sotto il braccio, i capelli disfatti dal vento e il vestito chiaro che sembrava portare con sé tutta la luce della strada. Io stavo appoggiato al muro, facendo finta di niente, come fanno i ragazzi quando aspettano tutto. Ti vidi passare e il cuore mi fece tanto rumore che pensai: lo sentiranno anche dalle finestre. Ti dissi soltanto: «Ciao». Tu abbassasti gli occhi e sorridesti: «Ciao». A volte due parole piccole accendono una vita intera. Da quel giorno cominciò il nostro amore segreto, quello che nei paesi cammina piano, guarda in terra e parla con i silenzi. Non potevamo fermarci né restare vicini. C’era sempre una finestra aperta, una zia dietro una tenda, una vicina pronta a inventare una storia. Così ci parlavamo da lontano: un gesto della mano, un fazzoletto tra i capelli, una sosta più lunga sulla soglia. Un niente che per noi era tutto. La sera era la nostra vera stanza. Il paese si faceva quieto, i piatti nelle cucine suonavano le ultime note del giorno, qualche cane abbaiava lontano, il cielo scendeva piano sui tetti. Io salivo sulla terrazza. Tu comparivi alla finestra. Fra noi c’erano cento metri e tutta la timidezza del mondo. Ma non bastavano a separarci il cuore. La buonanotte ce la davamo con gli accendini: prima uno, poi l’altro. Un lampo breve, una piccola stella fabbricata dalle nostre mani. Tu dalla finestra, io dalla terrazza. E la notte sembrava sorridere. Qualche volta il vento spegneva la fiamma. Ma io la riaccendevo. E tu pure. Ed era una cosa così piccola e così ostinata da farci credere che l’amore potesse vincere anche il vento. Non avevamo niente: niente lettere ogni giorno, niente telefonate, niente parole da consumare. Avevamo gli occhi. E gli occhi, quando sono giovani, sanno dire tutto: la gioia, la paura, la gelosia, l’attesa, la pace. Durante la festa di San Rocco il paese cambiava faccia. Le campane suonavano più forte, le donne indossavano i vestiti buoni, i bambini correvano dappertutto. Nell’aria c’erano cera, incenso, polvere e festa. In chiesa stavamo vicini, tu con la tua famiglia e io con la mia. E in mezzo alla gente mi bastava vederti di profilo, vedere il tuo capo chinarsi, i tuoi occhi alzarsi verso il Santo, per sentirmi al sicuro. Poi venne il tempo che cambia il colore delle cose senza chiedere permesso. Vennero i doveri, le partenze, le parole non dette, le paure. Una sera di vento ti dissi: «Devo andare». «Dove?» «A Pavia. Per studiare». Quel nome cadde tra noi come un sasso nell’acqua. Tu stringesti lo scialle e dicesti: «Lo studio ti porta via». Poi domandasti: «E noi?» Io non seppi rispondere. Allora mi guardasti con una tristezza quieta e dicesti piano: «Le cose vere non finiscono. Si interrompono». La sera prima di partire uscimmo ognuno al proprio posto: io sulla terrazza, tu alla finestra. Il paese era quasi spento, l’Aspromonte nero sotto le stelle. Poi vidi il lampo del tuo accendino. Una volta. Due volte. Ti risposi. E con quelle piccole luci ci dicemmo tutto quello che non avevamo saputo dirci da vicino. «Quando torni?» arrivò la tua voce col vento. «Presto», dissi. Ma tu sorridesti tristemente: «Presto non è un giorno». La mattina della partenza il paese era chiaro e indaffarato, quasi crudele come tutte le mattine importanti. Ti cercai tra i vicol
@luigi.palamara Adesso Reggio Calabria ha scelto. Cannizzaro Sindaco deve dimostrare di meritare la città L'Editoriale di Luigi Palamara  Reggio Calabria ha deciso. Dopo una campagna elettorale aspra, serrata, combattuta fino all’ultimo voto, la città ha consegnato le proprie speranze a Francesco Cannizzaro. Non è una vittoria qualsiasi. È una vittoria che pesa. Perché Reggio non è una città qualunque: è una città splendida, fiera, generosa, ferita. Una città che possiede tutto, mare, storia, intelligenza, bellezza, orgoglio, e che troppo spesso sembra incapace di sciogliere il nodo che la trattiene. Da oggi, dunque, finisce il tempo degli slogan e comincia quello più difficile: il governo. Quello vero.l Quello fatto di scelte, responsabilità, delusioni da evitare e promesse da mantenere. Francesco Cannizzaro arriva a Palazzo San Giorgio con un capitale politico importante. È giovane, ma non inesperto. Ha costruito negli anni una leadership riconosciuta, non solo in Calabria ma anche a livello nazionale. Questo può essere un vantaggio, purché non diventi alibi. Perché Reggio non ha bisogno di passerelle, né di medaglie appuntate al petto. Ha bisogno di strade, lavoro, servizi, decoro, visione. Ha bisogno di sentirsi finalmente guidata. La città gli chiede entusiasmo, certo. Ma soprattutto pretende concretezza. Pretende una visione moderna, dinamica, coraggiosa. Pretende che la bellezza naturale di Reggio non resti una cartolina buona per i discorsi ufficiali, ma diventi progetto, economia, futuro. Francesco Cannizzaro ha davanti a sé un’occasione rara: lasciare un segno positivo nella storia della città. Gli elementi per fare bene ci sono. Il consenso, l’esperienza, la forza politica, l’età giusta per osare. Ora però dovrà essere il sindaco di tutti. Di chi lo ha votato e di chi non lo ha votato. Dei quartieri centrali e delle periferie dimenticate. Dei giovani che partono, degli anziani che resistono, degli imprenditori che rischiano, delle famiglie che aspettano risposte. Adesso Reggio Calabria ha scelto il suo sindaco. Adesso Cannizzaro deve scegliere che cosa vuole essere: un vincitore di elezioni o un uomo capace di cambiare davvero il destino della sua città. Luigi Palamara Giornalista e artista Aspromontàno #francescocannizzarosindaco#reggiocalabria#aspromonte#luigipalamara#politica♬ suono originale - SeFossiAmericano
0 Commenti
LASCIA IL TUO COMMENTO. La tua opinione è importante.