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Reggio Calabria, il posto trovato all’ultimo e i malumori che nessuno confessa

Reggio Calabria, il posto trovato all’ultimo e i malumori che nessuno confessa

L'editoriale di Luigi Palamara


Alla fine, un posto Carmelo Versace lo ha trovato.
E non un posto qualunque, ma quello politicamente più delicato e più rumoroso: le liste del Partito Democratico.

Il sindaco facente funzioni della Città Metropolitana, dopo settimane di dialoghi, smentite, indiscrezioni, avvicinamenti veri o presunti, ha sciolto la riserva e ha scelto. O forse, più banalmente, ha trovato lo spazio che cercava. Il punto politico, però, non è soltanto questo. Il punto vero è un altro: a quale prezzo, e soprattutto con quali conseguenze dentro gli equilibri già fragili del centrosinistra reggino.

Perché le candidature, in politica, non sono mai semplici caselle da riempire. Sono messaggi. Sono gerarchie. Sono promesse implicite e talvolta sono anche piccoli tradimenti consumati con il sorriso di circostanza. L’ingresso di Versace nelle liste del PD, infatti, non appare come una scelta neutra, né come un passaggio puramente tecnico. È una decisione che pesa, che sposta, che inevitabilmente crea malumori. E non pochi.

Malumori di chi da mesi lavorava per ritagliarsi uno spazio.
Malumori di chi si sente scavalcato.
Malumori di chi, nel partito o nell’area progressista, vede in questa candidatura non un valore aggiunto ma l’ennesima operazione di equilibrio costruita dall’alto, più utile a sistemare un nome importante che a rafforzare davvero una proposta politica credibile.

È il vecchio vizio delle coalizioni italiane, e a Reggio non fa eccezione: si predica rinnovamento e poi si finisce sempre per girare attorno agli stessi nomi, alle stesse alchimie, alle stesse mediazioni che scontentano molti e convincono pochi. Versace entra, Paolo Brunetti c’è, il PD prova a blindare figure note e amministrativamente riconoscibili. Ma la domanda è inevitabile: questa è una scelta di forza o una scelta di necessità?

Perché le due cose non coincidono affatto.

Una candidatura forte nasce quando allarga il consenso, entusiasma, trascina, ricompone. Una candidatura necessaria, invece, nasce quando bisogna chiudere una partita, evitare uno strappo peggiore, mettere una toppa prima che il tessuto si laceri. E a guardare il clima che si respira attorno a questa operazione, il sospetto che si tratti più della seconda ipotesi che della prima è tutt’altro che campato in aria.

Naturalmente, ogni valutazione oggi resta sospesa. In politica contano i malumori, ma fino a un certo punto. Poi contano i voti. E i voti, come sempre, sono assai meno sentimentali delle dichiarazioni ufficiali e molto più crudeli delle analisi da salotto. Può darsi che la presenza di Carmelo Versace nelle liste del PD si riveli alla fine una scelta vincente, capace di portare consenso, riconoscibilità, tenuta elettorale. Può anche darsi, però, che si trasformi in un boomerang: uno di quei segnali che il corpo elettorale percepisce come l’ennesima manovra di palazzo, l’ennesima sistemazione interna, l’ennesima prova di una politica ripiegata su se stessa.

In negativo o in positivo?
Lo vedremo il 24 e 25 maggio 2026. O, per essere più sinceri, lo capiremo il giorno dopo, quando finiranno slogan, sorrisi, strette di mano e comincerà il conteggio vero: quello dei voti, delle preferenze, degli esclusi eccellenti e dei rancori rimasti sotto traccia durante la campagna elettorale.

Intanto la campagna sta per partire, e parte come spesso accade da queste parti: con aspettative alte, retroscena infiniti e malumori larghi. Nulla di nuovo, si dirà. Infatti. È proprio questo il problema. Perché quando una competizione comincia sotto il segno delle scelte discutibili, delle mediazioni opache e dei mugugni soffocati, il rischio è che il prezzo arrivi alla fine. E in politica, come nella vita, i conti si possono anche rinviare. Ma prima o poi si pagano.


Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno

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