L’oasi nel nulla, la fragile eternità della Terra.
Dalla capsula Orion, oltre ogni confine della Terra, una voce umana guarda il mondo come un’unica casa nel buio del cosmo
L'Editoriale di Luigi Palamara
La Terra, da così lontano, non somigliava più a un regno conteso, ma a una lanterna accesa nel vuoto.
Non si vedevano i confini, né le dogane, né le cicatrici che gli uomini tracciano sulla polvere per illudersi di possedere ciò che è stato soltanto affidato. Si vedeva una sola luce, fragile e intera, sospesa nell’oscurità senza sponde, come una casa che continui a brillare nel mezzo di una notte infinita.
Intorno, il silenzio del cosmo.
Sotto, la moltitudine degli uomini.
Nello stesso tempo in cui la capsula Orion fendeva l’abisso oltre ogni antica misura del viaggio, il mondo compiva i suoi gesti poveri e immortali. Una madre chinava il volto su un figlio che dormiva. Un pescatore guardava l’alba salire dal mare. Un vecchio tossiva accanto a una stufa. Una ragazza aspettava un messaggio che non arrivava. Una campana suonava in un villaggio. Una sirena rompeva la notte in una città ferita. Qualcuno pregava. Qualcuno malediceva. Qualcuno nasceva. Qualcuno moriva.
E tutti, senza saperlo davvero, navigavano nella stessa arca.
Da vicino la Terra ci divide; da lontano ci raccoglie.
Da vicino ci affanniamo a dire: mio, tuo, nostro, straniero.
Da lontano ogni parola superba cade, e resta soltanto l’evidenza semplice e tremenda: siamo insieme.
Victor Glover guardava indietro da una distanza che toglie peso all’orgoglio e dà misura alla verità. Non vedeva città gloriose né imperi; vedeva una creatura azzurra e lieve, un’oasi nel mucchio immenso del nulla, una culla accesa dentro il buio. E forse proprio allora ogni uomo gli appariva diverso da come appare quaggiù: non rivale, non nemico, non estraneo, ma compagno di bordo, passeggero di una medesima sorte.
Forse è questo che insegna la lontananza: non a fuggire dalla Terra, ma a tornare a lei con occhi purificati. A capire che la nostra casa non è grande per forza, ma per fragilità. Che non ci appartiene: ci ospita. Che non ci sopporta soltanto: ci regge. E che tutto ciò che chiamiamo storia, gloria, rancore, vittoria, non è che un breve tumulto sul ponte di una nave lanciata nell’eternità
La Pasqua, vista da lassù, non doveva essere soltanto una festa, ma una domanda.
Chi siamo, in mezzo a questo vuoto?
Che cosa ne facciamo di questo dono?
Perché continuiamo a ferirci dentro la sola dimora che ci è stata concessa?
Sulla Terra, intanto, gli ulivi tremavano nel vento di primavera. In qualche luogo si scioglieva la neve. In qualche altro ardeva ancora la guerra. Le lingue erano mille, i riti innumerevoli, i dolori senza conto. Eppure, sopra ogni differenza, sopra ogni nome, sopra ogni fede e ogni negazione, restava quell’evidenza luminosa: eravamo una stessa cosa nella stessa notte.
Il mondo intero pareva allora una povera, splendida nave di viventi: colma di bambini e di soldati, di santi e di increduli, di vedove, di innamorati, di governanti, di mendicanti, di uomini che sanno inginocchiarsi e di uomini che hanno dimenticato come si fa. Tutti affidati alla medesima traversata. Tutti passeggeri del medesimo mistero.
E in quel silenzio smisurato, mentre la Terra brillava come una moneta benedetta nel pugno del buio, la voce dell’uomo venuto dallo spazio sembrò non parlare soltanto agli uomini del suo tempo, ma a ogni creatura smarrita che abbia cercato almeno una volta di capire dove si trovi.
Allora il suo messaggio non fu più solo una comunicazione.
Fu quasi una carezza lanciata da molto lontano.
Un richiamo.
Una memoria.
E alla fine rimase, nudo e umano, il discorso:
"Non ho nulla di preparato, ma sono felice che sia stato sollevato questo argomento perché penso che queste celebrazioni siano importanti. Mentre siamo così lontani dalla Terra e guardiamo indietro alla bellezza del creato, una delle prospettive personali più importanti che sto maturando quassù è che posso vedere davvero la Terra come un'unica cosa. Quando leggo la Bibbia e guardo a tutte le cose incredibili che sono state fatte per noi, vedo che abbiamo questo posto meraviglioso, questa astronave. Voi parlate con noi perché siamo su un'astronave lontana dalla Terra, ma anche voi siete su un'astronave chiamata Terra, creata per darci un posto dove vivere nel cosmo. Forse la distanza a cui ci troviamo vi fa pensare che quello che stiamo facendo sia speciale, ma noi siamo alla stessa distanza da voi, e sto cercando di dirvi - fidatevi - che voi siete speciali. In tutto questo vuoto, in questo 'mucchio di nulla' che chiamiamo universo, c'è questa oasi, questo posto bellissimo dove ci è concesso esistere insieme. Mentre ci avviciniamo alla Pasqua, pensando a tutte le culture del mondo, che festeggiate o meno, che crediate in Dio o meno, questa è un'opportunità per ricordare dove siamo, chi siamo: siamo la stessa cosa e dobbiamo superare tutto questo insieme.
Victor Glover
Astronauta statunitense"
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
@luigi.palamara L’oasi nel nulla, la fragile eternità della Terra. Dalla capsula Orion, oltre ogni confine della Terra, una voce umana guarda il mondo come un’unica casa nel buio del cosmo L'Editoriale di Luigi Palamara La Terra, da così lontano, non somigliava più a un regno conteso, ma a una lanterna accesa nel vuoto. Non si vedevano i confini, né le dogane, né le cicatrici che gli uomini tracciano sulla polvere per illudersi di possedere ciò che è stato soltanto affidato. Si vedeva una sola luce, fragile e intera, sospesa nell’oscurità senza sponde, come una casa che continui a brillare nel mezzo di una notte infinita. Intorno, il silenzio del cosmo. Sotto, la moltitudine degli uomini. Nello stesso tempo in cui la capsula Orion fendeva l’abisso oltre ogni antica misura del viaggio, il mondo compiva i suoi gesti poveri e immortali. Una madre chinava il volto su un figlio che dormiva. Un pescatore guardava l’alba salire dal mare. Un vecchio tossiva accanto a una stufa. Una ragazza aspettava un messaggio che non arrivava. Una campana suonava in un villaggio. Una sirena rompeva la notte in una città ferita. Qualcuno pregava. Qualcuno malediceva. Qualcuno nasceva. Qualcuno moriva. E tutti, senza saperlo davvero, navigavano nella stessa arca. Da vicino la Terra ci divide; da lontano ci raccoglie. Da vicino ci affanniamo a dire: mio, tuo, nostro, straniero. Da lontano ogni parola superba cade, e resta soltanto l’evidenza semplice e tremenda: siamo insieme. Victor Glover guardava indietro da una distanza che toglie peso all’orgoglio e dà misura alla verità. Non vedeva città gloriose né imperi; vedeva una creatura azzurra e lieve, un’oasi nel mucchio immenso del nulla, una culla accesa dentro il buio. E forse proprio allora ogni uomo gli appariva diverso da come appare quaggiù: non rivale, non nemico, non estraneo, ma compagno di bordo, passeggero di una medesima sorte. Forse è questo che insegna la lontananza: non a fuggire dalla Terra, ma a tornare a lei con occhi purificati. A capire che la nostra casa non è grande per forza, ma per fragilità. Che non ci appartiene: ci ospita. Che non ci sopporta soltanto: ci regge. E che tutto ciò che chiamiamo storia, gloria, rancore, vittoria, non è che un breve tumulto sul ponte di una nave lanciata nell’eternità. La Pasqua, vista da lassù, non doveva essere soltanto una festa, ma una domanda. Chi siamo, in mezzo a questo vuoto? Che cosa ne facciamo di questo dono? Perché continuiamo a ferirci dentro la sola dimora che ci è stata concessa? Sulla Terra, intanto, gli ulivi tremavano nel vento di primavera. In qualche luogo si scioglieva la neve. In qualche altro ardeva ancora la guerra. Le lingue erano mille, i riti innumerevoli, i dolori senza conto. Eppure, sopra ogni differenza, sopra ogni nome, sopra ogni fede e ogni negazione, restava quell’evidenza luminosa: eravamo una stessa cosa nella stessa notte. Il mondo intero pareva allora una povera, splendida nave di viventi: colma di bambini e di soldati, di santi e di increduli, di vedove, di innamorati, di governanti, di mendicanti, di uomini che sanno inginocchiarsi e di uomini che hanno dimenticato come si fa. Tutti affidati alla medesima traversata. Tutti passeggeri del medesimo mistero. E in quel silenzio smisurato, mentre la Terra brillava come una moneta benedetta nel pugno del buio, la voce dell’uomo venuto dallo spazio sembrò non parlare soltanto agli uomini del suo tempo, ma a ogni creatura smarrita che abbia cercato almeno una volta di capire dove si trovi. Allora il suo messaggio non fu più solo una comunicazione. Fu quasi una carezza lanciata da molto lontano. Un richiamo. Una memoria. E alla fine rimase, nudo e umano, il discorso: "Non ho nulla di preparato, ma sono felice che sia stato sollevato questo argomento perché penso che queste celebrazioni siano importanti. Mentre siamo così lontani dalla Terra e guardiamo indietro alla bellezza del creato, una delle prospettive personali più importanti che sto maturando quassù è che posso vedere davvero la Terra come un'unica
♬ audio originale - Luigi Palamara

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