L’uomo, la sedia e il vuoto
L'Editoriale di Luigi Palamara
Ci sono uomini politici che, seduti accanto a un avversario, mantengono il contegno. E ce ne sono altri che, pur di strappare un applauso da condominio digitale, trasformano una sedia in un caso umano. Carlo Calenda appartiene, con ostinata disciplina, alla seconda categoria.
Alla Festa della Polizia di Stato, cioè in un luogo che dovrebbe imporre almeno decenza, misura e rispetto per le istituzioni, s’è trovato seduto accanto a Giuseppe Conte. Non per scelta, non per accordo, non per inciucio da retrobottega: per ordine alfabetico. Una banalità di cerimoniale. Una di quelle cose che gli adulti capiscono senza bisogno di psicodrammi. Ma Calenda no. Calenda ha sentito il bisogno di correre a fare il post, di denunciare al mondo l’“incresciosa situazione”, come se gli avessero assegnato il posto accanto al colera.
Ed è qui che il sipario si alza davvero. Perché il punto non è Conte, che si può criticare quanto si vuole. Il punto è il riflesso pavloviano di un politico che non riesce più a vivere un istante pubblico senza trasformarlo in teatrino personale. La foto non racconta una vicinanza politica. Racconta una lontananza umana. Racconta l’incapacità di stare composti. Racconta il bisogno patologico di segnalare sempre, a ogni costo, la propria purezza, il proprio disgusto, la propria superiorità da condominio morale.
È la politica ridotta a smorfia.
Non c’è niente di virile, niente di coraggioso, niente di intellettualmente robusto in questa sceneggiata. C’è solo un fondo di vanità puerile. Il ragazzino che in classe, pur seduto per caso vicino al compagno che detesta, alza la mano per dire alla maestra: “Però io con quello non c’entro niente”. Livello non da statista, ma da asilo con ambizioni da talk show.
Un uomo davvero sicuro di sé non ha bisogno di certificare ogni cinque minuti chi gli ripugna. Un uomo davvero istituzionale sa che, nelle sedi istituzionali, si rappresenta qualcosa di più grande del proprio carattere. Un uomo davvero politico combatte gli avversari con idee, numeri, visione, non con i capricci di tappezzeria. Ma qui siamo oltre la polemica: qui siamo alla miseria del gesto automatico, alla coazione a recitare, all’esibizionismo da social travestito da intransigenza.
E la cosa più comica è che questa piccolezza viene spesso venduta come sincerità. No. La sincerità non nobilita tutto. Anche la volgarità può essere sincera. Anche l’infantilismo può esserlo. Anche il narcisismo. Non basta dire quello che si pensa per diventare seri: altrimenti ogni maleducato sarebbe un campione di autenticità.
La verità è più semplice e più crudele: quando uno trasforma una cerimonia dello Stato in una faccenda di antipatie personali, dimostra di non reggere il peso del ruolo. Non perché debba amare Conte. Ma perché dovrebbe sapere che il decoro viene prima del carattere, il contesto prima dell’ego, la funzione prima del post.
Conte, in questa storia, quasi scompare. E questo è il dettaglio più umiliante per Calenda. Perché mentre lui si affanna a far sapere al mondo quanto gli sia costata quella vicinanza, l’altro neppure lo degna dell’importanza necessaria a inscenare un melodramma. Uno si comporta come chi è lì per rappresentare un’istituzione. L’altro come chi è lì per produrre contenuti.
La politica italiana è già abbastanza malridotta senza bisogno di aggiungerle questi sketch da permaloso professionista. Ha già abbastanza ciarlatani, abbastanza vanitosi, abbastanza litiganti da tinello. Non aveva bisogno anche del martire della disposizione alfabetica.
Che uomo pubblico sei, se una sedia ti sembra un’umiliazione?
Che statura hai, se la tua prima urgenza non è onorare la cerimonia ma prendere le distanze dal vicino come una zitella isterica in carrozza?
Che razza di solidità offri al Paese, se basta una fotografia a scoprire non la tua coerenza, ma la tua pochezza?
No, non è stata una scena incresciosa.
Increscioso è stato il post.
Increscioso è il bisogno di farlo.
Increscioso è ridurre la politica a una continua dichiarazione di allergia personale.
L’alfabeto non ha colpe.
Le sedie nemmeno.
Il problema, purtroppo, sedeva già lì.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno

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