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Reggio Calabria, la città dove tutti si candidano e quasi nessuno pesa

Reggio Calabria, la città dove tutti si candidano e quasi nessuno pesa
L'Editoriale di Luigi Palamara 

A Reggio Calabria, come sempre accade quando si avvicinano le elezioni, comincia il grande mercato delle intenzioni. Le liste si preparano, i nomi affiorano, gli aspiranti salvatori lucidano il curriculum, gli amici giurano fedeltà, i conoscenti si riscoprono strateghi, e i più prudenti restano alla finestra in attesa di capire da che parte tirerà il vento. È un rito antico, quasi liturgico: prima della politica viene il posizionamento, prima delle idee viene la conta, prima della città viene la compagnia.

Siamo ancora al tempo delle mezze candidature, delle disponibilità generose, degli entusiasmi cauti, dei “vedremo”, dei “ci siamo quasi”, dei “dipende dalle liste”. In sostanza, siamo nella fase più sincera della politica: quella in cui tutti fingono di parlare di programmi mentre pensano solo ai numeri.

Dentro questo quadro, la sensazione — che poi in politica vale spesso più di molte analisi — è che Francesco Cannizzaro parta da favorito. Non perché sia apparso un messia civico, non perché la città abbia improvvisamente trovato il suo condottiero naturale, ma perché oggi è quello che dispone di una posizione di vantaggio più netta, più riconoscibile, più organizzata. E in elezioni come queste, dove la qualità delle liste pesa quanto e forse più della qualità delle parole, partire davanti significa spesso arrivare senza dover neppure affannarsi troppo. Se le liste saranno solide, radicate, piene di candidati veri e non di semplici riempitivi da manifesto, il ballottaggio potrebbe anche restare una suggestione da retroscenisti.

Mimmo Battaglia, dal canto suo, sa perfettamente che la partita è dura. Ma almeno la gioca. E già questo, in un panorama di candidature che spesso sembrano più esercizi di vanità che assunzioni di responsabilità, merita di essere registrato. Sa di non correre in discesa, sa che il terreno è accidentato, sa che l’avversario ha una forza iniziale maggiore. Tuttavia c’è. E in politica, quando molti sono utili soltanto a sporcare la scheda o a migliorare la propria trattativa futura, esserci davvero è già una forma di serietà.

Sugli altri, francamente, il discorso è più semplice e più crudele. Sono utili alla democrazia, certo. Le candidature arricchiscono il pluralismo, le voci multiple fanno sempre bene al rito elettorale, la presenza di più simboli alimenta l’illusione che la città discuta di sé. Ma da qui a considerarli davvero competitivi ce ne corre. E negarlo, in nome di una par condicio da salotto, sarebbe soltanto una forma di ipocrisia. Non si offende nessuno dicendo che, allo stato delle cose, i veri concorrenti per Palazzo San Giorgio sembrano essere due. Si prende atto della realtà. E la realtà, in politica, è spesso meno democratica delle intenzioni.

Naturalmente da qui a maggio 2026 succederà di tutto. A Reggio le candidature definitive arrivano spesso dopo una lunga processione di esitazioni, ammiccamenti, prove di forza, finte ritrosie e improvvisi slanci di coraggio. Fino all’ultimo giorno vedremo chi ci sarà davvero e chi, invece, era soltanto in cerca di un titolo sui giornali o di una quotazione personale da spendere altrove. Perché anche questa, da noi, è politica: non candidarsi per vincere, ma per trattare meglio.

Il caso di Anna Nucera rientra perfettamente in questa grammatica cittadina dell’attesa. Una collocazione la troverà, perché in politica una collocazione si trova quasi sempre, specialmente quando non si ha la forza di imporre una direzione propria. Ma incidere sul risultato finale è un’altra faccenda. E, almeno sulla carta, questa capacità non si vede. Poi le elezioni, si sa, sono maestre nell’umiliare gli analisti e nel premiare dettagli che paiono irrilevanti. Ma scambiare una presenza con un peso politico sarebbe un errore di cortesia più che di valutazione.

Diverso è il discorso su Saverio Pazzano. La sua candidatura va presa sul serio, non tanto perché sembri oggi in grado di ribaltare gli equilibri maggiori, quanto perché si è ritagliato nel tempo uno spazio politico non fittizio. Con fatica, con lavoro, con competenza personale. “La Strada” non è più una parentesi ornamentale né una testimonianza da convegno: è diventata una realtà politica riconoscibile. Questo non significa automaticamente che basti per contendere il governo della città ai due blocchi principali, ma significa almeno che dietro quel nome non c’è il vuoto. E di questi tempi, in mezzo a tanti contenitori senza contenuto, è già una notizia.

Su Eduardo Lamberti Castronuovo, invece, viene da sospirare prima ancora che da commentare. Da 46 anni si inventa qualcosa pur di restare dentro la scena, accanto alla scena o sopra la scena. È una forma di vitalità che meriterebbe quasi ammirazione, se non sconfinasse talvolta in quella tipica malattia italiana per cui chi è in circolazione da mezzo secolo riesce ancora a presentarsi come novità. E qui l’ironia si fa inevitabile. Perché l’uomo che da decenni frequenta il proscenio della vita pubblica, culturale, mediatica e politica cittadina, a un certo punto si propone come l’antidoto normale contro i mediocri. E allora, più che ragionare, viene da lasciarsi scappare una sola sillaba, inelegante ma sincera: azz.

Non per cattiveria. Per esattezza. Perché il problema di Reggio non è mai stato la scarsità di uomini convinti di essere migliori degli altri. Il problema è che la città è stata piena di protagonisti e povera di risultati. Piena di personalità e vuota di governo. Piena di biografie raccontate magnificamente e priva di una continuità amministrativa all’altezza della propria storia. In questa città quasi tutti si considerano alternativi alla mediocrità. Poi però la mediocrità, chissà come, sopravvive sempre e spesso indossa proprio i panni di chi la denuncia con maggiore enfasi.

Noi seguiremo soprattutto i due veri competitivi, Cannizzaro e Battaglia, non per partigianeria ma per realismo. Le risorse sono quelle che sono, il tempo pure, e l’editorialismo serio non consiste nel fingere che tutti abbiano la stessa probabilità quando non è così. La par condicio non obbliga alla cecità. Impone rispetto, non autoinganno.

E però una cosa va detta, con quella brutalità che la provincia detesta perché preferisce il pettegolezzo alla verità: le persone, in questa città, si conoscono tutte. Si sa chi sono, da dove vengono, cosa hanno fatto, chi hanno frequentato, cosa hanno detto ieri e cosa dicono oggi. E chi improvvisamente finge di non ricordarlo, chi si esercita nell’amnesia selettiva, chi redistribuisce patenti di moralità secondo convenienza, quasi sempre non lo fa per nobiltà di giudizio ma per miserabile interesse personale. La politica locale, più che un’arena ideale, è spesso una recita di memorie intermittenti.

Gli editoriali, naturalmente, possono sbagliare i risultati. Capita. Dopo cinquant’anni di osservazione si impara almeno questo: le urne hanno il gusto crudele della smentita. Si possono prendere cannonate sulle previsioni, e non per questo perdere il diritto di scriverle. Ma sulle persone è più difficile sbagliare, perché le persone non sono numeri: sono storie, comportamenti, reti di relazioni, coerenze e incoerenze che in una città come Reggio restano incise molto più dei manifesti elettorali.

Perciò il quadro, oggi, è semplice. Cannizzaro parte avanti. Battaglia lo insegue sapendo che la corsa sarà dura. Pazzano occupa uno spazio vero, benché ancora non decisivo. Nucera cercherà una collocazione. Lamberti continua la sua eterna battaglia per restare protagonista, magari travestito da novità. Gli altri, per ora, fanno volume democratico.

E la città? La città, come sempre, aspetta. Aspetta di capire chi si candiderà davvero, chi si ritirerà con dignità, chi tratterà fino all’ultimo, chi salirà sul carro e chi fingerà di averlo costruito. Ma soprattutto aspetta di scoprire se, una volta tanto, oltre i nomi arriverà anche qualcosa di più raro: un’idea adulta di governo.


Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

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