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Reggio Calabria. Quando i giovani smettono di chiedere spazio e cominciano a prenderselo

Quando i giovani smettono di chiedere spazio e cominciano a prenderselo

A Reggio Calabria il Forum delle Idee porta in piazza un dossier, un metodo e una lezione per la politica: ascoltare non basta più, adesso bisogna rispondere

L'Editoriale di Luigi Palamara

Ci sono piazze che si riempiono di rabbia.

Altre di attesa.
Altre ancora di rituali già visti, di parole consumate, di presenze obbligate, di promesse che sanno di replica.

E poi ci sono piazze che si riempiono di una cosa più rara: responsabilità.

È quello che è accaduto l’11 aprile 2026, a Piazza Italia, a Reggio Calabria, dove il Forum delle Idee ha scelto di presentarsi alla città non con una protesta senza sbocco, non con una liturgia identitaria, non con una recita generazionale, ma con un lavoro vero. Un lavoro fatto di mesi, di incontri, di ascolto, di tavoli tematici, di riflessione. Un lavoro tradotto in un dossier di circa venticinque proposte.

Il primo dato politico della giornata non sta nemmeno nei contenuti, pur rilevanti. Sta nel fatto che una generazione troppo spesso raccontata dagli altri ha deciso, finalmente, di parlare con la propria voce.

In apertura, Giulia Melissari e Davide Latella hanno chiarito subito il punto essenziale: il Forum non è un partito, non è un movimento politico, non è un’appendice elettorale di nessuno. È uno spazio civico composto da giovani tra i 18 e i 35 anni — studenti, lavoratori, professionisti, ricercatori — che hanno scelto di incontrarsi per fare una cosa semplice e oggi straordinaria: ragionare insieme sul destino della città.

Latella ha ricostruito il percorso con precisione. Dalla chiamata iniziale, cresciuta con il passaparola, fino al 7 settembre, quando circa 170 persone, divise in otto tavoli tematici, hanno discusso di bisogni, criticità e possibilità del territorio. Da lì è partito un lavoro che, tra settembre e gennaio, ha portato alla stesura di un dossier. Non un manifesto di buoni sentimenti. Non una lista di sogni. Ma un testo che prova a stare dentro il reale, con i limiti che ogni percorso civico inevitabilmente ha, ma anche con la serietà di chi sa che le città cambiano solo quando qualcuno si assume il compito di pensarle.

Ed è stato molto importante che questo sia stato detto apertamente: non promesse, ma punti di partenza. In tempi di venditori di soluzioni immediate, anche questa misura è un fatto politico.

Il presente dei giovani, il futuro dei bambini

Tra i passaggi più belli della giornata c’è stato quello in cui Giulia Melissari ha corretto una formula abusata della retorica pubblica: i giovani non sono soltanto il futuro. Sono il presente. E già in questa frase c’è una presa di posizione netta. Perché ogni volta che la politica parla dei giovani solo al futuro, si autorizza da sola a non considerarli davvero nel presente.

Ma il Forum è andato anche oltre, coinvolgendo i più piccoli in un percorso parallelo, raccontato nell’addendum “Reggio Forum delle Idee 3-11, con gli occhi dei più piccoli”. Qui la città è stata guardata dai bambini e dalle bambine, e le richieste emerse — spazi per giocare, luoghi per studiare, possibilità di muoversi meglio, una città più pulita — hanno ricordato a tutti che le domande più semplici sono spesso le più impegnative. Perché obbligano la politica a misurarsi non con le astrazioni, ma con la vita concreta.

Il bisogno di partecipare, il bisogno di essere presi sul serio

Prima ancora di entrare nei singoli temi, il Forum ha messo a fuoco alcuni nodi trasversali. Il primo è il bisogno di partecipazione. Una partecipazione vera, non evocata come ornamento. Il secondo è il difetto di dialogo tra enti e istituzioni, che troppo spesso procedono separati, senza visione comune. Il terzo è il rapporto insufficiente tra città e area metropolitana, ancora percepite come realtà poco integrate.

Ma soprattutto è emersa una richiesta precisa: non essere ascoltati per cortesia, ma coinvolti per responsabilità.

E questo principio si è riflesso in tutti gli interventi.

Alessandra Coppola, introducendo il tavolo sulla partecipazione, ha fatto una distinzione decisiva: questo non è un manifesto, è un dossier. Da lì sono arrivate tre proposte forti: consulte giovanili reali, non decorative; un assessorato alle politiche giovanili, per dare peso strutturale al tema; e un Centro giovanile europeo, capace di coniugare presenza fisica, formazione, coworking e partecipazione digitale. In altre parole: non basta dire ai giovani “partecipate”, se poi non si costruiscono i luoghi e gli strumenti per farlo.

Il tavolo su Reggio città universitaria ha mostrato una contraddizione ormai evidente: la città ospita formazione, studenti, competenze, ma non si è ancora trasformata in un sistema urbano realmente universitario. Le proposte — un tavolo permanente, un hub urbano polifunzionale, una piattaforma digitale cittadina — vanno tutte nella stessa direzione: trasformare una vocazione dispersa in una strategia riconoscibile.

Il tavolo sul lavoro, con gli interventi di Carlotta e Valentina, ha affrontato il tema forse più delicato senza cedere alla retorica della fuga. Non si è limitato a dire che i giovani se ne vanno. Ha provato a domandarsi come creare condizioni per restare o tornare: spazi di coworking, sportelli per l’innovazione, attrazione di smart worker, incentivi fiscali, bonus di rientro, housing calmierato, fondi per startup, sostegni alla cura, osservatorio sulla condizione giovanile. È la differenza tra l’elegia dell’abbandono e la costruzione di una politica del ritorno.

Maria Rita Sciarrone, sul versante della valorizzazione e del marketing territoriale, ha posto una domanda tutt’altro che secondaria: quanto conosciamo davvero il nostro territorio? Le sue proposte — mappe di comunità ed ecosistema integrato di marketing territoriale — partono da un principio importante: una città che non sa raccontarsi a partire da sé finisce sempre per farsi raccontare dagli altri, spesso male o superficialmente. E quando ha parlato della necessità di affidare questi compiti a persone competenti e non a “amici di” o “figli di”, ha toccato una delle questioni più antiche e più irrisolte del meridione pubblico: il rapporto malato tra merito e appartenenza.

Con Lavinia Tiziano il dibattito è entrato in un territorio ancora troppo trascurato: la salute mentale, il benessere psicologico, il diritto a non sentirsi soli. La proposta di una rete di consultori adolescenziali e giovanili e quella di una legge regionale contro le discriminazioni dicono una cosa molto semplice: non esiste sviluppo urbano se la città non sa prendersi cura delle fragilità e non costruisce inclusione.

Il tavolo sulla rigenerazione urbana ha insistito su due fronti molto concreti: i parchi urbani come spazi di socialità e sostenibilità, e il tema del non finito edilizio, cioè quella bruttezza incompiuta che in troppe città del Sud si è trasformata in paesaggio abituale. Anche qui, la proposta non si è fermata alla denuncia: mappatura, classificazione, piano comunale, osservatorio, strumenti normativi.

Con Danilo Avila, la mobilità è tornata a essere ciò che è davvero: non un dettaglio tecnico, ma una condizione di cittadinanza. Corse serali e notturne, migliore integrazione tra ferro e gomma, biglietto unico, agevolazioni per studenti e giovani lavoratori sono richieste che vanno al cuore della vita quotidiana. Una città in cui la sera i ragazzi devono domandarsi come tornare a casa è una città che, semplicemente, non funziona.

Infine, il tavolo su Reggio città di mare, presentato da Ciccio, ha ricordato che il mare non può restare una cartolina. Le proposte della Casa del mare, del rafforzamento degli sport del mare e del vento, della ricerca scientifica legata al mare e del Festival del mare chiedono alla città di smettere di avere il mare come sfondo e di cominciare a pensarlo come progetto.

Il punto più delicato: la legalità e il disagio di una generazione

C’è stato poi un passaggio molto sincero, forse il più sincero dell’intera giornata. Quando Davide Latella ha affrontato il tema della ’ndrangheta, ha riconosciuto che il Forum non ha dedicato a questo nodo un tavolo specifico. Non per rimozione, ha spiegato, ma quasi per esasperazione morale: per una generazione che viaggia, studia, si confronta con altri contesti, la persistenza mafiosa appare come qualcosa di anacronistico, intollerabile, incompatibile con l’idea stessa di città normale.

Si può discutere questa scelta. Ma non si può negare che sia stata espressa con autenticità. E questo conta. Perché troppe volte la legalità viene evocata come formula rituale, mentre qui è apparsa come disagio reale, come rifiuto netto di considerare l’anomalia un destino.

La parola finale: comunità

Nella chiusura, Giulia Melissari ha riportato tutto a una parola decisiva: coprogettazione. Non come slogan, ma come metodo. E ha ricordato, ringraziando il terzo settore, Apice, Agape e le tante realtà che hanno sostenuto gratuitamente il percorso, che il Forum è nato dentro una trama di relazioni e di cura.

La citazione finale, presa da Internazionale, ha dato il tono giusto alla giornata: spesso l’eroe non è il singolo, ma la collettività. Ed è forse proprio qui che il Forum ha dato la lezione più importante. In un tempo in cui tutto spinge verso la personalizzazione, la semplificazione e il culto del volto, questi ragazzi hanno scelto di stare in scena come comunità.

Ora la politica deve decidere se limitarsi ad applaudire o cominciare a rispondere

Dopo le domande del pubblico, dopo i complimenti, dopo gli inviti al dialogo, resta una questione molto semplice.
Che cosa farà adesso la politica?

Perché il Forum delle Idee non ha consegnato alla città soltanto un testo. Ha consegnato una prova di maturità pubblica. Ha mostrato che esiste una generazione capace di organizzarsi, di studiare, di proporre, di mettersi in piazza senza urlare e senza piegarsi alla retorica.

A questo punto gli applausi non bastano più.
Servono luoghi di confronto reale.
Servono strumenti di rappresentanza.
Servono risposte amministrative e politiche.

I giovani di Reggio Calabria, in quella piazza, non hanno chiesto un riconoscimento simbolico.
Hanno chiesto una cosa più seria e più difficile: essere presi sul serio.

E da qui, per la città, dovrebbe cominciare tutto.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

@luigi.palamara

Quando i giovani smettono di chiedere spazio e cominciano a prenderselo A Reggio Calabria il Forum delle Idee porta in piazza un dossier, un metodo e una lezione per la politica: ascoltare non basta più, adesso bisogna rispondere L'Editoriale di Luigi Palamara Ci sono piazze che si riempiono di rabbia. Altre di attesa. Altre ancora di rituali già visti, di parole consumate, di presenze obbligate, di promesse che sanno di replica. E poi ci sono piazze che si riempiono di una cosa più rara: responsabilità. È quello che è accaduto l’11 aprile 2026, a Piazza Italia, a Reggio Calabria, dove il Forum delle Idee ha scelto di presentarsi alla città non con una protesta senza sbocco, non con una liturgia identitaria, non con una recita generazionale, ma con un lavoro vero. Un lavoro fatto di mesi, di incontri, di ascolto, di tavoli tematici, di riflessione. Un lavoro tradotto in un dossier di circa venticinque proposte. Il primo dato politico della giornata non sta nemmeno nei contenuti, pur rilevanti. Sta nel fatto che una generazione troppo spesso raccontata dagli altri ha deciso, finalmente, di parlare con la propria voce. In apertura, Giulia Melissari e Davide Latella hanno chiarito subito il punto essenziale: il Forum non è un partito, non è un movimento politico, non è un’appendice elettorale di nessuno. È uno spazio civico composto da giovani tra i 18 e i 35 anni — studenti, lavoratori, professionisti, ricercatori — che hanno scelto di incontrarsi per fare una cosa semplice e oggi straordinaria: ragionare insieme sul destino della città. Latella ha ricostruito il percorso con precisione. Dalla chiamata iniziale, cresciuta con il passaparola, fino al 7 settembre, quando circa 170 persone, divise in otto tavoli tematici, hanno discusso di bisogni, criticità e possibilità del territorio. Da lì è partito un lavoro che, tra settembre e gennaio, ha portato alla stesura di un dossier. Non un manifesto di buoni sentimenti. Non una lista di sogni. Ma un testo che prova a stare dentro il reale, con i limiti che ogni percorso civico inevitabilmente ha, ma anche con la serietà di chi sa che le città cambiano solo quando qualcuno si assume il compito di pensarle. Ed è stato molto importante che questo sia stato detto apertamente: non promesse, ma punti di partenza. In tempi di venditori di soluzioni immediate, anche questa misura è un fatto politico. Il presente dei giovani, il futuro dei bambini Tra i passaggi più belli della giornata c’è stato quello in cui Giulia Melissari ha corretto una formula abusata della retorica pubblica: i giovani non sono soltanto il futuro. Sono il presente. E già in questa frase c’è una presa di posizione netta. Perché ogni volta che la politica parla dei giovani solo al futuro, si autorizza da sola a non considerarli davvero nel presente. Ma il Forum è andato anche oltre, coinvolgendo i più piccoli in un percorso parallelo, raccontato nell’addendum “Reggio Forum delle Idee 3-11, con gli occhi dei più piccoli”. Qui la città è stata guardata dai bambini e dalle bambine, e le richieste emerse — spazi per giocare, luoghi per studiare, possibilità di muoversi meglio, una città più pulita — hanno ricordato a tutti che le domande più semplici sono spesso le più impegnative. Perché obbligano la politica a misurarsi non con le astrazioni, ma con la vita concreta. Il bisogno di partecipare, il bisogno di essere presi sul serio Prima ancora di entrare nei singoli temi, il Forum ha messo a fuoco alcuni nodi trasversali. Il primo è il bisogno di partecipazione. Una partecipazione vera, non evocata come ornamento. Il secondo è il difetto di dialogo tra enti e istituzioni, che troppo spesso procedono separati, senza visione comune. Il terzo è il rapporto insufficiente tra città e area metropolitana, ancora percepite come realtà poco integrate. Ma soprattutto è emersa una richiesta precisa: non essere ascoltati per cortesia, ma coinvolti per responsabilità. E questo principio si è riflesso in tutti gli interventi. Alessandra Coppola, in

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