San Giorgio d'Oro. Reggio Calabria. Il premio negato e la dignità confermata
L'Editoriale di Luigi Palamara
Alcune vicende, più che indignare, intristiscono. Perché rivelano non tanto la cattiveria degli uomini, quanto la loro piccolezza. E la piccolezza, quando si traveste da principio, diventa ancora più fastidiosa.
La storia è semplice. Mariano Barbalace, medico, professionista stimato, uomo che da ventitré anni presta la propria opera a Reggio Calabria, viene invitato a ricevere il San Giorgio d’Oro. Non un favore personale, non una medaglia di partito, non una carezza di corrente. Un riconoscimento pubblico per una storia professionale spesa nella città e per la città. Poi accade l’imprevisto: Barbalace decide di prendere parte a un progetto politico. Decide, cioè, di esercitare un diritto che in democrazia dovrebbe essere considerato normale, perfino auspicabile: metterci la faccia.
A quel punto, secondo quanto raccontato dallo stesso interessato, il premio sfuma. O, per meglio dire, viene fatto sfumare. La motivazione, se confermata nei termini riferiti, sarebbe di quelle che non fanno onore a nessuno: l’adesione politica renderebbe improvvisamente inadatto al riconoscimento chi, fino al giorno prima, ne era ritenuto degno.
Ecco il punto. Mariano Barbalace non è diventato un altro uomo nel momento in cui ha scelto di impegnarsi politicamente. Non ha cancellato ventitré anni di lavoro. Non ha disdetto i bambini curati, le famiglie incontrate, le giornate trascorse in corsia, i sacrifici compiuti in silenzio. Non ha perso merito perché ha acquisito una posizione. Semmai ha fatto ciò che molti predicano e pochi praticano: è uscito dalla comoda tribuna degli osservatori per entrare nell’arena, dove si prendono colpi, critiche e responsabilità.
In una città normale, una scelta del genere dovrebbe essere discussa, anche contestata, ma mai punita. Perché il dissenso è una cosa seria, la ritorsione è un’altra. E qui siamo davanti a una distinzione che dovrebbe essere elementare: un’associazione culturale può avere sensibilità, orientamenti, simpatie e antipatie. Ma quando assegna un riconoscimento civico, dovrebbe misurare le persone per ciò che hanno fatto, non per la collocazione politica che assumono.
Se Barbalace meritava il San Giorgio d’Oro prima della sua adesione politica, lo meritava anche dopo. Se invece non lo meritava, non si capisce perché fosse stato invitato a riceverlo. Delle due l’una: o il merito c’era, e allora ritirare o congelare quel riconoscimento appare una scorrettezza; oppure il merito non c’era, e allora la scorrettezza sta nell’averlo proposto. In entrambi i casi, l’Associazione Anassilaos esce male da questa vicenda.
Ne esce male perché dà l’impressione di confondere la cultura con il recinto, il premio con il permesso, il riconoscimento con il gradimento. E quando la cultura diventa selezione degli amici, smette di essere cultura e diventa salotto. Un salotto magari ben arredato, ma pur sempre un salotto: luogo dove si entra solo se si china il capo davanti al padrone di casa.
Barbalace, invece, da questa storia esce meglio di come vi era entrato. Non perché sia candidato o perché abbia scelto una parte. Questo, in fondo, riguarda lui e gli elettori. Ne esce meglio perché ha raccontato l’accaduto senza vittimismo e senza rancore, con quella compostezza che spesso manca proprio a chi si proclama custode delle buone maniere civiche. Ha rivendicato il suo percorso, non ha insultato nessuno, ha ricordato il suo legame con Reggio Calabria: una città non sua per nascita, ma diventata sua per scelta, lavoro e affetto.
E qui sta la parte più nobile della vicenda. Barbalace non ha chiesto un premio per la sua appartenenza politica. Lo aveva ricevuto, o stava per riceverlo, per ciò che aveva fatto nella vita professionale. E se davvero quel riconoscimento gli è stato negato per la sua scelta di campo, allora il problema non è Mariano Barbalace. Il problema è chi ritiene che la libertà valga solo finché coincide con le proprie simpatie.
La politica, specialmente in tempi come questi, ha bisogno di professionisti che non arrivino con il cappello in mano, ma con una storia alle spalle. Ha bisogno di persone il cui lavoro parli prima dei manifesti. Barbalace lo ha detto con semplicità: non servono troppe parole, parlano i fatti. E i fatti, nel suo caso, sembrano pesare più di qualsiasi pergamena.
Qualcuno ha osservato che il vero San Giorgio d’Oro Mariano Barbalace lo ha già ricevuto dai sedicimila bambini che avrebbe curato in questi anni. È una frase efficace, forse persino definitiva. Perché ci sono premi che si consegnano su un palco e altri che restano impressi nella gratitudine delle persone. I primi possono essere ritirati. I secondi no.
All’Associazione Anassilaos resta ora una domanda, semplice e scomoda: davvero un uomo smette di meritare un riconoscimento civico perché sceglie di impegnarsi politicamente? Se la risposta è sì, allora siamo davanti a un’idea assai modesta della democrazia. Se la risposta è no, allora qualcuno dovrebbe avere il coraggio di riconoscere l’errore.
In ogni caso, Mariano Barbalace ha già vinto la parte più importante della partita: quella della dignità. E la dignità, a differenza dei premi, non si assegna e non si revoca. Si possiede. Oppure no.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno.
@luigi.palamara San Giorgio d'Oro. Reggio Calabria. Il premio negato e la dignità confermata Alcune vicende, più che indignare, intristiscono. Perché rivelano non tanto la cattiveria degli uomini, quanto la loro piccolezza. E la piccolezza, quando si traveste da principio, diventa ancora più fastidiosa. La storia è semplice. Mariano Barbalace, medico, professionista stimato, uomo che da ventitré anni presta la propria opera a Reggio Calabria, viene invitato a ricevere il San Giorgio d’Oro. Non un favore personale, non una medaglia di partito, non una carezza di corrente. Un riconoscimento pubblico per una storia professionale spesa nella città e per la città. Poi accade l’imprevisto: Barbalace decide di prendere parte a un progetto politico. Decide, cioè, di esercitare un diritto che in democrazia dovrebbe essere considerato normale, perfino auspicabile: metterci la faccia. A quel punto, secondo quanto raccontato dallo stesso interessato, il premio sfuma. O, per meglio dire, viene fatto sfumare. La motivazione, se confermata nei termini riferiti, sarebbe di quelle che non fanno onore a nessuno: l’adesione politica renderebbe improvvisamente inadatto al riconoscimento chi, fino al giorno prima, ne era ritenuto degno. Ecco il punto. Mariano Barbalace non è diventato un altro uomo nel momento in cui ha scelto di impegnarsi politicamente. Non ha cancellato ventitré anni di lavoro. Non ha disdetto i bambini curati, le famiglie incontrate, le giornate trascorse in corsia, i sacrifici compiuti in silenzio. Non ha perso merito perché ha acquisito una posizione. Semmai ha fatto ciò che molti predicano e pochi praticano: è uscito dalla comoda tribuna degli osservatori per entrare nell’arena, dove si prendono colpi, critiche e responsabilità. In una città normale, una scelta del genere dovrebbe essere discussa, anche contestata, ma mai punita. Perché il dissenso è una cosa seria, la ritorsione è un’altra. E qui siamo davanti a una distinzione che dovrebbe essere elementare: un’associazione culturale può avere sensibilità, orientamenti, simpatie e antipatie. Ma quando assegna un riconoscimento civico, dovrebbe misurare le persone per ciò che hanno fatto, non per la collocazione politica che assumono. Se Barbalace meritava il San Giorgio d’Oro prima della sua adesione politica, lo meritava anche dopo. Se invece non lo meritava, non si capisce perché fosse stato invitato a riceverlo. Delle due l’una: o il merito c’era, e allora ritirare o congelare quel riconoscimento appare una scorrettezza; oppure il merito non c’era, e allora la scorrettezza sta nell’averlo proposto. In entrambi i casi, l’Associazione Anassilaos esce male da questa vicenda. Ne esce male perché dà l’impressione di confondere la cultura con il recinto, il premio con il permesso, il riconoscimento con il gradimento. E quando la cultura diventa selezione degli amici, smette di essere cultura e diventa salotto. Un salotto magari ben arredato, ma pur sempre un salotto: luogo dove si entra solo se si china il capo davanti al padrone di casa. Barbalace, invece, da questa storia esce meglio di come vi era entrato. Non perché sia candidato o perché abbia scelto una parte. Questo, in fondo, riguarda lui e gli elettori. Ne esce meglio perché ha raccontato l’accaduto senza vittimismo e senza rancore, con quella compostezza che spesso manca proprio a chi si proclama custode delle buone maniere civiche. Ha rivendicato il suo percorso, non ha insultato nessuno, ha ricordato il suo legame con Reggio Calabria: una città non sua per nascita, ma diventata sua per scelta, lavoro e affetto. E qui sta la parte più nobile della vicenda. Barbalace non ha chiesto un premio per la sua appartenenza politica. Lo aveva ricevuto, o stava per riceverlo, per ciò che aveva fatto nella vita professionale. E se davvero quel riconoscimento gli è stato negato per la sua scelta di campo, allora il problema non è Mariano Barbalace. Il problema è chi ritiene che la libertà valga solo finché coincide con le proprie sim
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