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Saviano assolto, Salvini sconfitto: a processo non era un uomo, ma la critica al potere.

Saviano assolto, Salvini sconfitto: a processo non era un uomo, ma la critica al potere. 
L'Editoriale di Luigi Palamara 
Assolto. E già questa parola, in un Paese che troppo spesso confonde la giustizia con il clamore e la critica con l’insulto, suona come una smentita fragorosa. Assolto Roberto Saviano, dopo otto anni di tribunali, rinvii, udienze e intimidazioni travestite da rivendicazioni d’onore. Assolto per aver chiamato Matteo Salvini “Ministro della Mala Vita”. E viene da chiedersi chi, in questa storia, abbia davvero subito un torto.

Otto anni. Otto anni per stabilire che una critica politica, perfino aspra, perfino feroce, resta una critica politica. Otto anni per affermare ciò che in una democrazia dovrebbe essere ovvio: il potere non è una reliquia da venerare, è materia da giudicare. E giudicare il potere, quando il potere usa la paura, la propaganda e il capro espiatorio come strumenti di consenso, non è diffamazione. È dovere civile.

Saviano è stato assolto, sì. Ma prima ancora è stato trascinato dentro una liturgia punitiva che in sé racconta molto. Perché il punto non era solo vincere una causa. Il punto era dare un segnale. Far capire che chi osa colpire il capo, il ministro, l’uomo forte da comizio permanente, può essere costretto a pagare anni di difese, udienze, attese. Non la giustizia, ma il logoramento. Non il diritto, ma l’avvertimento.

E qui compare Matteo Salvini, figura che da anni trasforma ogni questione pubblica in un palcoscenico privato, ogni dramma in uno slogan, ogni avversario in un bersaglio. Un politico che ha fatto della semplificazione brutale la sua grammatica e dell’ostilità la sua più fedele alleata. Uno che non discute: marca. Non argomenta: addita. Non governa le paure: le accarezza, le ingrassa, le mette a reddito.

Quando parlava di Saviano e diceva “gli toglieremo la scorta”, non pronunciava una frase neutra. Lo sapeva benissimo. Non era una battuta. Non era folclore da social. Era il consapevole uso della parola come randello, rivolto contro un uomo che vive sotto protezione per minacce mafiose. E bisogna avere una singolare disinvoltura morale per brandire simili allusioni dal banco di un ministero, come se il peso istituzionale non aggiungesse gravità, come se il potere non moltiplicasse la responsabilità.

“Ministro della Mala Vita” non è un’invenzione di Saviano. È una formula che viene da lontano, da Gaetano Salvemini, e colpisce oggi come colpiva allora perché nomina un vizio antico della politica italiana: nutrirsi della paura, usare i deboli, spremere il Sud come serbatoio di voti e restituirgli poi abbandono, rabbia, macerie. Non è un insulto da bettola. È una definizione storica, politica, severa. E come tutte le definizioni severe, brucia chi la merita.

L’assoluzione di Saviano ha dunque un valore che va oltre la sua persona. Dice che non tutto può essere sequestrato dalla vanità dei potenti. Dice che la parola critica non si processa solo perché disturba il manovratore. Dice che la libertà di espressione non si piega davanti al vittimismo di chi, pur occupando le istituzioni, pretende il privilegio dell’intoccabilità.

E c’è persino qualcosa di grottesco, in questa vicenda: l’accusatore che invoca il tribunale e poi, chiamato a testimoniare, non si presenta, accampando impedimenti di ogni genere. È l’immagine perfetta di una politica che ama l’enfasi ma sfugge al confronto, che alza la voce in piazza e si eclissa quando la scena diventa seria. Molto rumore per intimidire, pochissimo coraggio per rispondere.

No, questa assoluzione non restituisce gli otto anni perduti. Non cancella il messaggio intimidatorio. Ma ristabilisce una verità essenziale: le parole che raccontano il potere non possono essere messe alla sbarra solo perché il potere si offende. Anzi, quanto più il potere è arrogante, teatrale, vendicativo, tanto più deve sopportare di essere nominato per ciò che appare.

Saviano è stato assolto. E non è soltanto la sua vittoria. È una piccola vittoria della democrazia adulta contro la democrazia urlata, della critica contro la rappresaglia, della memoria civile contro il marketing politico. Quanto a Salvini, resta inchiodato a quel vizio che l’assoluzione mette a nudo senza appello: scambiare la forza con la prepotenza, il consenso con l’impunità, la propaganda con la verità.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

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