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SENZA PADRONI E SENZA PERMESSO: LA LIBERTÀ NON È UN BARATTO. PAROLA DI LUIGI PALAMARA

SENZA PADRONI E SENZA PERMESSO: LA LIBERTÀ NON È UN BARATTO. PAROLA DI LUIGI PALAMARA

​«Non devo dire grazie a nessuno, non ho debiti da saldare. La mia autonomia? Un prezzo che pago volentieri per restare uomo libero in una terra che non fa sconti.»

L'Editoriale di Luigi Palamara 


Ci sono parole che tutti pronunciano e che pochi, davvero, sono disposti a sopportare fino in fondo. Libertà è una di queste. La si invoca con facilità, la si esibisce con disinvoltura, la si celebra finché resta astratta. Ma quando diventa sostanza delle scelte, responsabilità personale, rinuncia alla protezione dei recinti, allora improvvisamente inquieta. Perché la libertà, quella vera, non consola: espone.

È dentro questa idea, e non altrove, che si colloca il compito di chi racconta una città. Osservarla, comprenderla, riferirne i fatti, avanzare opinioni, offrire una lettura dei suoi mutamenti e delle sue tensioni: non per vanità, non per esercitare una supremazia morale, ma per fedeltà a un dovere essenziale, quello della parola indipendente. Chi scrive senza padroni, del resto, non pretende di avere ragione per definizione; rivendica soltanto il diritto di non dover chiedere permesso.

Per questo, a chi si fosse atteso vincoli, appartenenze obbligate, riconoscenze dovute o disciplinate fedeltà, conviene forse ricordare una verità semplice: non ne ho mai avute. Ho scelto sempre, e soltanto, in piena libertà da che parte stare. L’ho fatto nel tempo, l’ho fatto pubblicamente, l’ho fatto assumendomi l’onere delle conseguenze. Senza mandato e senza tutela.

Nessuno me lo ha chiesto. E dunque nessuno ha titolo per reclamare gratitudine, così come nessuno ha motivo di attendersi restituzioni. Non ho crediti da esigere né debiti da onorare verso chicchessia. Le mie posizioni non sono il frutto di una contabilità delle convenienze, ma di una libertà esercitata sino in fondo. Capisco che questo, in un’epoca abituata a interpretare ogni parola come il riflesso di un interesse, possa apparire persino anomalo. E tuttavia è precisamente così.

La mia libertà non l’ho mai barattata. Non l’ho ceduta per quieto vivere, non l’ho piegata alla convenienza, non l’ho sacrificata all’opportunità del momento. E sarebbe singolare che ciò accadesse ora, proprio nel tempo della vita in cui si dovrebbe aver imparato almeno questo: che l’autonomia del giudizio è il bene più difficile da custodire e il più indegno da svendere. Vi è un’età in cui non si cercano più protezioni, ma soltanto chiarezza. E la chiarezza, quasi sempre, ha il tono sobrio e severo della libertà.

Chi vuole leggere ciò che scrivo, lo legga. Chi non vuole farlo, eserciti pure il suo diritto a passare oltre. Non vi è in questa affermazione alcuna altezzosità, ma soltanto il rifiuto di trasformare la parola in una domanda di consenso. Una voce libera non mendica approvazione. Si assume il rischio di essere ascoltata, contraddetta, talvolta fraintesa. Ma non rinuncia per questo alla propria natura.

Non sono io a decidere le sorti di nessuno. Non appartengo alla competizione politica, non sono candidato, non cerco investiture né ruoli. Non mi muovo nel recinto della contesa partitica, e proprio per questo non ho nulla da rinnegare delle posizioni assunte nel corso degli anni. Quelle posizioni le rivendico. Le rifarei. Perché furono libere allora e restano coerenti oggi.

La storia, intanto, non sospende il suo corso per adattarsi alle convenienze individuali. Procede, interroga, divide, costringe ciascuno a mostrare la propria misura. E ogni stagione presenta il suo conto. A chi scelga di restare libero, il prezzo richiesto è sempre lo stesso: l’esposizione personale, la solitudine del giudizio, la rinuncia ai vantaggi dell’obbedienza. È un prezzo che conosco. Ed è un prezzo che, ancora oggi, considero giusto pagare.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

@luigi.palamara

SENZA PADRONI E SENZA PERMESSO: LA LIBERTÀ NON È UN BARATTO. PAROLA DI LUIGI PALAMARA ​«Non devo dire grazie a nessuno, non ho debiti da saldare. La mia autonomia? Un prezzo che pago volentieri per restare uomo libero in una terra che non fa sconti.» L'Editoriale di Luigi Palamara Ci sono parole che tutti pronunciano e che pochi, davvero, sono disposti a sopportare fino in fondo. Libertà è una di queste. La si invoca con facilità, la si esibisce con disinvoltura, la si celebra finché resta astratta. Ma quando diventa sostanza delle scelte, responsabilità personale, rinuncia alla protezione dei recinti, allora improvvisamente inquieta. Perché la libertà, quella vera, non consola: espone. È dentro questa idea, e non altrove, che si colloca il compito di chi racconta una città. Osservarla, comprenderla, riferirne i fatti, avanzare opinioni, offrire una lettura dei suoi mutamenti e delle sue tensioni: non per vanità, non per esercitare una supremazia morale, ma per fedeltà a un dovere essenziale, quello della parola indipendente. Chi scrive senza padroni, del resto, non pretende di avere ragione per definizione; rivendica soltanto il diritto di non dover chiedere permesso. Per questo, a chi si fosse atteso vincoli, appartenenze obbligate, riconoscenze dovute o disciplinate fedeltà, conviene forse ricordare una verità semplice: non ne ho mai avute. Ho scelto sempre, e soltanto, in piena libertà da che parte stare. L’ho fatto nel tempo, l’ho fatto pubblicamente, l’ho fatto assumendomi l’onere delle conseguenze. Senza mandato e senza tutela. Nessuno me lo ha chiesto. E dunque nessuno ha titolo per reclamare gratitudine, così come nessuno ha motivo di attendersi restituzioni. Non ho crediti da esigere né debiti da onorare verso chicchessia. Le mie posizioni non sono il frutto di una contabilità delle convenienze, ma di una libertà esercitata sino in fondo. Capisco che questo, in un’epoca abituata a interpretare ogni parola come il riflesso di un interesse, possa apparire persino anomalo. E tuttavia è precisamente così. La mia libertà non l’ho mai barattata. Non l’ho ceduta per quieto vivere, non l’ho piegata alla convenienza, non l’ho sacrificata all’opportunità del momento. E sarebbe singolare che ciò accadesse ora, proprio nel tempo della vita in cui si dovrebbe aver imparato almeno questo: che l’autonomia del giudizio è il bene più difficile da custodire e il più indegno da svendere. Vi è un’età in cui non si cercano più protezioni, ma soltanto chiarezza. E la chiarezza, quasi sempre, ha il tono sobrio e severo della libertà. Chi vuole leggere ciò che scrivo, lo legga. Chi non vuole farlo, eserciti pure il suo diritto a passare oltre. Non vi è in questa affermazione alcuna altezzosità, ma soltanto il rifiuto di trasformare la parola in una domanda di consenso. Una voce libera non mendica approvazione. Si assume il rischio di essere ascoltata, contraddetta, talvolta fraintesa. Ma non rinuncia per questo alla propria natura. Non sono io a decidere le sorti di nessuno. Non appartengo alla competizione politica, non sono candidato, non cerco investiture né ruoli. Non mi muovo nel recinto della contesa partitica, e proprio per questo non ho nulla da rinnegare delle posizioni assunte nel corso degli anni. Quelle posizioni le rivendico. Le rifarei. Perché furono libere allora e restano coerenti oggi. La storia, intanto, non sospende il suo corso per adattarsi alle convenienze individuali. Procede, interroga, divide, costringe ciascuno a mostrare la propria misura. E ogni stagione presenta il suo conto. A chi scelga di restare libero, il prezzo richiesto è sempre lo stesso: l’esposizione personale, la solitudine del giudizio, la rinuncia ai vantaggi dell’obbedienza. È un prezzo che conosco. Ed è un prezzo che, ancora oggi, considero giusto pagare. Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno

♬ audio originale - Luigi Palamara

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