System House-Enel, ovvero la legge piegata, il Sud sacrificato, i lavoratori presi in giro
L'Editoriale di Luigi Palamara
Ci sono vicende che, a raccontarle male, sembrano faccende tecniche. Gare. Appalti. Clausole. Subentri. Territorialità. Tavoli. Ministeri. Parole grigie, parole da burocrazia, parole da convegno, parole dietro cui il potere ama nascondersi quando non vuole dire la verità. Poi però vai a vedere meglio e scopri che sotto quelle parole ci sono trecento persone a Reggio Calabria, mille in Calabria, famiglie intere appese a una decisione presa altrove, da gente che firma carte senza mai incrociare gli occhi di chi ne pagherà il prezzo.
E allora basta con la liturgia del linguaggio neutro. Qui la questione è semplice. C’è una clausola sociale. C’è un principio di territorialità. Ci sono lavoratori che da anni garantiscono un servizio. E c’è una grande azienda, Enel, che non è la bottega del signor nessuno ma una società in cui lo Stato c’entra eccome, che si muove come se le regole fossero elastiche: rigide per i deboli, flessibili per i forti.
Il punto è tutto qui. E sarebbe persino facile da capire, se non ci fosse un accanimento sistematico a complicare l’evidenza.
A Reggio Calabria non si discute di filosofia del lavoro. Si discute del pane. Di stipendi. Di mutui. Di figli. Di gente che ha costruito una vita nel proprio territorio e che adesso rischia di sentirsi dire: il lavoro forse c’è ancora, ma non per te, non qui, non dove vivi, non dove hai le radici. In pratica: arrangiati. In italiano elegante si chiama riorganizzazione. In italiano vero si chiama licenziamento mascherato.
Perché questo è. Non ti caccio apertamente. Ti sposto. Ti allontano. Ti offro una soluzione così assurda da costringerti a rinunciare. È il capolavoro dell’ipocrisia contemporanea: non assumersi il peso morale di un licenziamento e scaricare sui lavoratori l’onere di sparire da soli.
Il Consiglio comunale di Reggio Calabria, il 9 aprile 2026, almeno una cosa l’ha capita. E per questo va riconosciuto. Maggioranza e opposizione, per una volta, non si sono messe a giocare alla solita commedia delle bandierine, ma hanno approvato all’unanimità una risoluzione. È intervenuto Antonino Malara, presidente della Commissione sul lavoro, ricordando un fatto essenziale: la vertenza parte da lontano, dallo sciopero del 9 gennaio, e da allora il problema è stato chiaro a chiunque volesse guardarlo senza paraocchi. Claudola sociale e territorialità non sono orpelli. Se saltano, saltano le persone.
Malara ha detto una cosa che dovrebbe essere scolpita sulle porte di certi uffici ministeriali: senza quelle garanzie il rischio è quello di licenziamenti mascherati. E ha fatto anche un’altra cosa, non meno importante: ha portato il problema dentro le istituzioni, ascoltando i sindacati, costruendo un testo unitario, chiedendo un tavolo con Enel, Regione Calabria, Governo e ministeri competenti. È il minimo, certo. Ma oggi persino il minimo sembra rivoluzionario, se appena qualcuno si prende la briga di chiamare le cose col loro nome.
Sulla stessa linea si è mosso Giuseppe Giordano, che ha definito quella risoluzione un atto di responsabilità. E qui la parola giusta è proprio questa: responsabilità. Perché gli enti locali magari non decidono tutto, ma non possono fare gli ignavi mentre una crisi del lavoro diventa crisi sociale. Giordano l’ha detto in modo netto: la clausola sociale va applicata senza se e senza ma. Senza se e senza ma. Non “compatibilmente”. Non “salvo diversa valutazione”. Non “secondo le esigenze del mercato”. Senza se e senza ma.
E invece pare che in Italia le regole valgano sempre con un asterisco. Se sei un lavoratore, guai a te se sbagli una virgola. Se sei un colosso, ci sono sempre una nota a piè di pagina, una interpretazione creativa, una discrezionalità salvifica.
Il giorno dopo, 10 aprile, davanti alla sede di System House ad Arangea, la politica ha incrociato la strada vera della vertenza: quella dei presìdi, delle facce stanche, dei sindacalisti che da mesi ripetono la stessa richiesta e dei lavoratori che da mesi si sentono rispondere col silenzio.
Ancora Antonino Malara, intervistato da Luigi Palamara, ha insistito sul fatto che qui non si parla solo di Reggio Calabria. Si parla di Mezzogiorno. Giustissimo. Perché il Sud è sempre il banco di prova delle vigliaccherie nazionali. Quando c’è da tagliare, si taglia lì. Quando c’è da sperimentare la precarietà come metodo, si comincia lì. Quando c’è da vedere fin dove possono arretrare i diritti senza provocare uno scandalo nazionale, si guarda lì. Calabria, Sicilia, Abruzzo, Campania: la geografia di queste operazioni non è mai casuale. È politica pura.
Poi parlano i sindacati. E parlano con una chiarezza che, paradossalmente, mette in imbarazzo chi fa finta di non capire.
Tiberio La Camera, della SLC CGIL Calabria, mette il dito nella piaga più moderna e più ipocrita: l’uso dell’intelligenza artificiale come alibi per ridurre il lavoro. Eccola, la nuova religione del profitto senza colpa. Basta pronunciare due parole inglesi, qualche formula sul futuro, e improvvisamente ciò che ieri sarebbe sembrato un attacco brutale all’occupazione oggi viene venduto come modernizzazione inevitabile. La Camera dice che nella gara Enel sul Back Office Quality si prevede un calo del 40% delle risorse. Quaranta per cento. E lo si giustifica con automazione e riorganizzazione. Ma il punto, spiega lui, non è la tecnologia. Il punto è l’uso della tecnologia per scaricare sui lavoratori il costo di una scelta aziendale. È una differenza enorme, ma volutamente occultata.
La Camera ricorda un’altra verità che in certi salotti si preferisce dimenticare: la clausola sociale e la territorialità non sono regali. Sono conquiste. Sono il frutto di scioperi, di battaglie, di anni passati a difendere un pezzo di civiltà contro la tendenza naturale del mercato a trattare il lavoro come una variabile di aggiustamento. E quando dice che spostare il lavoro lontano equivale a un licenziamento mascherato, non fa retorica. Fa un conto semplice. Chi prende uno stipendio modesto e vive a Reggio Calabria, come fa ad andare in Abruzzo? Con quale denaro? Con quale logica? Con quale disprezzo da parte di chi glielo propone?
Poi arriva Maurizio Nobile, della Fistel CISL Calabria, e alza ancora il livello dello scandalo. Dice che qui non c’è solo una stortura sindacale o contrattuale. C’è un problema di moralità pubblica. E come dargli torto? Perché Enel non è un’avventura privata qualsiasi. Dentro Enel c’è il Ministero dell’Economia e delle Finanze. Dentro Enel c’è lo Stato. E allora la domanda diventa feroce: com’è possibile che proprio lì, proprio dove una qualche decenza pubblica dovrebbe sopravvivere, la clausola sociale venga trattata come un impiccio e non come un limite invalicabile?
Nobile ricorda anche un fatto che basta da solo a fotografare la situazione: Enel non si è seduta ai tavoli di discussione. E questo basta e avanza per capire il clima. Quando un’azienda non si presenta, sta dicendo che non ritiene il confronto necessario. Sta dicendo che decide lei, che gli altri al massimo possono protestare. È una forma di arroganza molto diffusa: quella di chi confonde la forza economica con l’immunità morale.
Nobile, però, non cede al lamento. Ricorda che in altre situazioni, con pressione sindacale e determinazione, si è riusciti a ottenere il rispetto della territorialità e l’assorbimento dei lavoratori. Dunque la soluzione non è impossibile. Ma nessuno la regalerà. Va strappata. E già questo, in un Paese che si riempie la bocca di legalità, dovrebbe far vergognare qualcuno.
Poi parla Giuseppe Cantarella, della UILCOM Calabria, e riporta la vicenda al suo centro più nudo: le famiglie. Lo fa senza enfasi, quasi con la naturalezza di chi sa che non c’è bisogno di abbellire la realtà quando la realtà è già abbastanza crudele. Dice che i lavoratori vivono tra proroghe e incertezza. Proroghe. Che parola italiana. Una parola che sembra amministrativa e invece è psicologica, esistenziale. Vuol dire stare sospesi. Vuol dire non sapere. Vuol dire non riuscire a organizzare la propria vita perché qualcun altro si prende il lusso di rinviare.
Cantarella ricorda che questi non sono lavoratori improvvisati. Sono persone che da oltre quindici anni garantiscono servizi per Enel attraverso System House. Quindici anni. Una vita lavorativa, non un esperimento. E allora la sua frase, così ovvia da diventare quasi rivoluzionaria, è questa: dietro ogni lavoratore ci sono famiglie. Eccolo il punto che i tecnici, i manager, gli specialisti della competitività fanno finta di non vedere. Dietro ogni numero c’è una cucina accesa o spenta. C’è un figlio all’università o un figlio costretto a fermarsi. C’è una rata del mutuo o una rata che salta.
E infine arriva Rossella, lavoratrice di System House e rappresentante sindacale UILCOM. Ed è forse la voce più forte proprio perché è la più semplice. Rossella non parla da un tavolo negoziale. Parla da dentro la ferita. Dice che già a gennaio erano in sciopero e che dopo tre mesi nulla è cambiato. Tre mesi. Per chi decide dall’alto sono un dettaglio. Per chi aspetta dal basso sono un’eternità.
Rossella spiega cos’è la territorialità senza bisogno di giuristi: vuol dire poter restare nella propria regione, nella propria città, nella propria vita. Fa persino una concessione al mercato: perdere una gara può accadere. Certo che può accadere. Nessuno contesta la competizione in sé. Si contesta il trucco. Si contesta l’omissione di una parte fondamentale della clausola sociale. Lei parla ironicamente di “dimenticanza”, ma la sbugiarda subito: una tutela così non si dimentica, si sceglie di non rispettarla.
Ed è nel suo intervento che emerge il cuore della tragedia silenziosa di tante vertenze meridionali: il diritto a non essere espulsi dalla propria terra. Perché questo significa. Non una rivendicazione astratta. Non ideologia. Non massimalismo. Solo il diritto di continuare a vivere e lavorare dove si è costruita la propria esistenza.
Messi insieme, questi interventi compongono un quadro persino troppo chiaro.
Antonino Malara ha portato la vertenza dentro le istituzioni.
Giuseppe Giordano ha ricordato che la clausola sociale non si discute a convenienza.
Tiberio La Camera ha denunciato il rischio che l’innovazione diventi il paravento del taglio occupazionale.
Maurizio Nobile ha posto la questione morale di una partecipata pubblica che tace e si sottrae.
Giuseppe Cantarella ha ricordato che dietro ogni busta paga ci sono famiglie.
Rossella ha dato voce alla normalità negata di chi rischia di dover scegliere tra lavoro e radici.
A questo punto bisogna dirlo senza prudenza: non siamo davanti a una controversia tecnica. Siamo davanti a una questione di civiltà. Se la clausola sociale può essere svuotata. Se la territorialità può essere trattata come opzionale. Se una grande azienda partecipata dallo Stato può restare muta mentre centinaia di famiglie vengono tenute in sospensione. Allora il problema non è solo di Reggio Calabria. È dell’Italia intera. È dell’idea di Paese che stiamo accettando, un centimetro alla volta, rinuncia dopo rinuncia, umiliazione dopo umiliazione.
Il Sud, ancora una volta, è il laboratorio del sacrificio. Ma non perché il Sud valga meno. Perché troppo spesso si pensa che protesti meno, conti meno, faccia meno rumore. E allora bisogna dirlo chiaramente: Reggio Calabria non chiede favori. Chiede che una regola venga rispettata. Chiede che il lavoro non venga trattato come merce migrante. Chiede che lo Stato, quando c’è di mezzo una sua grande partecipata, abbia almeno il pudore di non voltarsi dall’altra parte.
Il Consiglio comunale ha fatto la sua parte.
I sindacati stanno facendo la loro.
I lavoratori stanno pagando sulla propria pelle il prezzo dell’attesa.
Adesso tocca a Enel, alla Regione Calabria, al Governo, al Ministero dell’Economia e ai ministeri competenti.
Perché una clausola sociale non rispettata non è solo una violazione. È un messaggio. E il messaggio, se passa, è devastante: nel Mezzogiorno il lavoro si può spostare, svuotare, rendere impraticabile, perfino sotto lo sguardo dello Stato.
E allora no, questa non è una delle tante vertenze. È una cartina di tornasole. È una prova di verità. E da come finirà si capirà se in questo Paese il lavoro è ancora un diritto o è già diventato una resistenza.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
@luigi.palamara Intervento del Consigliere Antonino Malara e Giuseppe Giordano durante il Consiglio Comunale di Reggio Calabria del 9 aprile 2026. System House-Enel, ovvero la legge piegata, il Sud sacrificato, i lavoratori presi in giro L'Editoriale di Luigi Palamara  Ci sono vicende che, a raccontarle male, sembrano faccende tecniche. Gare. Appalti. Clausole. Subentri. Territorialità. Tavoli. Ministeri. Parole grigie, parole da burocrazia, parole da convegno, parole dietro cui il potere ama nascondersi quando non vuole dire la verità. Poi però vai a vedere meglio e scopri che sotto quelle parole ci sono trecento persone a Reggio Calabria, mille in Calabria, famiglie intere appese a una decisione presa altrove, da gente che firma carte senza mai incrociare gli occhi di chi ne pagherà il prezzo. E allora basta con la liturgia del linguaggio neutro. Qui la questione è semplice. C’è una clausola sociale. C’è un principio di territorialità. Ci sono lavoratori che da anni garantiscono un servizio. E c’è una grande azienda, Enel, che non è la bottega del signor nessuno ma una società in cui lo Stato c’entra eccome, che si muove come se le regole fossero elastiche: rigide per i deboli, flessibili per i forti. Il punto è tutto qui. E sarebbe persino facile da capire, se non ci fosse un accanimento sistematico a complicare l’evidenza. A Reggio Calabria non si discute di filosofia del lavoro. Si discute del pane. Di stipendi. Di mutui. Di figli. Di gente che ha costruito una vita nel proprio territorio e che adesso rischia di sentirsi dire: il lavoro forse c’è ancora, ma non per te, non qui, non dove vivi, non dove hai le radici. In pratica: arrangiati. In italiano elegante si chiama riorganizzazione. In italiano vero si chiama licenziamento mascherato. Perché questo è. Non ti caccio apertamente. Ti sposto. Ti allontano. Ti offro una soluzione così assurda da costringerti a rinunciare. È il capolavoro dell’ipocrisia contemporanea: non assumersi il peso morale di un licenziamento e scaricare sui lavoratori l’onere di sparire da soli. Il Consiglio comunale di Reggio Calabria, il 9 aprile 2026, almeno una cosa l’ha capita. E per questo va riconosciuto. Maggioranza e opposizione, per una volta, non si sono messe a giocare alla solita commedia delle bandierine, ma hanno approvato all’unanimità una risoluzione. È intervenuto Antonino Malara, presidente della Commissione sul lavoro, ricordando un fatto essenziale: la vertenza parte da lontano, dallo sciopero del 9 gennaio, e da allora il problema è stato chiaro a chiunque volesse guardarlo senza paraocchi. Claudola sociale e territorialità non sono orpelli. Se saltano, saltano le persone. Malara ha detto una cosa che dovrebbe essere scolpita sulle porte di certi uffici ministeriali: senza quelle garanzie il rischio è quello di licenziamenti mascherati. E ha fatto anche un’altra cosa, non meno importante: ha portato il problema dentro le istituzioni, ascoltando i sindacati, costruendo un testo unitario, chiedendo un tavolo con Enel, Regione Calabria, Governo e ministeri competenti. È il minimo, certo. Ma oggi persino il minimo sembra rivoluzionario, se appena qualcuno si prende la briga di chiamare le cose col loro nome. Sulla stessa linea si è mosso Giuseppe Giordano, che ha definito quella risoluzione un atto di responsabilità. E qui la parola giusta è proprio questa: responsabilità. Perché gli enti locali magari non decidono tutto, ma non possono fare gli ignavi mentre una crisi del lavoro diventa crisi sociale. Giordano l’ha detto in modo netto: la clausola sociale va applicata senza se e senza ma. Senza se e senza ma. Non “compatibilmente”. Non “salvo diversa valutazione”. Non “secondo le esigenze del mercato”. Senza se e senza ma. E invece pare che in Italia le regole valgano sempre con un asterisco. Se sei un lavoratore, guai a te se sbagli una virgola. Se sei un colosso, ci sono sempre una nota a piè di pagina, una interpretazione creativa, una discrezionalità salvifica. Il giorno dopo,
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@luigi.palamara Intervista al Consigliere Antonino Malara del 10 aprile 2026. System House-Enel, ovvero la legge piegata, il Sud sacrificato, i lavoratori presi in giro L'Editoriale di Luigi Palamara  Ci sono vicende che, a raccontarle male, sembrano faccende tecniche. Gare. Appalti. Clausole. Subentri. Territorialità. Tavoli. Ministeri. Parole grigie, parole da burocrazia, parole da convegno, parole dietro cui il potere ama nascondersi quando non vuole dire la verità. Poi però vai a vedere meglio e scopri che sotto quelle parole ci sono trecento persone a Reggio Calabria, mille in Calabria, famiglie intere appese a una decisione presa altrove, da gente che firma carte senza mai incrociare gli occhi di chi ne pagherà il prezzo. E allora basta con la liturgia del linguaggio neutro. Qui la questione è semplice. C’è una clausola sociale. C’è un principio di territorialità. Ci sono lavoratori che da anni garantiscono un servizio. E c’è una grande azienda, Enel, che non è la bottega del signor nessuno ma una società in cui lo Stato c’entra eccome, che si muove come se le regole fossero elastiche: rigide per i deboli, flessibili per i forti. Il punto è tutto qui. E sarebbe persino facile da capire, se non ci fosse un accanimento sistematico a complicare l’evidenza. A Reggio Calabria non si discute di filosofia del lavoro. Si discute del pane. Di stipendi. Di mutui. Di figli. Di gente che ha costruito una vita nel proprio territorio e che adesso rischia di sentirsi dire: il lavoro forse c’è ancora, ma non per te, non qui, non dove vivi, non dove hai le radici. In pratica: arrangiati. In italiano elegante si chiama riorganizzazione. In italiano vero si chiama licenziamento mascherato. Perché questo è. Non ti caccio apertamente. Ti sposto. Ti allontano. Ti offro una soluzione così assurda da costringerti a rinunciare. È il capolavoro dell’ipocrisia contemporanea: non assumersi il peso morale di un licenziamento e scaricare sui lavoratori l’onere di sparire da soli. Il Consiglio comunale di Reggio Calabria, il 9 aprile 2026, almeno una cosa l’ha capita. E per questo va riconosciuto. Maggioranza e opposizione, per una volta, non si sono messe a giocare alla solita commedia delle bandierine, ma hanno approvato all’unanimità una risoluzione. È intervenuto Antonino Malara, presidente della Commissione sul lavoro, ricordando un fatto essenziale: la vertenza parte da lontano, dallo sciopero del 9 gennaio, e da allora il problema è stato chiaro a chiunque volesse guardarlo senza paraocchi. Claudola sociale e territorialità non sono orpelli. Se saltano, saltano le persone. Malara ha detto una cosa che dovrebbe essere scolpita sulle porte di certi uffici ministeriali: senza quelle garanzie il rischio è quello di licenziamenti mascherati. E ha fatto anche un’altra cosa, non meno importante: ha portato il problema dentro le istituzioni, ascoltando i sindacati, costruendo un testo unitario, chiedendo un tavolo con Enel, Regione Calabria, Governo e ministeri competenti. È il minimo, certo. Ma oggi persino il minimo sembra rivoluzionario, se appena qualcuno si prende la briga di chiamare le cose col loro nome. Sulla stessa linea si è mosso Giuseppe Giordano, che ha definito quella risoluzione un atto di responsabilità. E qui la parola giusta è proprio questa: responsabilità. Perché gli enti locali magari non decidono tutto, ma non possono fare gli ignavi mentre una crisi del lavoro diventa crisi sociale. Giordano l’ha detto in modo netto: la clausola sociale va applicata senza se e senza ma. Senza se e senza ma. Non “compatibilmente”. Non “salvo diversa valutazione”. Non “secondo le esigenze del mercato”. Senza se e senza ma. E invece pare che in Italia le regole valgano sempre con un asterisco. Se sei un lavoratore, guai a te se sbagli una virgola. Se sei un colosso, ci sono sempre una nota a piè di pagina, una interpretazione creativa, una discrezionalità salvifica. Il giorno dopo, 10 aprile, davanti alla sede di System House ad Arangea, la politica
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@luigi.palamara Intervista a Tiberio La Camera SLC CGIL CALABRIA System House-Enel, ovvero la legge piegata, il Sud sacrificato, i lavoratori presi in giro L'Editoriale di Luigi Palamara  Ci sono vicende che, a raccontarle male, sembrano faccende tecniche. Gare. Appalti. Clausole. Subentri. Territorialità. Tavoli. Ministeri. Parole grigie, parole da burocrazia, parole da convegno, parole dietro cui il potere ama nascondersi quando non vuole dire la verità. Poi però vai a vedere meglio e scopri che sotto quelle parole ci sono trecento persone a Reggio Calabria, mille in Calabria, famiglie intere appese a una decisione presa altrove, da gente che firma carte senza mai incrociare gli occhi di chi ne pagherà il prezzo. E allora basta con la liturgia del linguaggio neutro. Qui la questione è semplice. C’è una clausola sociale. C’è un principio di territorialità. Ci sono lavoratori che da anni garantiscono un servizio. E c’è una grande azienda, Enel, che non è la bottega del signor nessuno ma una società in cui lo Stato c’entra eccome, che si muove come se le regole fossero elastiche: rigide per i deboli, flessibili per i forti. Il punto è tutto qui. E sarebbe persino facile da capire, se non ci fosse un accanimento sistematico a complicare l’evidenza. A Reggio Calabria non si discute di filosofia del lavoro. Si discute del pane. Di stipendi. Di mutui. Di figli. Di gente che ha costruito una vita nel proprio territorio e che adesso rischia di sentirsi dire: il lavoro forse c’è ancora, ma non per te, non qui, non dove vivi, non dove hai le radici. In pratica: arrangiati. In italiano elegante si chiama riorganizzazione. In italiano vero si chiama licenziamento mascherato. Perché questo è. Non ti caccio apertamente. Ti sposto. Ti allontano. Ti offro una soluzione così assurda da costringerti a rinunciare. È il capolavoro dell’ipocrisia contemporanea: non assumersi il peso morale di un licenziamento e scaricare sui lavoratori l’onere di sparire da soli. Il Consiglio comunale di Reggio Calabria, il 9 aprile 2026, almeno una cosa l’ha capita. E per questo va riconosciuto. Maggioranza e opposizione, per una volta, non si sono messe a giocare alla solita commedia delle bandierine, ma hanno approvato all’unanimità una risoluzione. È intervenuto Antonino Malara, presidente della Commissione sul lavoro, ricordando un fatto essenziale: la vertenza parte da lontano, dallo sciopero del 9 gennaio, e da allora il problema è stato chiaro a chiunque volesse guardarlo senza paraocchi. Claudola sociale e territorialità non sono orpelli. Se saltano, saltano le persone. Malara ha detto una cosa che dovrebbe essere scolpita sulle porte di certi uffici ministeriali: senza quelle garanzie il rischio è quello di licenziamenti mascherati. E ha fatto anche un’altra cosa, non meno importante: ha portato il problema dentro le istituzioni, ascoltando i sindacati, costruendo un testo unitario, chiedendo un tavolo con Enel, Regione Calabria, Governo e ministeri competenti. È il minimo, certo. Ma oggi persino il minimo sembra rivoluzionario, se appena qualcuno si prende la briga di chiamare le cose col loro nome. Sulla stessa linea si è mosso Giuseppe Giordano, che ha definito quella risoluzione un atto di responsabilità. E qui la parola giusta è proprio questa: responsabilità. Perché gli enti locali magari non decidono tutto, ma non possono fare gli ignavi mentre una crisi del lavoro diventa crisi sociale. Giordano l’ha detto in modo netto: la clausola sociale va applicata senza se e senza ma. Senza se e senza ma. Non “compatibilmente”. Non “salvo diversa valutazione”. Non “secondo le esigenze del mercato”. Senza se e senza ma. E invece pare che in Italia le regole valgano sempre con un asterisco. Se sei un lavoratore, guai a te se sbagli una virgola. Se sei un colosso, ci sono sempre una nota a piè di pagina, una interpretazione creativa, una discrezionalità salvifica. Il giorno dopo, 10 aprile, davanti alla sede di System House ad Arangea, la politica ha incrociat
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@luigi.palamara Intervista a Giuseppe Cantarella della UILCOM Calabria. System House-Enel, ovvero la legge piegata, il Sud sacrificato, i lavoratori presi in giro L'Editoriale di Luigi Palamara  Ci sono vicende che, a raccontarle male, sembrano faccende tecniche. Gare. Appalti. Clausole. Subentri. Territorialità. Tavoli. Ministeri. Parole grigie, parole da burocrazia, parole da convegno, parole dietro cui il potere ama nascondersi quando non vuole dire la verità. Poi però vai a vedere meglio e scopri che sotto quelle parole ci sono trecento persone a Reggio Calabria, mille in Calabria, famiglie intere appese a una decisione presa altrove, da gente che firma carte senza mai incrociare gli occhi di chi ne pagherà il prezzo. E allora basta con la liturgia del linguaggio neutro. Qui la questione è semplice. C’è una clausola sociale. C’è un principio di territorialità. Ci sono lavoratori che da anni garantiscono un servizio. E c’è una grande azienda, Enel, che non è la bottega del signor nessuno ma una società in cui lo Stato c’entra eccome, che si muove come se le regole fossero elastiche: rigide per i deboli, flessibili per i forti. Il punto è tutto qui. E sarebbe persino facile da capire, se non ci fosse un accanimento sistematico a complicare l’evidenza. A Reggio Calabria non si discute di filosofia del lavoro. Si discute del pane. Di stipendi. Di mutui. Di figli. Di gente che ha costruito una vita nel proprio territorio e che adesso rischia di sentirsi dire: il lavoro forse c’è ancora, ma non per te, non qui, non dove vivi, non dove hai le radici. In pratica: arrangiati. In italiano elegante si chiama riorganizzazione. In italiano vero si chiama licenziamento mascherato. Perché questo è. Non ti caccio apertamente. Ti sposto. Ti allontano. Ti offro una soluzione così assurda da costringerti a rinunciare. È il capolavoro dell’ipocrisia contemporanea: non assumersi il peso morale di un licenziamento e scaricare sui lavoratori l’onere di sparire da soli. Il Consiglio comunale di Reggio Calabria, il 9 aprile 2026, almeno una cosa l’ha capita. E per questo va riconosciuto. Maggioranza e opposizione, per una volta, non si sono messe a giocare alla solita commedia delle bandierine, ma hanno approvato all’unanimità una risoluzione. È intervenuto Antonino Malara, presidente della Commissione sul lavoro, ricordando un fatto essenziale: la vertenza parte da lontano, dallo sciopero del 9 gennaio, e da allora il problema è stato chiaro a chiunque volesse guardarlo senza paraocchi. Claudola sociale e territorialità non sono orpelli. Se saltano, saltano le persone. Malara ha detto una cosa che dovrebbe essere scolpita sulle porte di certi uffici ministeriali: senza quelle garanzie il rischio è quello di licenziamenti mascherati. E ha fatto anche un’altra cosa, non meno importante: ha portato il problema dentro le istituzioni, ascoltando i sindacati, costruendo un testo unitario, chiedendo un tavolo con Enel, Regione Calabria, Governo e ministeri competenti. È il minimo, certo. Ma oggi persino il minimo sembra rivoluzionario, se appena qualcuno si prende la briga di chiamare le cose col loro nome. Sulla stessa linea si è mosso Giuseppe Giordano, che ha definito quella risoluzione un atto di responsabilità. E qui la parola giusta è proprio questa: responsabilità. Perché gli enti locali magari non decidono tutto, ma non possono fare gli ignavi mentre una crisi del lavoro diventa crisi sociale. Giordano l’ha detto in modo netto: la clausola sociale va applicata senza se e senza ma. Senza se e senza ma. Non “compatibilmente”. Non “salvo diversa valutazione”. Non “secondo le esigenze del mercato”. Senza se e senza ma. E invece pare che in Italia le regole valgano sempre con un asterisco. Se sei un lavoratore, guai a te se sbagli una virgola. Se sei un colosso, ci sono sempre una nota a piè di pagina, una interpretazione creativa, una discrezionalità salvifica. Il giorno dopo, 10 aprile, davanti alla sede di System House ad Arangea, la politica ha i
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@luigi.palamara Intervista a Rossella, lavoratrice di System House e rappresentante sindacale UILCOM. System House-Enel, ovvero la legge piegata, il Sud sacrificato, i lavoratori presi in giro L'Editoriale di Luigi Palamara  Ci sono vicende che, a raccontarle male, sembrano faccende tecniche. Gare. Appalti. Clausole. Subentri. Territorialità. Tavoli. Ministeri. Parole grigie, parole da burocrazia, parole da convegno, parole dietro cui il potere ama nascondersi quando non vuole dire la verità. Poi però vai a vedere meglio e scopri che sotto quelle parole ci sono trecento persone a Reggio Calabria, mille in Calabria, famiglie intere appese a una decisione presa altrove, da gente che firma carte senza mai incrociare gli occhi di chi ne pagherà il prezzo. E allora basta con la liturgia del linguaggio neutro. Qui la questione è semplice. C’è una clausola sociale. C’è un principio di territorialità. Ci sono lavoratori che da anni garantiscono un servizio. E c’è una grande azienda, Enel, che non è la bottega del signor nessuno ma una società in cui lo Stato c’entra eccome, che si muove come se le regole fossero elastiche: rigide per i deboli, flessibili per i forti. Il punto è tutto qui. E sarebbe persino facile da capire, se non ci fosse un accanimento sistematico a complicare l’evidenza. A Reggio Calabria non si discute di filosofia del lavoro. Si discute del pane. Di stipendi. Di mutui. Di figli. Di gente che ha costruito una vita nel proprio territorio e che adesso rischia di sentirsi dire: il lavoro forse c’è ancora, ma non per te, non qui, non dove vivi, non dove hai le radici. In pratica: arrangiati. In italiano elegante si chiama riorganizzazione. In italiano vero si chiama licenziamento mascherato. Perché questo è. Non ti caccio apertamente. Ti sposto. Ti allontano. Ti offro una soluzione così assurda da costringerti a rinunciare. È il capolavoro dell’ipocrisia contemporanea: non assumersi il peso morale di un licenziamento e scaricare sui lavoratori l’onere di sparire da soli. Il Consiglio comunale di Reggio Calabria, il 9 aprile 2026, almeno una cosa l’ha capita. E per questo va riconosciuto. Maggioranza e opposizione, per una volta, non si sono messe a giocare alla solita commedia delle bandierine, ma hanno approvato all’unanimità una risoluzione. È intervenuto Antonino Malara, presidente della Commissione sul lavoro, ricordando un fatto essenziale: la vertenza parte da lontano, dallo sciopero del 9 gennaio, e da allora il problema è stato chiaro a chiunque volesse guardarlo senza paraocchi. Claudola sociale e territorialità non sono orpelli. Se saltano, saltano le persone. Malara ha detto una cosa che dovrebbe essere scolpita sulle porte di certi uffici ministeriali: senza quelle garanzie il rischio è quello di licenziamenti mascherati. E ha fatto anche un’altra cosa, non meno importante: ha portato il problema dentro le istituzioni, ascoltando i sindacati, costruendo un testo unitario, chiedendo un tavolo con Enel, Regione Calabria, Governo e ministeri competenti. È il minimo, certo. Ma oggi persino il minimo sembra rivoluzionario, se appena qualcuno si prende la briga di chiamare le cose col loro nome. Sulla stessa linea si è mosso Giuseppe Giordano, che ha definito quella risoluzione un atto di responsabilità. E qui la parola giusta è proprio questa: responsabilità. Perché gli enti locali magari non decidono tutto, ma non possono fare gli ignavi mentre una crisi del lavoro diventa crisi sociale. Giordano l’ha detto in modo netto: la clausola sociale va applicata senza se e senza ma. Senza se e senza ma. Non “compatibilmente”. Non “salvo diversa valutazione”. Non “secondo le esigenze del mercato”. Senza se e senza ma. E invece pare che in Italia le regole valgano sempre con un asterisco. Se sei un lavoratore, guai a te se sbagli una virgola. Se sei un colosso, ci sono sempre una nota a piè di pagina, una interpretazione creativa, una discrezionalità salvifica. Il giorno dopo, 10 aprile, davanti alla sede di System House
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