Adesso Reggio: il sindaco che non ha paura della storia
Una parola che Francesco Cannizzaro ha pronunciato senza gridarla, quasi avesse il pudore di chi sa che certe parole pesano più delle medaglie: storia.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Non la storia dei manifesti, delle fanfare, delle fotografie da incorniciare in qualche sede di partito. No. La storia vera, quella che giudica a distanza, quando gli applausi sono finiti, le bottiglie sono state stappate, le luci si sono spente e resta soltanto una domanda: che cosa avete fatto della fiducia ricevuta?
Cannizzaro, nel suo primo intervento da neo sindaco di Reggio Calabria e della Città Metropolitana, non ha fatto il discorso del vincitore tronfio. Ha fatto qualcosa di più raro: ha mostrato lo stupore del vincitore consapevole. Ha detto di essere frastornato. Ha sorriso, si è commosso, ha cercato le parole. E proprio lì, in quella esitazione umana, si è visto forse il tratto più politico della serata: la vittoria non lo ha reso più distante dalla città, lo ha riportato ancora più dentro la città.
Il dato politico, certo, è enorme. Una vittoria al primo turno, presentata come un risultato senza precedenti per un capoluogo di provincia, non è soltanto un successo elettorale: è un segnale. E i segnali, in politica, valgono più dei comunicati. Cannizzaro ha rivendicato un risultato plebiscitario, ma ha subito tolto se stesso dal centro assoluto della scena. Ha detto: il merito non è solo mio, è di una squadra. In un tempo in cui troppi leader credono di essere il sole e considerano gli altri soltanto satelliti, questo è già un fatto politico.
La squadra, nel suo racconto, ha un nome e un perimetro: il centrodestra allargato. Giorgia Meloni, Antonio Tajani, Matteo Salvini, Maurizio Lupi, i coordinatori regionali, i parlamentari calabresi, gli eurodeputati, i consiglieri regionali, gli assessori, i dirigenti locali. Non una somma di sigle, ma almeno nella narrazione offerta dal nuovo sindaco, un blocco politico che ha imparato a camminare nella stessa direzione. E in Calabria, terra dove spesso le energie si sono disperse in rivalità, personalismi e sospetti, questa è già una piccola rivoluzione.
Francesco Cannizzaro ha poi indicato il nome che, più di altri, rappresenta il punto di raccordo istituzionale di questa stagione: Roberto Occhiuto. Lo ha chiamato amico, ma soprattutto lo ha indicato come parte integrante del risultato. Qui il discorso diventa più ampio. Non c’è soltanto Reggio. C’è la Calabria. C’è l’idea che una regione considerata per anni ingovernabile possa invece essere governata, e persino governata bene. C’è la volontà di rompere quel fatalismo meridionale secondo cui il Sud deve sempre chiedere scusa di esistere, deve sempre presentarsi con il certificato delle proprie ferite, deve sempre spiegare perché non ce l’ha fatta.
Cannizzaro dice il contrario: la Calabria può farcela. E Reggio, dentro questa visione, non è periferia. È motore.
Motore della Calabria, motore dell’area metropolitana, motore di una nuova stagione amministrativa. Il riferimento all’aeroporto non è casuale. Gli aeroporti, nel Mezzogiorno, non sono soltanto infrastrutture: sono porte psicologiche. Dicono se una città si sente raggiungibile o isolata, se si sente dentro il mondo o condannata a guardarlo da lontano. Quando Occhiuto richiama il lavoro già avviato sull’aeroporto e promette altre grandi cose per Reggio e per la sua area metropolitana, il messaggio è chiaro: la città non deve più chiedere permesso per stare nelle mappe che contano.
Ma la parte più interessante del discorso di Cannizzaro non è la celebrazione della vittoria. È il modo in cui egli definisce il futuro: normalizzazione, visione europea, respiro internazionale.
Normalizzazione è una parola apparentemente modesta. Non seduce come “rinascita”, non infiamma come “rivoluzione”. Però è una parola seria. Una città normale è una città dove i servizi funzionano, dove l’amministrazione risponde, dove il cittadino non deve pregare per ottenere ciò che gli spetta, dove la bellezza non è un alibi per coprire i disagi. Reggio Calabria non ha bisogno di retorica: ne ha avuta fin troppa. Ha bisogno di normalità alta, di normalità efficiente, di normalità civile.
E poi c’è il salto: da città del Sud a città europea e internazionale. Non è un vezzo. Reggio è per geografia, storia e destino una città di frontiera mediterranea. Guarda la Sicilia, guarda il mare, guarda l’Oriente e l’Africa più di quanto spesso Roma riesca a vedere. La sua vocazione non può essere provinciale. Cannizzaro sembra averlo capito: Reggio non deve limitarsi a riparare ciò che non va, deve decidere che cosa vuole diventare.
Nel suo discorso c’è anche un passaggio che merita attenzione: il ringraziamento ai giornalisti nazionali e, prima ancora, ai giornalisti locali. Non è un dettaglio da cerimoniale. In una democrazia locale, il giornalismo è spesso l’unico argine tra il potere e la propaganda, tra la promessa e la verifica. Ringraziare la stampa locale, riconoscendone il valore, significa accettare implicitamente una cosa: che chi governa dovrà essere raccontato, seguito, giudicato. Anche criticato. Ed è bene che sia così.
Poi arriva l’uomo, non il politico. La famiglia. I nipoti. La fascia tricolore. Le lacrime. I collaboratori chiamati “seconda famiglia”. Le forze di polizia ringraziate per aver garantito una campagna elettorale serena. Sono momenti che, in mani sbagliate, diventerebbero facile sentimentalismo. Qui invece servono a ricordare un fatto semplice: nessuno arriva da solo a un’elezione del genere. Dietro un sindaco ci sono legami, sacrifici, persone che reggono il peso invisibile della vita pubblica.
Bello anche il passaggio sugli avversari. Quando gli viene chiesto di indossare la fascia, Cannizzaro frena. Dice che prima vuole sentire gli avversari sconfitti, per garbo. In politica il garbo non è debolezza. È forza educata. È sapere che l’avversario non è un nemico, che una città non si governa umiliando chi ha perso, che la vittoria migliore è quella che non ha bisogno di infierire.
Questo punto è decisivo. Perché Reggio non può permettersi un sindaco di parte nel senso peggiore del termine. Può, certo, avere un sindaco eletto da una coalizione, con un’identità chiara e una maggioranza forte. Ma dal giorno dopo, il sindaco deve diventare il sindaco anche di chi non lo ha votato. Cannizzaro, almeno nelle parole iniziali, sembra saperlo.
C’è poi la curiosità politica interna: chi sarà primo, chi verrà dopo, quali saranno gli equilibri nella coalizione. È il “bello” che arriva dopo la vittoria, dice lui. Ma subito rimette ordine: ciò che conta è che abbia vinto il centrodestra unito e un programma scritto con cuore, responsabilità e competenza. Qui si trova un altro punto forte del discorso: il programma non viene presentato come un documento calato dall’alto, ma come il frutto del contributo dei giovani.
I giovani di Reggio. Quelli che hanno scritto, partecipato, scelto di candidarsi. Quelli che magari erano andati a Roma o Milano e hanno deciso di tornare. Questo è forse il passaggio più importante di tutti. Perché il Sud non muore quando perde un’elezione. Muore quando perde i suoi figli. Muore quando considera normale che i migliori partano e che il ritorno sia un’eccezione sentimentale. Se Cannizzaro riuscirà davvero a costruire una città in cui tornare non sia un atto di nostalgia ma una scelta razionale, allora sì, potrà dire di aver fatto qualcosa di storico.
La frase finale, poi, contiene il senso dell’intera serata: “Abbiamo vinto, ma ancora la città dovrà vincere.”
Ecco il punto. Le elezioni le ha vinte Cannizzaro. Ma Reggio deve ancora vincere la sua partita più difficile: quella contro la rassegnazione, contro l’inefficienza, contro l’idea che nulla possa cambiare davvero. Il voto è stato il primo atto. Ora comincia il romanzo amministrativo, quello senza applausi quotidiani, fatto di bilanci, cantieri, servizi, periferie, uffici, trasporti, politiche sociali, decoro, turismo, cultura, lavoro, infrastrutture, rapporti con la Regione e con il Governo.
Il nuovo sindaco ha davanti una città bellissima e difficile. Bellissima perché Reggio ha una luce che non si spiega, un mare che sembra una promessa, una storia che basterebbe da sola a fondare un destino. Difficile perché proprio le città più belle, quando sono ferite, fanno più male.
Francesco Cannizzaro ha ricevuto un mandato potente. Potente nei numeri, potente nelle aspettative, potente nella simbologia. Ha dalla sua una coalizione larga, un rapporto dichiarato con la Regione, una rete parlamentare e istituzionale, un entusiasmo popolare evidente. Ma tutto questo non basterà se non diventerà governo concreto.
Il rischio, dopo le vittorie grandi, è sempre lo stesso: credere che il consenso sia già realizzazione. Non lo è. Il consenso è credito. E il credito, in politica, va restituito con gli interessi.
Per ora, però, va riconosciuto un fatto: nel suo primo discorso, Francesco Cannizzaro non ha parlato soltanto da vincitore. Ha parlato da uomo che sente il peso della fascia ancora prima di indossarla. Ha ringraziato, ha incluso, ha ricordato la squadra, ha rispettato gli avversari, ha chiamato in causa i giovani, ha indicato una Reggio normale, europea, internazionale. Ha detto “Adesso Reggio”, e lo ha ripetuto come uno slogan, certo, ma anche come un impegno.
Adesso Reggio significa: basta alibi.
Adesso Reggio significa: la città viene prima delle carriere.
Adesso Reggio significa: la vittoria elettorale deve diventare vittoria civile.
Adesso Reggio significa che il popolo ha scelto, ma ora la politica deve dimostrare di meritare quella scelta.
La notte delle lacrime, dello champagne e della fascia tricolore passerà. Passano tutte le notti. Anche quelle più luminose. Resterà il mattino, con le sue carte, i suoi problemi, le sue urgenze. E lì si vedrà se Francesco Cannizzaro sarà stato soltanto il candidato di una grande vittoria o il sindaco di una grande stagione.
Per Reggio Calabria, per la Città Metropolitana, per la Calabria intera, l’augurio è che sia la seconda cosa.
Perché questa città non chiede miracoli. Chiede serietà.
E quando una città bella, antica, orgogliosa e troppe volte tradita chiede serietà, chi la governa non ha diritto alla distrazione.
Adesso Reggio. Davvero.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
@luigi.palamara Adesso Reggio: il sindaco che non ha paura della storia Una parola che Francesco Cannizzaro ha pronunciato senza gridarla, quasi avesse il pudore di chi sa che certe parole pesano più delle medaglie: storia. L'Editoriale di Luigi Palamara Non la storia dei manifesti, delle fanfare, delle fotografie da incorniciare in qualche sede di partito. No. La storia vera, quella che giudica a distanza, quando gli applausi sono finiti, le bottiglie sono state stappate, le luci si sono spente e resta soltanto una domanda: che cosa avete fatto della fiducia ricevuta? Cannizzaro, nel suo primo intervento da neo sindaco di Reggio Calabria e della Città Metropolitana, non ha fatto il discorso del vincitore tronfio. Ha fatto qualcosa di più raro: ha mostrato lo stupore del vincitore consapevole. Ha detto di essere frastornato. Ha sorriso, si è commosso, ha cercato le parole. E proprio lì, in quella esitazione umana, si è visto forse il tratto più politico della serata: la vittoria non lo ha reso più distante dalla città, lo ha riportato ancora più dentro la città. Il dato politico, certo, è enorme. Una vittoria al primo turno, presentata come un risultato senza precedenti per un capoluogo di provincia, non è soltanto un successo elettorale: è un segnale. E i segnali, in politica, valgono più dei comunicati. Cannizzaro ha rivendicato un risultato plebiscitario, ma ha subito tolto se stesso dal centro assoluto della scena. Ha detto: il merito non è solo mio, è di una squadra. In un tempo in cui troppi leader credono di essere il sole e considerano gli altri soltanto satelliti, questo è già un fatto politico. La squadra, nel suo racconto, ha un nome e un perimetro: il centrodestra allargato. Giorgia Meloni, Antonio Tajani, Matteo Salvini, Maurizio Lupi, i coordinatori regionali, i parlamentari calabresi, gli eurodeputati, i consiglieri regionali, gli assessori, i dirigenti locali. Non una somma di sigle, ma — almeno nella narrazione offerta dal nuovo sindaco — un blocco politico che ha imparato a camminare nella stessa direzione. E in Calabria, terra dove spesso le energie si sono disperse in rivalità, personalismi e sospetti, questa è già una piccola rivoluzione. Francesco Cannizzaro ha poi indicato il nome che, più di altri, rappresenta il punto di raccordo istituzionale di questa stagione: Roberto Occhiuto. Lo ha chiamato amico, ma soprattutto lo ha indicato come parte integrante del risultato. Qui il discorso diventa più ampio. Non c’è soltanto Reggio. C’è la Calabria. C’è l’idea che una regione considerata per anni ingovernabile possa invece essere governata, e persino governata bene. C’è la volontà di rompere quel fatalismo meridionale secondo cui il Sud deve sempre chiedere scusa di esistere, deve sempre presentarsi con il certificato delle proprie ferite, deve sempre spiegare perché non ce l’ha fatta. Cannizzaro dice il contrario: la Calabria può farcela. E Reggio, dentro questa visione, non è periferia. È motore. Motore della Calabria, motore dell’area metropolitana, motore di una nuova stagione amministrativa. Il riferimento all’aeroporto non è casuale. Gli aeroporti, nel Mezzogiorno, non sono soltanto infrastrutture: sono porte psicologiche. Dicono se una città si sente raggiungibile o isolata, se si sente dentro il mondo o condannata a guardarlo da lontano. Quando Occhiuto richiama il lavoro già avviato sull’aeroporto e promette altre grandi cose per Reggio e per la sua area metropolitana, il messaggio è chiaro: la città non deve più chiedere permesso per stare nelle mappe che contano. Ma la parte più interessante del discorso di Cannizzaro non è la celebrazione della vittoria. È il modo in cui egli definisce il futuro: normalizzazione, visione europea, respiro internazionale. Normalizzazione è una parola apparentemente modesta. Non seduce come “rinascita”, non infiamma come “rivoluzione”. Però è una parola seria. Una città normale è una città dove i servizi funzionano, dove l’amministrazione risponde, dove il cittadino non
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