Il diritto di tornare alla terra
Siamo pieni di oggetti ma poveri di silenzi, sguardi e parole dette senza fretta. Un invito a riscoprire la verità dei sentieri imperfetti, liberandoci dal superfluo e dal cemento che ci separa dalla bellezza.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Abbiamo perso la terra. Non la proprietà della terra, intendiamoci: quella continuiamo a misurarla, venderla, recintarla, tassarla, lottizzarla. Abbiamo perso qualcosa di più grave: il suo colore. Il suo odore. Il suo peso sotto i piedi nudi. Abbiamo perso quella polvere che entrava nelle narici, faceva lacrimare gli occhi e tuttavia ci ricordava che eravamo vivi.
Oggi abbiamo tutto. O quasi tutto. Case più comode, strade più lisce, scarpe più morbide, telefoni più intelligenti di noi. Eppure siamo diventati più poveri. Non poveri di oggetti, s’intende. Di quelli siamo pieni fino alla nausea. Siamo poveri di silenzio, di sguardi, di mani, di pane spezzato, di parole dette senza fretta.
Una volta bastava poco. Un sentiero, una pietra, un filo d’erba, un incontro al tramonto. Bastava guardare una persona negli occhi e chiederle: “Come stai?”. Non era una formula. Era una domanda vera. Oggi ci sfioriamo senza toccarci, ci parliamo senza ascoltarci, ci vediamo senza guardarci. Abbiamo asfaltato le strade e, insieme alle strade, anche una parte dell’anima.
Il catrame è comodo, certo. Non sporca le scarpe. Non graffia i piedi. Non alza polvere. Ma proprio qui sta il guaio: non alza più nulla. Non solleva memoria, non solleva nostalgia, non solleva gratitudine. È una superficie muta, nera, obbediente. Ci porta da un posto all’altro, ma non ci conduce da nessuna parte.
Io preferisco il sentiero. Quello storto. Quello di terra battuta, di pietre, di erba secca, di spine ai margini. Preferisco il cammino che obbliga a guardare dove si mettono i piedi. Preferisco la strada che non promette velocità, ma verità. Perché l’uomo che cammina piano è costretto a pensare. E l’uomo che pensa, qualche volta, si salva.
Ci hanno raccontato che l’evoluzione consiste nel coprire tutto: la terra col cemento, il cielo con i fili, il silenzio col rumore, il corpo con la comodità, il cuore con le cose. Ci hanno messo addosso un vestito ovattato, morbido, igienico, moderno. Un vestito che ci protegge da ogni urto e ci separa da ogni bellezza. Non sentiamo più il freddo, ma neppure il calore. Non sentiamo più la fatica, ma neppure la conquista. Non sentiamo più la fame, ma neppure il sapore.
E allora diciamolo: certe privazioni erano una ricchezza. Non perché la miseria sia bella, lasciamo queste sciocchezze ai predicatori ben nutriti, ma perché il limite educava il desiderio. Avere poco insegnava a dare valore. Una scarpa rotta insegnava la strada. Un pantalone strappato insegnava il gioco, il lavoro, la caduta. Un piede nudo sulla terra insegnava l’appartenenza.
Oggi invece possediamo molto e apparteniamo a poco. Abbiamo armadi pieni e cuori disabitati. Abbiamo dispense ordinate e sentimenti scaduti. Abbiamo comprato l’effimero a rate, e ci siamo venduti l’essenziale senza accorgercene.
Non è nostalgia da vecchi. È accusa. Accusa contro un mondo che ha confuso il progresso con la separazione. Accusa contro una civiltà che chiama arretratezza tutto ciò che non luccica. Accusa contro noi stessi, che abbiamo accettato di diventare consumatori prima che creature, clienti prima che uomini, utenti prima che anime.
Per questo amo le scarpe rotte. Amo i pantaloni fuori moda. Amo le mani sporche, i piedi nudi, la polvere sul viso. Non per posa, non per miseria esibita, non per romanticismo da cartolina. Li amo perché mi ricordano che esiste ancora un mondo non addomesticato. Un mondo vero, ruvido, imperfetto. Un mondo che non chiede di essere posseduto, ma riconosciuto.
Vorrei tornare lì. Non indietro nel tempo, ma dentro la vita. Tornare a camminare su un sentiero di terra battuta, lontano da chi ha coperto la bellezza del creato con la plastica delle sue ambizioni. Tornare a parlare con la gente, non a incrociarla. Tornare a guardare negli occhi, non negli schermi. Tornare a sentire il profumo della terra, anche quando brucia il naso e fa lacrimare.
Perché forse la felicità è proprio questo: non avere tutto, ma sentire tutto. Non riempire la vita di cose, ma svuotarla del superfluo. Non cercare un paradiso artificiale, ma riconoscere quello che abbiamo calpestato per anni senza vederlo.
La terra è ancora lì. Sotto il catrame, sotto il cemento, sotto la nostra presunzione. Aspetta soltanto che qualcuno abbia il coraggio di togliersi le scarpe.
Tra asfalto comodo e cuori disabitati, la felicità non sta nel possedere tutto, ma nel ritrovare il coraggio di camminare a piedi nudi per sentire davvero la vita.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
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