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Carlo Calenda. Quando la politica perde il pudore e il rispetto delle istituzioni

Quando la politica perde il pudore e il rispetto delle istituzioni

Il caso delle parole del leader di Azione Carlo Calenda contro il deputato forzista e Sindaco di Reggio Calabria Francesco Cannizzaro: una ferita all'intera comunità reggina

L’offesa personale e il sarcasmo da salotto non sono argomenti: Calenda superi la protervia e chieda scusa a Reggio Calabria. La democrazia vive di fatti e di dignità, non di dileggio.

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Esiste una misura, in politica, che non dovrebbe mai essere smarrita. È quella sottile linea che separa la critica dall’insulto, il dissenso dalla volgarità, la battaglia delle idee dal tiro al bersaglio personale.

Carlo Calenda, con le sue parole contro Francesco Cannizzaro, quella linea l’ha oltrepassata. E non di poco. Perché un conto è contestare una scelta amministrativa, un’alleanza, un metodo, una visione della città. Altro conto è deridere una persona, colpire il rappresentante scelto democraticamente da una comunità, trasformare la polemica politica in una smorfia di superiorità.

Ecco: questo è il punto. La superiorità ostentata. Quel tono da salotto romano che guarda la provincia come un accidente geografico, il Sud come un fastidio, Reggio Calabria come una platea da ammaestrare. Ma Reggio non è una comparsa. Reggio è una città con dignità, memoria, ferite e orgoglio. Può sbagliare, può dividersi, può discutere ferocemente dei suoi amministratori. Ma non accetta lezioni da chi confonde l’ironia con il disprezzo.

L’offesa personale non è politica. È la scorciatoia di chi non ha argomenti sufficienti. È il rifugio dei mediocri, anche quando si vestono da raffinati. E quando un uomo pubblico scivola su quel terreno, non offende soltanto il bersaglio della sua battuta: offende i cittadini che quel rappresentante lo hanno scelto, votato, sostenuto o anche soltanto riconosciuto dentro il gioco democratico.

A Calenda bisognerebbe ricordare una cosa semplice: la democrazia non vale solo quando vincono i nostri. Vale soprattutto quando vince chi non ci piace. E se si vuole contestare un sindaco, un deputato, un avversario, lo si faccia sui fatti, sui bilanci, sulle responsabilità, sulle promesse tradite. Non sulla persona. Non con il sarcasmo facile. Non con quella protervia che oggi passa per coraggio e invece è soltanto maleducazione travestita da carattere.

Per questo le scuse sarebbero doverose. Prima alla città, perché una comunità non si deride per interposta persona. Poi a chi, dentro la sua stessa area politica, si è trovato imbarazzato da un’uscita inutile, scomposta, politicamente suicida. Quando persino i propri alleati o colleghi prendono le distanze, forse non siamo davanti a un fraintendimento. Siamo davanti a un errore.

Calenda ama presentarsi come l’uomo della competenza, della serietà, della politica adulta. Bene. La politica adulta comincia da qui: dal saper chiedere scusa quando si sbaglia. Dal capire che il silenzio, certe volte, è più intelligente di una battuta. Dal comprendere che non ogni microfono acceso è un invito a parlare.

Perché il problema non è solo ciò che ha detto. È ciò che quelle parole rivelano: una politica nervosa, sterile, incapace di ascoltare, pronta a trasformare l’avversario in caricatura pur di strappare un applauso.

E allora sì, una domanda sorge spontanea: se la politica diventa soltanto offesa, se il confronto diventa dileggio, se l’avversario non è più qualcuno da battere ma qualcuno da umiliare, che cosa resta?

Resta il rumore. Resta la vanità. Resta il cattivo gusto.

E una città come Reggio Calabria, con tutti i suoi problemi e tutta la sua dignità, merita molto di più.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

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