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“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

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La voce sotto la finestra.

La voce sotto la finestra.
di Luigi Palamara 
Luigi tornò a Roccaforte del Greco in una mattina d’ottobre, dopo una notte di viaggio e molti anni di assenza. La corriera saliva a stento, piegandosi a ogni curva come una bestia vecchia che conoscesse ormai la fatica della montagna. Dai vetri appannati egli vedeva le coste nude dell’Aspromonte, le macchie dei castagni, i dirupi dove la luce entrava a pezzi, e più sotto, lontana, la fiumara che pareva una strada di cenere distesa fra le pietre.

Il paese apparve all’improvviso, sopra il costone, raccolto e severo. Le case, alcune chiuse da anni, avevano i muri scoloriti e le finestre serrate. Un tempo, pensò Luigi, non c’era uscio che restasse chiuso di giorno. Si entrava da una casa all’altra senza bussare, portando una notizia, un pane ancora caldo, una brocca d’acqua, una pena. Ora, davanti a molte porte, crescevano ciuffi d’erba.

Scese con una valigia piccola e il telefono nella tasca del cappotto. Il telefono vibrò subito, come per ricordargli che il mondo da cui veniva non concedeva tregua. Non lo guardò. Si fermò nella piazzetta e respirò l’aria aspra della montagna.

Dalla strada che saliva verso casa sua vide venire una donna curva, avvolta in uno scialle nero. Camminava piano, con una sporta sotto il braccio, ma quando lo riconobbe si fermò di colpo.

«Luigi?»

Egli posò la valigia.

«Mamma.»

Angelina lasciò cadere la sporta, e le arance rotolarono sulla pietra. Gli si strinse al petto senza piangere; solo gli passò una mano sulla nuca, come faceva quando era bambino e tornava con i capelli pieni di polvere.

«Tu sei diventato bianco,» disse infine, tirandosi indietro per guardarlo.

«E tu sei rimasta uguale.»

«Non dire bugie appena arrivi. Portano disgrazia.»

Luigi sorrise. Si chinò a raccogliere le arance.

«Papà dov’è?»

Angelina abbassò gli occhi verso le sue scarpe.

«È a casa. Sta seduto davanti alla finestra. Dice che da lì vede tutto quello che gli serve.»

«Sta male?»

«Sta vecchio. È un male che non passa.»

La casa era in fondo a una viuzza stretta, con i gradini consumati e il balconcino di ferro dove un tempo Angelina stendeva i panni bianchi. La porta era socchiusa.

Luigi si fermò sulla soglia. Nella stanza, accanto alla finestra, Peppino sedeva su una seggiola bassa, con il bastone fra le ginocchia e un berretto di lana calcato sulla testa. Pareva più piccolo di come Luigi lo ricordava. Le sue mani, che avevano zappato la terra, tagliato legna, costruito muri e riparato tetti, riposavano una sull’altra, dure e leggere come radici secche.

«Compare Peppino,» disse Luigi, usando il modo scherzoso di quando era ragazzo.

Il vecchio alzò la testa, e negli occhi gli si accese una luce breve.

«Hai trovato la strada, finalmente.»

«Non l’ho mai dimenticata.»

«Non basta ricordarla. Bisogna farla.»

Angelina, dietro di loro, si tolse lo scialle con un gesto irritato.

«Ha aspettato tutta la mattina, e adesso fa il sostenuto.»

«Io non ho aspettato nessuno,» disse Peppino. «Stavo guardando se pioveva.»

Luigi gli andò vicino. Avrebbe voluto abbracciarlo, ma tra gli uomini della loro casa gli abbracci erano sempre stati cose da partenze gravi o da lutti. Gli mise una mano sulla spalla.

«Come stai, papà?»

«Come deve stare uno che ha visto partire i figli, chiudere le case e morire le capre prima di lui? Bene. Sto bene.»

Poi indicò con il mento una sedia.

«Siediti. Sei venuto dalla città, sarai stanco di stare in piedi senza sapere dove andare.»

Angelina entrò in cucina. Poco dopo arrivò il rumore delle stoviglie, il fuoco che prendeva, il profumo dell’olio caldo e dell’aglio. Luigi guardava la stanza: il comò antico, la fotografia del matrimonio dei genitori, il rosario appeso al muro, la coperta di lana sulla cassapanca. Sul davanzale c’era una vecchia radiolina, muta. Tutto era al suo posto. Solo lui sembrava aver perduto il proprio.

«Quanti giorni resti?» domandò Peppino.

«Vediamo. Qualche giorno.»

«Qualche giorno non è un tempo. È un saluto lungo.»

«Ho il lavoro, papà.»

«Lavoro con quel coso?» disse il vecchio, indicando il telefono che Luigi aveva posato sul tavolo.

«Anche con quello.»

Peppino lo osservò come si guarda un attrezzo poco onesto.

«Una volta il lavoro lasciava calli nelle mani. Ora lascia gli occhi spenti.»

Luigi rise piano.

«Tu non sei cambiato.»

«Voi siete cambiati troppo. Qualcuno doveva restare fermo.»

Angelina si affacciò dalla cucina.

«Lascialo respirare, Peppino. Non è arrivato per sentirsi fare il processo.»

«E per che cosa è arrivato?»
Continua ...

Estratto dal libro di Luigi Palamara: Aspromonte dove l'anima non muore

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