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Reggio Calabria, città bella e prigioniera di sé stessa

Reggio Calabria, città bella e prigioniera di sé stessa

Le dichiarazioni di Salvatore Zoccali, già consigliere e assessore regionale della Calabria

L'Editoriale di Luigi Palamara 


Ci sono città che muoiono perché sono brutte, periferiche, dimenticate dalla geografia e dalla storia. Reggio Calabria, invece, rischia di consumarsi per il motivo opposto: perché è troppo bella per accorgersi di essere ferma. Ha il mare, ha la collina, ha lo Stretto, ha Messina davanti, ha la memoria, ha il mito, ha il lungomare che tutti chiamano “il più bello d’Italia” e che forse lo sarebbe davvero, se non fosse soffocato dalle automobili, dal traffico, dalla sciatteria e da quella rassegnazione meridionale che trasforma ogni privilegio in alibi.

Salvatore Zoccali, già consigliere e assessore regionale della Calabria, dice una cosa semplice e perciò rivoluzionaria: la politica non può essere racconto. La politica deve essere visione. Non favola, non comizio, non passerella, non fotografia davanti a una buca riparata o a una ringhiera ridipinta. Visione. Cioè capacità di guardare oltre l’immediato, oltre il quartiere, oltre il consenso della domenica, oltre la miseria elettorale del “ti sistemo la strada” e “ti prometto il finanziamento”.

Reggio Calabria, sostiene Zoccali, non è più soltanto la città dei reggini. È, o dovrebbe essere, il capoluogo di una città metropolitana. E qui comincia il problema, perché tutti pronunciano la parola “metropolitana”, ma pochi sembrano sapere che cosa significhi davvero. Una città metropolitana non è un’etichetta amministrativa da stampare sulla carta intestata. È un destino. È responsabilità verso un territorio intero. È capacità di tenere insieme la costa tirrenica, la costa ionica, le aree interne, i porti, l’aeroporto, le colline, i paesi, le infrastrutture e la cultura.

Oggi, invece, questo territorio appare come un corpo spezzato. Da una parte la direttrice tirrenica, con l’autostrada, la ferrovia elettrificata, la strada costiera, l’aeroporto. Dall’altra la direttrice ionica, spesso evocata, raramente servita, quasi mai collegata in maniera seria al resto della provincia. Tra le due, più che una rete, c’è una frattura. Il raccordo Rosarno-Gioiosa non basta a chiamarsi collegamento. È una toppa su una lacerazione. Una strada fragile, esposta a interruzioni, ritardi, disagi, capace di condizionare persino la vita quotidiana, gli orari, le attività economiche, le relazioni tra comunità.

È qui che la città metropolitana mostra la sua nudità. Perché se Reggio vuole essere capitale, deve comportarsi da capitale. Non può limitarsi a ricevere i problemi della provincia come si ricevono pacchi indesiderati. Deve trasformare quei problemi in possibilità. Le aree interne non possono essere ricordate solo quando bisogna inaugurare un asilo, finanziare una scuola o portare qualche promessa in campagna elettorale. Serve un piano. E Zoccali lo dice con chiarezza: un piano non c’è.

La parola più assente, in questa campagna elettorale, sembra essere proprio questa: piano. Si parla di buche, di marciapiedi, di degrado urbano. Tutti temi veri, per carità. Ma una città non si salva con la contabilità delle toppe. Si salva se decide che cosa vuole diventare.

Prendiamo l’aeroporto. A Reggio se ne parla spesso con toni da miracolo imminente. Si inaugura una parte nuova, si annunciano voli, si festeggiano piccoli avanzamenti come fossero rivoluzioni. Ma Zoccali pone la domanda che molti evitano: che futuro può avere un aeroporto senza un numero sufficiente di passeggeri? Un aeroporto che non riesce ad attrarre stabilmente almeno una massa critica di traffico è un’infrastruttura fragile, appesa alle stagioni, alle compagnie, agli incentivi, alle convenienze altrui.

E qui arriva il paradosso. Mezza provincia di Reggio preferisce andare a Lamezia. Non perché ami Lamezia, ma perché Lamezia è più raggiungibile, più funzionale, più prevedibile. È la vendetta della logistica sulla retorica. Puoi chiamare il tuo aeroporto “dello Stretto”, puoi evocare Messina, il Mediterraneo e la conurbazione, ma se poi il viaggiatore deve fare un percorso scomodo, prendere mezzi diversi, perdere tempo, rischiare coincidenze, pagare parcheggi e subire disservizi, sceglierà un altro aeroporto.

La politica dovrebbe occuparsi esattamente di questo: rendere conveniente ciò che oggi è solo geograficamente vicino. Messina è di fronte, ma non basta essere di fronte per essere collegati. Da anni si parla di conurbazione Reggio-Messina. Una parola elegante, quasi professorale, che però rischia di diventare un soprammobile linguistico. Dov’è questa conurbazione? Qual è l’interesse comune costruito davvero? Quale servizio integrato è stato realizzato? Quale progetto ha trasformato la prossimità in sistema?

Zoccali indica una strada precisa: il pontile, il collegamento col mare, l’aeroporto pensato verso Messina, non come un edificio isolato ma come nodo di una rete. E poi la ferrovia. Esiste una stazione chiamata “Aeroporto”, ma non basta chiamarla così perché funzioni da aeroporto. Se i treni non si fermano, se non arrivano dentro lo scalo, se il viaggiatore deve comunque arrangiarsi con bus, attese e percorsi scomodi, allora siamo davanti all’ennesima occasione mancata.

La proposta è quasi elementare: collegare i treni della ionica ai voli in partenza e in arrivo. Far viaggiare convogli moderni da Roccella, Locri, Siderno verso Reggio in coincidenza con l’aeroporto. Evitare che chi parte debba usare l’auto, pagare il parcheggio, perdere tempo e pazienza. In un Paese normale si chiamerebbe servizio. Da noi sembra fantascienza.

Eppure la debolezza della politica sta tutta qui: nella rinuncia a contrattare, pretendere, scegliere. Anche sui voli. Non basta pagare compagnie come Ryanair per avere qualche tratta. Bisogna decidere quali rotte servono realmente alla città e al territorio. Un sindaco forte, una classe dirigente autorevole, non si limita a prendere ciò che altri concedono. Contratta. Impone un’agenda. Difende l’interesse pubblico. Sceglie le destinazioni utili allo sviluppo, non quelle comode alla propaganda.

Lo stesso vale per il porto di Gioia Tauro. Una delle più grandi infrastrutture del Mediterraneo si trova nella provincia reggina, ma troppo spesso sembra appartenere a un altro mondo. Qualcuno, domanda Zoccali, è mai andato seriamente a parlare con MSC? Qualcuno ha provato a costruire una relazione tra Reggio, il suo porto, Gioia Tauro e i grandi flussi commerciali? Oppure ci limitiamo a guardare passare le navi come si guardano passare le occasioni?

Reggio, in questo quadro, appare come una città che possiede tutto e non governa quasi nulla. Ha il mare, ma non lo usa come porta. Ha Messina davanti, ma non la trasforma in mercato, relazione, sistema. Ha un aeroporto, ma non lo collega. Ha una provincia vasta, ma non la integra. Ha la ionica, ma la lascia lontana. Ha la tirrenica, ma non la mette in dialogo col resto. Ha Gioia Tauro, ma non ne trae una strategia. Ha la collina, ma la considera problema invece che risorsa.

La collina, appunto. Anche qui Zoccali rovescia il ragionamento. Reggio è stretta, compressa, prigioniera tra il mare e i rilievi. Ma quella collina che oggi sembra toglierle aria potrebbe darle spazio. Le aree verso Archi, Pellaro, le zone alte, le fasce urbanizzate male, le case incompiute, i mattoni a vista, il patrimonio immobiliare svalutato: tutto questo non è soltanto degrado. È materia politica. È il luogo dove immaginare servizi, parchi, campi sportivi, spazi pubblici, luoghi di aggregazione, funzioni capaci di attrarre cittadini e liberare il centro da una pressione ormai insostenibile.

Ma per farlo serve una parola che la politica usa spesso e pratica poco: riqualificazione. Non la riqualificazione da dépliant, quella con due panchine e tre lampioni. Una riqualificazione vera, urbana e sociale, capace di dare valore dove oggi c’è abbandono, di creare servizi dove oggi c’è marginalità, di trasformare pezzi di città incompiuta in luoghi vivi.

E poi c’è il lungomare. Qui il discorso si fa quasi doloroso. Reggio possiede una delle passeggiate più belle del Paese, eppure l’ha consegnata alle auto. Il lungomare dovrebbe essere il salotto, il teatro civile, il biglietto da visita, l’anima pubblica della città. Invece troppo spesso è parcheggio, traffico, rumore, caos. Una bellezza usata male è peggio di una bruttezza inevitabile, perché denuncia non la sfortuna, ma l’incapacità.

Zoccali ricorda la via Marina di un tempo: le orchestrine, le aiuole, i bar, le serate, il passeggio. Non è nostalgia sterile. È memoria politica. Perché una città che non sa più offrire luoghi in cui stare, incontrarsi, trattenersi, vivere, è una città che perde abitanti anche quando conserva monumenti. La domanda è brutale: se un visitatore arriva a Reggio, dove trascorre quarantotto ore? Che cosa trova oltre la bellezza dello scenario? Quale esperienza urbana gli viene offerta? Quale circuito? Quale racconto concreto, non retorico?

Ed ecco l’altro punto decisivo: la cultura. I Riformisti, nelle parole di Zoccali, vogliono posizionare Reggio tra i luoghi civici da visitare, valorizzando il suo patrimonio culturale, storico e sociale. La cultura non come ornamento, ma come motore di sviluppo. Non come cerimonia per assessori, ma come infrastruttura civile.

Reggio ha siti, luoghi, memorie, istituzioni culturali che meriterebbero un sistema integrato: la Pinacoteca, la Biblioteca De Nava, l’Archivio Storico, l’ex Monastero della Visitazione, i musei, i percorsi urbani, le testimonianze della sua storia. Ma i luoghi culturali, se restano isolati, diventano stanze chiuse. Serve un circuito. Serve una regia. Serve una governance competente. Serve qualcuno che non si limiti a tagliare nastri, ma sappia costruire valore, continuità, fruizione, identità.

La cultura, in una città come Reggio, dovrebbe essere una leva di rinascita. Non si tratta solo di restaurare edifici, ma di restituire senso. Completare i lavori di ristrutturazione dei siti è doveroso, ma non basta. Bisogna poi sapere che cosa farne. Chi li gestisce? Con quale progetto? Con quale pubblico? Con quale rapporto con le scuole, con il turismo, con l’università, con le associazioni, con il territorio metropolitano?

Questa è la differenza tra amministrare e governare. Amministrare significa occuparsi dell’esistente. Governare significa orientarlo. Reggio ha avuto fin troppi amministratori dell’emergenza e troppo pochi costruttori di futuro.

Il cuore delle dichiarazioni di Salvatore Zoccali sta dunque in una denuncia che è anche una proposta: basta con la politica del racconto. Basta con la città immaginata solo dentro i suoi confini comunali. Basta con la campagna elettorale ridotta a elenco di lamentele. Reggio deve scegliere se restare una splendida città incompiuta o diventare finalmente un capoluogo metropolitano, mediterraneo, moderno.

Per farlo deve collegare le sue coste, aprire la ionica, integrare la tirrenica, rafforzare l’aeroporto, renderlo accessibile a Messina e alla provincia, dialogare con Gioia Tauro, riqualificare la collina, liberare il lungomare, restituire vita alla via Marina, trasformare la cultura in economia civile, dotarsi di una governance all’altezza dei propri luoghi.

Non è un programma di manutenzione. È un’idea di città.

E forse è proprio questo che oggi manca di più: non i soldi, non le promesse, non i comunicati stampa, non le inaugurazioni, ma un’idea. Una grande idea di Reggio. Perché una città può sopportare persino le buche, i ritardi, gli errori. Ma non può sopportare a lungo l’assenza di destino.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

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