Roccaforte del Greco, la luce dei nomi
Editoriale di Luigi Palamara
Alcuni paesi non si raggiungono soltanto con la strada. Bisogna salirci dentro. Lasciare il mare, le case, il rumore della città, e accettare le curve dell’Aspromonte come si accetta una domanda seria.
Roccaforte del Greco è uno di questi luoghi. Non ti viene incontro. Ti aspetta. Sta lassù, quasi a mille metri, con le sue pietre, la sua nebbia, il suo freddo improvviso. E quando arrivi, capisci che non sei entrato in un paese qualunque. Sei entrato in una memoria.
Il primo maggio del 2026, nella chiesa di San Rocco, non si è fatta una cerimonia. Si è compiuto un gesto semplice e raro: ricordare i morti chiamandoli per nome.
L’iniziativa si chiama “Luci nel Ricordo”, promossa dall’associazione EMO di Reggio Calabria. C’era uno scopo concreto, la raccolta di fondi a sostegno dei malati oncologici. Ma c’era anche qualcosa di più profondo, che non si misura con il denaro: la volontà di dire a chi non c’è più che non è stato cancellato.
Il cancro non porta via soltanto una vita. Entra nelle case e cambia l’ordine delle cose. Lascia una sedia vuota, una voce che non risponde, un armadio che nessuno ha il coraggio di aprire. Chi resta continua a vivere, ma impara una lingua nuova: quella dell’assenza.
A Roccaforte, quell’assenza è stata accolta.
I nomi sono stati letti uno alla volta. A ogni nome una candela. A ogni candela una mano. Mogli, figli, fratelli, sorelle, amici. Mani che tremavano, mani che stringevano una piccola fiamma come si stringe ciò che resta di una persona amata.
Una candela non guarisce. Non restituisce un padre, una madre, un fratello, un’amica. Però dice una cosa che oggi sembra quasi dimenticata: tu sei ancora con noi.
Ed è già molto.
In quella chiesa c’era una comunità intera. Non una folla. La folla passa. La comunità resta. Guarda, ascolta, partecipa. Sa che i morti non appartengono soltanto alle famiglie che li hanno pianti. Nei paesi veri, i morti sono di tutti.
Al centro di questa giornata c’era Angela Sartiano, presidente dell’associazione EMO. Porta avanti un impegno che è anche un’eredità familiare. Prima di lei, sua sorella aveva dedicato energie e cuore ai malati. Poi la stessa malattia l’ha portata via.
Angela avrebbe potuto fermarsi. Nessuno avrebbe avuto il diritto di chiederle altro. Invece ha scelto di continuare. Ha preso il dolore e ne ha fatto servizio. Non un monumento privato, ma un’opera utile agli altri.
È così che certe persone restano vive: non soltanto nei ricordi, ma nelle azioni che continuano dopo di loro.
Il ricavato destinato al sostegno dei malati oncologici non è un dettaglio. Chi lo pensa non conosce abbastanza la malattia.
I medici presenti lo hanno ricordato con parole sobrie.
Il dottor Said Al Sayyad, primario della Radioterapia Oncologica del Grande Ospedale Metropolitano di Reggio Calabria, ha parlato della cura come incontro tra scienza e umanità. La medicina oggi dispone di strumenti straordinari. Macchine precise, tecnologie avanzate, intelligenza artificiale, terapie sempre più mirate.
Ma l’uomo malato non è una macchina guasta.
Si può curare un tumore senza riuscire a guardare davvero il paziente. È il rischio della medicina quando diventa soltanto procedura. Curare una persona significa ascoltarla. Fermarsi. Capire la paura che porta dentro. Ricordare che dietro ogni diagnosi c’è qualcuno che torna a casa e deve trovare le parole per dire: è successo a me.
Il dottor Nino Iaria, dirigente dell’Oncologia dell’ospedale di Melito Porto Salvo, ha detto una verità che meriterebbe più spazio nei discorsi pubblici: non sempre si vince. L’oncologia ha fatto passi enormi. Molte malattie oggi si curano meglio, altre si cronicizzano, molte vite si allungano. Ma ci sono battaglie che si perdono.
E quando perde un paziente, perde anche il medico.
È una frase semplice. Ma dentro c’è tutto ciò che spesso dimentichiamo quando parliamo di sanità come fosse soltanto una questione di numeri, bilanci, liste d’attesa, protocolli. Tutte cose importanti. Ma non sufficienti. Perché la malattia non è una pratica amministrativa. È una frattura nella vita.
La dottoressa Giovanna Orizzonte, dirigente medico dell’Oncologia del presidio ospedaliero Morelli, ha portato la voce delle cure palliative, della malattia avanzata, del tempo in cui non si promettono miracoli ma presenza.
Ha ricordato nomi concreti: Alfonso, Fortunato. Non esempi astratti. Persone. Volti. Storie. Famiglie.
Il paziente oncologico ha paura della morte, certo. Ma ha paura anche di perdere la propria dignità. Di diventare un peso. Di essere guardato non più come persona, ma come malattia.
Allora la cura diventa una parola più grande della terapia. Curare vuol dire esserci.
E “esserci” sembra un verbo piccolo, ma è forse il più difficile.
Dopo le candele, dopo i nomi, dopo il silenzio, è stato piantato un ciliegio. Un albero giovane, fragile, affidato alla terra e alle stagioni.
La scelta è stata giusta. Il ciliegio fiorisce dopo l’inverno. Perde i fiori, poi attende. Non pretende di sconfiggere il tempo. Lo attraversa. Come fanno le famiglie ferite, quando lentamente imparano a respirare di nuovo.
Quell’albero crescerà davanti all’anfiteatro. Darà ombra, forse frutti, certamente memoria. Un giorno un bambino potrà chiedere perché sia stato piantato lì. E qualcuno gli risponderà: perché qui abbiamo voluto bene a chi non c’è più.
Non servirà aggiungere molto.
In un’Italia che spesso dimentica i paesi piccoli, i malati, gli anziani, i morti, Roccaforte del Greco ha dato una lezione senza gridare. Ha ricordato che la memoria non è nostalgia. È responsabilità. Ha ricordato che il volontariato non è un ornamento della società, ma una delle sue fondamenta. Ha ricordato che la sanità è davvero umana solo quando accanto alla cura del corpo resta la cura della persona.
Alle 12:25 la cerimonia si è conclusa. Ma certe cerimonie finiscono soltanto per chi guarda l’orologio.
Continueranno nelle case dove una candela sarà custodita. Nei reparti dove qualcuno avrà bisogno di una parola buona. Nell’impegno dell’associazione EMO. Nel ciliegio appena piantato. E nella coscienza di un paese che, per qualche ora, ha fatto una cosa semplice e grande: si è fermato davanti al dolore senza voltarsi dall’altra parte.
Roccaforte del Greco, quel giorno, non ha sconfitto la morte.
Nessuno può farlo.
Ma le ha impedito di cancellare i nomi.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
@luigi.palamara Roccaforte del Greco, la luce dei nomi. parte 6 di 6 Editoriale di Luigi Palamara Alcuni paesi non si raggiungono soltanto con la strada. Bisogna salirci dentro. Lasciare il mare, le case, il rumore della città, e accettare le curve dell’Aspromonte come si accetta una domanda seria. Roccaforte del Greco è uno di questi luoghi. Non ti viene incontro. Ti aspetta. Sta lassù, quasi a mille metri, con le sue pietre, la sua nebbia, il suo freddo improvviso. E quando arrivi, capisci che non sei entrato in un paese qualunque. Sei entrato in una memoria. Il primo maggio del 2026, nella chiesa di San Rocco, non si è fatta una cerimonia. Si è compiuto un gesto semplice e raro: ricordare i morti chiamandoli per nome. L’iniziativa si chiama “Luci nel Ricordo”, promossa dall’associazione EMO di Reggio Calabria. C’era uno scopo concreto, la raccolta di fondi a sostegno dei malati oncologici. Ma c’era anche qualcosa di più profondo, che non si misura con il denaro: la volontà di dire a chi non c’è più che non è stato cancellato. Il cancro non porta via soltanto una vita. Entra nelle case e cambia l’ordine delle cose. Lascia una sedia vuota, una voce che non risponde, un armadio che nessuno ha il coraggio di aprire. Chi resta continua a vivere, ma impara una lingua nuova: quella dell’assenza. A Roccaforte, quell’assenza è stata accolta. I nomi sono stati letti uno alla volta. A ogni nome una candela. A ogni candela una mano. Mogli, figli, fratelli, sorelle, amici. Mani che tremavano, mani che stringevano una piccola fiamma come si stringe ciò che resta di una persona amata. Una candela non guarisce. Non restituisce un padre, una madre, un fratello, un’amica. Però dice una cosa che oggi sembra quasi dimenticata: tu sei ancora con noi. Ed è già molto. In quella chiesa c’era una comunità intera. Non una folla. La folla passa. La comunità resta. Guarda, ascolta, partecipa. Sa che i morti non appartengono soltanto alle famiglie che li hanno pianti. Nei paesi veri, i morti sono di tutti. Al centro di questa giornata c’era Angela Sartiano, presidente dell’associazione EMO. Porta avanti un impegno che è anche un’eredità familiare. Prima di lei, sua sorella aveva dedicato energie e cuore ai malati. Poi la stessa malattia l’ha portata via. Angela avrebbe potuto fermarsi. Nessuno avrebbe avuto il diritto di chiederle altro. Invece ha scelto di continuare. Ha preso il dolore e ne ha fatto servizio. Non un monumento privato, ma un’opera utile agli altri. È così che certe persone restano vive: non soltanto nei ricordi, ma nelle azioni che continuano dopo di loro. Il ricavato destinato al sostegno dei malati oncologici non è un dettaglio. Chi lo pensa non conosce abbastanza la malattia. I medici presenti lo hanno ricordato con parole sobrie. Il dottor Said Al Sayyad, primario della Radioterapia Oncologica del Grande Ospedale Metropolitano di Reggio Calabria, ha parlato della cura come incontro tra scienza e umanità. La medicina oggi dispone di strumenti straordinari. Macchine precise, tecnologie avanzate, intelligenza artificiale, terapie sempre più mirate. Ma l’uomo malato non è una macchina guasta. Si può curare un tumore senza riuscire a guardare davvero il paziente. È il rischio della medicina quando diventa soltanto procedura. Curare una persona significa ascoltarla. Fermarsi. Capire la paura che porta dentro. Ricordare che dietro ogni diagnosi c’è qualcuno che torna a casa e deve trovare le parole per dire: è successo a me. Il dottor Nino Iaria, dirigente dell’Oncologia dell’ospedale di Melito Porto Salvo, ha detto una verità che meriterebbe più spazio nei discorsi pubblici: non sempre si vince. L’oncologia ha fatto passi enormi. Molte malattie oggi si curano meglio, altre si cronicizzano, molte vite si allungano. Ma ci sono battaglie che si perdono. E quando perde un paziente, perde anche il medico. Articolo completo su: www.cartastraccia.news
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@luigi.palamara Roccaforte del Greco, la luce dei nomi. parte 5 di 6 Editoriale di Luigi Palamara Alcuni paesi non si raggiungono soltanto con la strada. Bisogna salirci dentro. Lasciare il mare, le case, il rumore della città, e accettare le curve dell’Aspromonte come si accetta una domanda seria. Roccaforte del Greco è uno di questi luoghi. Non ti viene incontro. Ti aspetta. Sta lassù, quasi a mille metri, con le sue pietre, la sua nebbia, il suo freddo improvviso. E quando arrivi, capisci che non sei entrato in un paese qualunque. Sei entrato in una memoria. Il primo maggio del 2026, nella chiesa di San Rocco, non si è fatta una cerimonia. Si è compiuto un gesto semplice e raro: ricordare i morti chiamandoli per nome. L’iniziativa si chiama “Luci nel Ricordo”, promossa dall’associazione EMO di Reggio Calabria. C’era uno scopo concreto, la raccolta di fondi a sostegno dei malati oncologici. Ma c’era anche qualcosa di più profondo, che non si misura con il denaro: la volontà di dire a chi non c’è più che non è stato cancellato. Il cancro non porta via soltanto una vita. Entra nelle case e cambia l’ordine delle cose. Lascia una sedia vuota, una voce che non risponde, un armadio che nessuno ha il coraggio di aprire. Chi resta continua a vivere, ma impara una lingua nuova: quella dell’assenza. A Roccaforte, quell’assenza è stata accolta. I nomi sono stati letti uno alla volta. A ogni nome una candela. A ogni candela una mano. Mogli, figli, fratelli, sorelle, amici. Mani che tremavano, mani che stringevano una piccola fiamma come si stringe ciò che resta di una persona amata. Una candela non guarisce. Non restituisce un padre, una madre, un fratello, un’amica. Però dice una cosa che oggi sembra quasi dimenticata: tu sei ancora con noi. Ed è già molto. In quella chiesa c’era una comunità intera. Non una folla. La folla passa. La comunità resta. Guarda, ascolta, partecipa. Sa che i morti non appartengono soltanto alle famiglie che li hanno pianti. Nei paesi veri, i morti sono di tutti. Al centro di questa giornata c’era Angela Sartiano, presidente dell’associazione EMO. Porta avanti un impegno che è anche un’eredità familiare. Prima di lei, sua sorella aveva dedicato energie e cuore ai malati. Poi la stessa malattia l’ha portata via. Angela avrebbe potuto fermarsi. Nessuno avrebbe avuto il diritto di chiederle altro. Invece ha scelto di continuare. Ha preso il dolore e ne ha fatto servizio. Non un monumento privato, ma un’opera utile agli altri. È così che certe persone restano vive: non soltanto nei ricordi, ma nelle azioni che continuano dopo di loro. Il ricavato destinato al sostegno dei malati oncologici non è un dettaglio. Chi lo pensa non conosce abbastanza la malattia. I medici presenti lo hanno ricordato con parole sobrie. Il dottor Said Al Sayyad, primario della Radioterapia Oncologica del Grande Ospedale Metropolitano di Reggio Calabria, ha parlato della cura come incontro tra scienza e umanità. La medicina oggi dispone di strumenti straordinari. Macchine precise, tecnologie avanzate, intelligenza artificiale, terapie sempre più mirate. Ma l’uomo malato non è una macchina guasta. Si può curare un tumore senza riuscire a guardare davvero il paziente. È il rischio della medicina quando diventa soltanto procedura. Curare una persona significa ascoltarla. Fermarsi. Capire la paura che porta dentro. Ricordare che dietro ogni diagnosi c’è qualcuno che torna a casa e deve trovare le parole per dire: è successo a me. Il dottor Nino Iaria, dirigente dell’Oncologia dell’ospedale di Melito Porto Salvo, ha detto una verità che meriterebbe più spazio nei discorsi pubblici: non sempre si vince. L’oncologia ha fatto passi enormi. Molte malattie oggi si curano meglio, altre si cronicizzano, molte vite si allungano. Ma ci sono battaglie che si perdono. E quando perde un paziente, perde anche il medico. Articolo completo su: www.cartastraccia.news
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@luigi.palamara Roccaforte del Greco, la luce dei nomi. parte 4 di 6 Editoriale di Luigi Palamara Alcuni paesi non si raggiungono soltanto con la strada. Bisogna salirci dentro. Lasciare il mare, le case, il rumore della città, e accettare le curve dell’Aspromonte come si accetta una domanda seria. Roccaforte del Greco è uno di questi luoghi. Non ti viene incontro. Ti aspetta. Sta lassù, quasi a mille metri, con le sue pietre, la sua nebbia, il suo freddo improvviso. E quando arrivi, capisci che non sei entrato in un paese qualunque. Sei entrato in una memoria. Il primo maggio del 2026, nella chiesa di San Rocco, non si è fatta una cerimonia. Si è compiuto un gesto semplice e raro: ricordare i morti chiamandoli per nome. L’iniziativa si chiama “Luci nel Ricordo”, promossa dall’associazione EMO di Reggio Calabria. C’era uno scopo concreto, la raccolta di fondi a sostegno dei malati oncologici. Ma c’era anche qualcosa di più profondo, che non si misura con il denaro: la volontà di dire a chi non c’è più che non è stato cancellato. Il cancro non porta via soltanto una vita. Entra nelle case e cambia l’ordine delle cose. Lascia una sedia vuota, una voce che non risponde, un armadio che nessuno ha il coraggio di aprire. Chi resta continua a vivere, ma impara una lingua nuova: quella dell’assenza. A Roccaforte, quell’assenza è stata accolta. I nomi sono stati letti uno alla volta. A ogni nome una candela. A ogni candela una mano. Mogli, figli, fratelli, sorelle, amici. Mani che tremavano, mani che stringevano una piccola fiamma come si stringe ciò che resta di una persona amata. Una candela non guarisce. Non restituisce un padre, una madre, un fratello, un’amica. Però dice una cosa che oggi sembra quasi dimenticata: tu sei ancora con noi. Ed è già molto. In quella chiesa c’era una comunità intera. Non una folla. La folla passa. La comunità resta. Guarda, ascolta, partecipa. Sa che i morti non appartengono soltanto alle famiglie che li hanno pianti. Nei paesi veri, i morti sono di tutti. Al centro di questa giornata c’era Angela Sartiano, presidente dell’associazione EMO. Porta avanti un impegno che è anche un’eredità familiare. Prima di lei, sua sorella aveva dedicato energie e cuore ai malati. Poi la stessa malattia l’ha portata via. Angela avrebbe potuto fermarsi. Nessuno avrebbe avuto il diritto di chiederle altro. Invece ha scelto di continuare. Ha preso il dolore e ne ha fatto servizio. Non un monumento privato, ma un’opera utile agli altri. È così che certe persone restano vive: non soltanto nei ricordi, ma nelle azioni che continuano dopo di loro. Il ricavato destinato al sostegno dei malati oncologici non è un dettaglio. Chi lo pensa non conosce abbastanza la malattia. I medici presenti lo hanno ricordato con parole sobrie. Il dottor Said Al Sayyad, primario della Radioterapia Oncologica del Grande Ospedale Metropolitano di Reggio Calabria, ha parlato della cura come incontro tra scienza e umanità. La medicina oggi dispone di strumenti straordinari. Macchine precise, tecnologie avanzate, intelligenza artificiale, terapie sempre più mirate. Ma l’uomo malato non è una macchina guasta. Si può curare un tumore senza riuscire a guardare davvero il paziente. È il rischio della medicina quando diventa soltanto procedura. Curare una persona significa ascoltarla. Fermarsi. Capire la paura che porta dentro. Ricordare che dietro ogni diagnosi c’è qualcuno che torna a casa e deve trovare le parole per dire: è successo a me. Il dottor Nino Iaria, dirigente dell’Oncologia dell’ospedale di Melito Porto Salvo, ha detto una verità che meriterebbe più spazio nei discorsi pubblici: non sempre si vince. L’oncologia ha fatto passi enormi. Molte malattie oggi si curano meglio, altre si cronicizzano, molte vite si allungano. Ma ci sono battaglie che si perdono. E quando perde un paziente, perde anche il medico. Articolo completo su: www.cartastraccia.news
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@luigi.palamara Roccaforte del Greco, la luce dei nomi. parte 3 di 6 Editoriale di Luigi Palamara Alcuni paesi non si raggiungono soltanto con la strada. Bisogna salirci dentro. Lasciare il mare, le case, il rumore della città, e accettare le curve dell’Aspromonte come si accetta una domanda seria. Roccaforte del Greco è uno di questi luoghi. Non ti viene incontro. Ti aspetta. Sta lassù, quasi a mille metri, con le sue pietre, la sua nebbia, il suo freddo improvviso. E quando arrivi, capisci che non sei entrato in un paese qualunque. Sei entrato in una memoria. Il primo maggio del 2026, nella chiesa di San Rocco, non si è fatta una cerimonia. Si è compiuto un gesto semplice e raro: ricordare i morti chiamandoli per nome. L’iniziativa si chiama “Luci nel Ricordo”, promossa dall’associazione EMO di Reggio Calabria. C’era uno scopo concreto, la raccolta di fondi a sostegno dei malati oncologici. Ma c’era anche qualcosa di più profondo, che non si misura con il denaro: la volontà di dire a chi non c’è più che non è stato cancellato. Il cancro non porta via soltanto una vita. Entra nelle case e cambia l’ordine delle cose. Lascia una sedia vuota, una voce che non risponde, un armadio che nessuno ha il coraggio di aprire. Chi resta continua a vivere, ma impara una lingua nuova: quella dell’assenza. A Roccaforte, quell’assenza è stata accolta. I nomi sono stati letti uno alla volta. A ogni nome una candela. A ogni candela una mano. Mogli, figli, fratelli, sorelle, amici. Mani che tremavano, mani che stringevano una piccola fiamma come si stringe ciò che resta di una persona amata. Una candela non guarisce. Non restituisce un padre, una madre, un fratello, un’amica. Però dice una cosa che oggi sembra quasi dimenticata: tu sei ancora con noi. Ed è già molto. In quella chiesa c’era una comunità intera. Non una folla. La folla passa. La comunità resta. Guarda, ascolta, partecipa. Sa che i morti non appartengono soltanto alle famiglie che li hanno pianti. Nei paesi veri, i morti sono di tutti. Al centro di questa giornata c’era Angela Sartiano, presidente dell’associazione EMO. Porta avanti un impegno che è anche un’eredità familiare. Prima di lei, sua sorella aveva dedicato energie e cuore ai malati. Poi la stessa malattia l’ha portata via. Angela avrebbe potuto fermarsi. Nessuno avrebbe avuto il diritto di chiederle altro. Invece ha scelto di continuare. Ha preso il dolore e ne ha fatto servizio. Non un monumento privato, ma un’opera utile agli altri. È così che certe persone restano vive: non soltanto nei ricordi, ma nelle azioni che continuano dopo di loro. Il ricavato destinato al sostegno dei malati oncologici non è un dettaglio. Chi lo pensa non conosce abbastanza la malattia. I medici presenti lo hanno ricordato con parole sobrie. Il dottor Said Al Sayyad, primario della Radioterapia Oncologica del Grande Ospedale Metropolitano di Reggio Calabria, ha parlato della cura come incontro tra scienza e umanità. La medicina oggi dispone di strumenti straordinari. Macchine precise, tecnologie avanzate, intelligenza artificiale, terapie sempre più mirate. Ma l’uomo malato non è una macchina guasta. Si può curare un tumore senza riuscire a guardare davvero il paziente. È il rischio della medicina quando diventa soltanto procedura. Curare una persona significa ascoltarla. Fermarsi. Capire la paura che porta dentro. Ricordare che dietro ogni diagnosi c’è qualcuno che torna a casa e deve trovare le parole per dire: è successo a me. Il dottor Nino Iaria, dirigente dell’Oncologia dell’ospedale di Melito Porto Salvo, ha detto una verità che meriterebbe più spazio nei discorsi pubblici: non sempre si vince. L’oncologia ha fatto passi enormi. Molte malattie oggi si curano meglio, altre si cronicizzano, molte vite si allungano. Ma ci sono battaglie che si perdono. E quando perde un paziente, perde anche il medico. Articolo completo su: www.cartastraccia.news
♬ audio originale - Luigi Palamara
@luigi.palamara Roccaforte del Greco, la luce dei nomi. parte 2 di 6 Editoriale di Luigi Palamara Alcuni paesi non si raggiungono soltanto con la strada. Bisogna salirci dentro. Lasciare il mare, le case, il rumore della città, e accettare le curve dell’Aspromonte come si accetta una domanda seria. Roccaforte del Greco è uno di questi luoghi. Non ti viene incontro. Ti aspetta. Sta lassù, quasi a mille metri, con le sue pietre, la sua nebbia, il suo freddo improvviso. E quando arrivi, capisci che non sei entrato in un paese qualunque. Sei entrato in una memoria. Il primo maggio del 2026, nella chiesa di San Rocco, non si è fatta una cerimonia. Si è compiuto un gesto semplice e raro: ricordare i morti chiamandoli per nome. L’iniziativa si chiama “Luci nel Ricordo”, promossa dall’associazione EMO di Reggio Calabria. C’era uno scopo concreto, la raccolta di fondi a sostegno dei malati oncologici. Ma c’era anche qualcosa di più profondo, che non si misura con il denaro: la volontà di dire a chi non c’è più che non è stato cancellato. Il cancro non porta via soltanto una vita. Entra nelle case e cambia l’ordine delle cose. Lascia una sedia vuota, una voce che non risponde, un armadio che nessuno ha il coraggio di aprire. Chi resta continua a vivere, ma impara una lingua nuova: quella dell’assenza. A Roccaforte, quell’assenza è stata accolta. I nomi sono stati letti uno alla volta. A ogni nome una candela. A ogni candela una mano. Mogli, figli, fratelli, sorelle, amici. Mani che tremavano, mani che stringevano una piccola fiamma come si stringe ciò che resta di una persona amata. Una candela non guarisce. Non restituisce un padre, una madre, un fratello, un’amica. Però dice una cosa che oggi sembra quasi dimenticata: tu sei ancora con noi. Ed è già molto. In quella chiesa c’era una comunità intera. Non una folla. La folla passa. La comunità resta. Guarda, ascolta, partecipa. Sa che i morti non appartengono soltanto alle famiglie che li hanno pianti. Nei paesi veri, i morti sono di tutti. Al centro di questa giornata c’era Angela Sartiano, presidente dell’associazione EMO. Porta avanti un impegno che è anche un’eredità familiare. Prima di lei, sua sorella aveva dedicato energie e cuore ai malati. Poi la stessa malattia l’ha portata via. Angela avrebbe potuto fermarsi. Nessuno avrebbe avuto il diritto di chiederle altro. Invece ha scelto di continuare. Ha preso il dolore e ne ha fatto servizio. Non un monumento privato, ma un’opera utile agli altri. È così che certe persone restano vive: non soltanto nei ricordi, ma nelle azioni che continuano dopo di loro. Il ricavato destinato al sostegno dei malati oncologici non è un dettaglio. Chi lo pensa non conosce abbastanza la malattia. I medici presenti lo hanno ricordato con parole sobrie. Il dottor Said Al Sayyad, primario della Radioterapia Oncologica del Grande Ospedale Metropolitano di Reggio Calabria, ha parlato della cura come incontro tra scienza e umanità. La medicina oggi dispone di strumenti straordinari. Macchine precise, tecnologie avanzate, intelligenza artificiale, terapie sempre più mirate. Ma l’uomo malato non è una macchina guasta. Si può curare un tumore senza riuscire a guardare davvero il paziente. È il rischio della medicina quando diventa soltanto procedura. Curare una persona significa ascoltarla. Fermarsi. Capire la paura che porta dentro. Ricordare che dietro ogni diagnosi c’è qualcuno che torna a casa e deve trovare le parole per dire: è successo a me. Il dottor Nino Iaria, dirigente dell’Oncologia dell’ospedale di Melito Porto Salvo, ha detto una verità che meriterebbe più spazio nei discorsi pubblici: non sempre si vince. L’oncologia ha fatto passi enormi. Molte malattie oggi si curano meglio, altre si cronicizzano, molte vite si allungano. Ma ci sono battaglie che si perdono. E quando perde un paziente, perde anche il medico. Articolo completo su: www.cartastraccia.news
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@luigi.palamara Roccaforte del Greco, la luce dei nomi. parte 1 di 6 Editoriale di Luigi Palamara Alcuni paesi non si raggiungono soltanto con la strada. Bisogna salirci dentro. Lasciare il mare, le case, il rumore della città, e accettare le curve dell’Aspromonte come si accetta una domanda seria. Roccaforte del Greco è uno di questi luoghi. Non ti viene incontro. Ti aspetta. Sta lassù, quasi a mille metri, con le sue pietre, la sua nebbia, il suo freddo improvviso. E quando arrivi, capisci che non sei entrato in un paese qualunque. Sei entrato in una memoria. Il primo maggio del 2026, nella chiesa di San Rocco, non si è fatta una cerimonia. Si è compiuto un gesto semplice e raro: ricordare i morti chiamandoli per nome. L’iniziativa si chiama “Luci nel Ricordo”, promossa dall’associazione EMO di Reggio Calabria. C’era uno scopo concreto, la raccolta di fondi a sostegno dei malati oncologici. Ma c’era anche qualcosa di più profondo, che non si misura con il denaro: la volontà di dire a chi non c’è più che non è stato cancellato. Il cancro non porta via soltanto una vita. Entra nelle case e cambia l’ordine delle cose. Lascia una sedia vuota, una voce che non risponde, un armadio che nessuno ha il coraggio di aprire. Chi resta continua a vivere, ma impara una lingua nuova: quella dell’assenza. A Roccaforte, quell’assenza è stata accolta. I nomi sono stati letti uno alla volta. A ogni nome una candela. A ogni candela una mano. Mogli, figli, fratelli, sorelle, amici. Mani che tremavano, mani che stringevano una piccola fiamma come si stringe ciò che resta di una persona amata. Una candela non guarisce. Non restituisce un padre, una madre, un fratello, un’amica. Però dice una cosa che oggi sembra quasi dimenticata: tu sei ancora con noi. Ed è già molto. In quella chiesa c’era una comunità intera. Non una folla. La folla passa. La comunità resta. Guarda, ascolta, partecipa. Sa che i morti non appartengono soltanto alle famiglie che li hanno pianti. Nei paesi veri, i morti sono di tutti. Al centro di questa giornata c’era Angela Sartiano, presidente dell’associazione EMO. Porta avanti un impegno che è anche un’eredità familiare. Prima di lei, sua sorella aveva dedicato energie e cuore ai malati. Poi la stessa malattia l’ha portata via. Angela avrebbe potuto fermarsi. Nessuno avrebbe avuto il diritto di chiederle altro. Invece ha scelto di continuare. Ha preso il dolore e ne ha fatto servizio. Non un monumento privato, ma un’opera utile agli altri. È così che certe persone restano vive: non soltanto nei ricordi, ma nelle azioni che continuano dopo di loro. Il ricavato destinato al sostegno dei malati oncologici non è un dettaglio. Chi lo pensa non conosce abbastanza la malattia. I medici presenti lo hanno ricordato con parole sobrie. Il dottor Said Al Sayyad, primario della Radioterapia Oncologica del Grande Ospedale Metropolitano di Reggio Calabria, ha parlato della cura come incontro tra scienza e umanità. La medicina oggi dispone di strumenti straordinari. Macchine precise, tecnologie avanzate, intelligenza artificiale, terapie sempre più mirate. Ma l’uomo malato non è una macchina guasta. Si può curare un tumore senza riuscire a guardare davvero il paziente. È il rischio della medicina quando diventa soltanto procedura. Curare una persona significa ascoltarla. Fermarsi. Capire la paura che porta dentro. Ricordare che dietro ogni diagnosi c’è qualcuno che torna a casa e deve trovare le parole per dire: è successo a me. Il dottor Nino Iaria, dirigente dell’Oncologia dell’ospedale di Melito Porto Salvo, ha detto una verità che meriterebbe più spazio nei discorsi pubblici: non sempre si vince. L’oncologia ha fatto passi enormi. Molte malattie oggi si curano meglio, altre si cronicizzano, molte vite si allungano. Ma ci sono battaglie che si perdono. E quando perde un paziente, perde anche il medico. Articolo completo su: www.cartastraccia.news
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