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Attentato a Sigfrido Ranucci, caccia ai mandanti: «Agito su commissione con modalità mafiose»

Attentato a Sigfrido Ranucci, caccia ai mandanti: «Agito su commissione con modalità mafiose»

La bomba davanti al cancello e l’ombra di chi l’ha ordinata

L'inchiesta sull'ordigno a Torvaianica: arrestati quattro sospettati tra Napoli e Avellino per l'intimidazione al conduttore di Report

Il gip di Roma ordina le misure cautelari per gli esecutori materiali, ma resta il mistero sui registi del piano: agli indagati offerti fondi, coperture e una via di fuga all'estero.


C’è una frase, nelle carte dell’inchiesta, che pesa più del fragore dell’esplosione. “La bomba sono andato a mettere là. Facciamo la storia”. Non è una frase da storia, semmai da cronaca nera. Da quelle cronache che raccontano un Paese dove, ogni tanto, qualcuno pensa ancora che il modo più rapido per far tacere una voce sia metterle davanti casa un ordigno.

Quattro persone sono state arrestate tra le province di Napoli e Avellino per l’attentato contro Sigfrido Ranucci, il giornalista e conduttore di Report. Tre sono finite in carcere, una agli arresti domiciliari. L’ordinanza è stata emessa dal gip di Roma su richiesta della Direzione distrettuale antimafia. Le accuse, a vario titolo, sono pesanti: detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento. Reati aggravati, secondo l’impostazione degli inquirenti, dalle modalità mafiose e dall’azione compiuta in più persone.

L’attentato risale alla sera del 16 ottobre 2025. A Torvaianica, frazione di Pomezia, un ordigno esplose davanti al cancello dell’abitazione di Ranucci. Due automobili furono distrutte, il muro perimetrale danneggiato. Non fu solo un atto contro un giornalista. Fu un messaggio. E i messaggi, quando usano l’esplosivo, non cercano interlocutori: cercano paura.

Le indagini dei Carabinieri dei Nuclei Investigativi di Roma e Frascati hanno seguito una pista fatta di telecamere, tabulati, celle telefoniche, sopralluoghi, spostamenti e silenzi. Una Fiat 500 X, noleggiata in Campania, è stata individuata grazie a una telecamera lungo la Pontina. Da lì gli investigatori avrebbero ricostruito il viaggio verso Roma e il ritorno immediato dopo l’attentato. I telefoni, secondo l’accusa, seguivano lo stesso percorso dell’auto. Anche nei giorni precedenti, quando sarebbe stato compiuto un sopralluogo.

L’ordigno, secondo gli accertamenti tecnici, era composto da gelatina da cava: materiale vecchio, ma ancora capace di produrre danni enormi. Un esplosivo che non si compra al mercato. Per gli inquirenti è il segno di una rete illecita di approvvigionamento.

Ma il punto centrale resta un altro: chi ha ordinato l’attentato?

La gip scrive che il mandante è ancora ignoto. O forse i mandanti. Le carte parlano dell’esistenza di “un soggetto terzo o di un gruppo di soggetti terzi” che avrebbe organizzato e sostenuto l’azione. Il commando, secondo l’ipotesi investigativa, avrebbe agito “su commissione”, come favore e dietro compenso. Qualcuno avrebbe garantito fondi, schede telefoniche, copertura, assistenza legale e persino un possibile piano di fuga all’estero.

È qui che la vicenda cambia dimensione. Perché gli esecutori, se le accuse saranno confermate, sono il braccio. Ma il braccio non spiega mai tutto. Serve sapere chi ha avuto interesse a colpire Ranucci. Chi voleva mandare quel segnale. Chi pensava di trarre vantaggio da un’intimidazione così grave.

Il sottosegretario Alfredo Mantovano ha ringraziato magistratura e forze dell’ordine, auspicando un passo ulteriore verso l’individuazione dei mandanti. Anche la Rai, con l’amministratore delegato Giampaolo Rossi e il Consiglio d’amministrazione, ha espresso vicinanza al giornalista e sostegno al giornalismo d’inchiesta.

Ranucci, da parte sua, ha ringraziato lo Stato. “Non mi ha mai lasciato solo”, ha detto. E ha aggiunto che ora bisognerà capire se ci siano “altri livelli”. È una frase prudente, ma dice molto. Perché in queste storie spesso il primo arresto non è la fine: è l’inizio della parte più difficile.

I nomi degli arrestati sono Antonio Passariello, Marika De Filippi, Saverio Mutone e Pellegrino D’Avino. Hanno tra i 22 e i 53 anni e, secondo quanto emerso, precedenti penali. La procura aveva ipotizzato anche il reato di strage, accusa che il gip non ha riconosciuto nell’ordinanza cautelare.

Resta, doverosamente, il principio che vale per tutti: gli indagati sono presunti innocenti fino a eventuale sentenza definitiva di condanna. È una formula che non va messa in fondo per abitudine, ma tenuta davanti agli occhi. La giustizia non è vendetta, e la cronaca non è sentenza.

Però la domanda rimane. Una bomba davanti alla casa di un giornalista non è soltanto un fatto di cronaca. È un avvertimento a chi racconta, a chi indaga, a chi disturba. In un Paese libero, un giornalista può sbagliare, può essere criticato, può essere querelato. Ma non può essere minacciato con l’esplosivo.

La storia, quella vera, non la fanno quelli che mettono le bombe. La fanno quelli che riescono a impedire che il silenzio diventi legge.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

@luigi.palamara

Attentato a Sigfrido Ranucci, caccia ai mandanti: «Agito su commissione con modalità mafiose» La bomba davanti al cancello e l’ombra di chi l’ha ordinata L'inchiesta sull'ordigno a Torvaianica: arrestati quattro sospettati tra Napoli e Avellino per l'intimidazione al conduttore di Report Il gip di Roma ordina le misure cautelari per gli esecutori materiali, ma resta il mistero sui registi del piano: agli indagati offerti fondi, coperture e una via di fuga all'estero.  C’è una frase, nelle carte dell’inchiesta, che pesa più del fragore dell’esplosione. “La bomba sono andato a mettere là. Facciamo la storia”. Non è una frase da storia, semmai da cronaca nera. Da quelle cronache che raccontano un Paese dove, ogni tanto, qualcuno pensa ancora che il modo più rapido per far tacere una voce sia metterle davanti casa un ordigno. Quattro persone sono state arrestate tra le province di Napoli e Avellino per l’attentato contro Sigfrido Ranucci, il giornalista e conduttore di Report. Tre sono finite in carcere, una agli arresti domiciliari. L’ordinanza è stata emessa dal gip di Roma su richiesta della Direzione distrettuale antimafia. Le accuse, a vario titolo, sono pesanti: detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento. Reati aggravati, secondo l’impostazione degli inquirenti, dalle modalità mafiose e dall’azione compiuta in più persone. L’attentato risale alla sera del 16 ottobre 2025. A Torvaianica, frazione di Pomezia, un ordigno esplose davanti al cancello dell’abitazione di Ranucci. Due automobili furono distrutte, il muro perimetrale danneggiato. Non fu solo un atto contro un giornalista. Fu un messaggio. E i messaggi, quando usano l’esplosivo, non cercano interlocutori: cercano paura. Le indagini dei Carabinieri dei Nuclei Investigativi di Roma e Frascati hanno seguito una pista fatta di telecamere, tabulati, celle telefoniche, sopralluoghi, spostamenti e silenzi. Una Fiat 500 X, noleggiata in Campania, è stata individuata grazie a una telecamera lungo la Pontina. Da lì gli investigatori avrebbero ricostruito il viaggio verso Roma e il ritorno immediato dopo l’attentato. I telefoni, secondo l’accusa, seguivano lo stesso percorso dell’auto. Anche nei giorni precedenti, quando sarebbe stato compiuto un sopralluogo. L’ordigno, secondo gli accertamenti tecnici, era composto da gelatina da cava: materiale vecchio, ma ancora capace di produrre danni enormi. Un esplosivo che non si compra al mercato. Per gli inquirenti è il segno di una rete illecita di approvvigionamento. Ma il punto centrale resta un altro: chi ha ordinato l’attentato? La gip scrive che il mandante è ancora ignoto. O forse i mandanti. Le carte parlano dell’esistenza di “un soggetto terzo o di un gruppo di soggetti terzi” che avrebbe organizzato e sostenuto l’azione. Il commando, secondo l’ipotesi investigativa, avrebbe agito “su commissione”, come favore e dietro compenso. Qualcuno avrebbe garantito fondi, schede telefoniche, copertura, assistenza legale e persino un possibile piano di fuga all’estero. È qui che la vicenda cambia dimensione. Perché gli esecutori, se le accuse saranno confermate, sono il braccio. Ma il braccio non spiega mai tutto. Serve sapere chi ha avuto interesse a colpire Ranucci. Chi voleva mandare quel segnale. Chi pensava di trarre vantaggio da un’intimidazione così grave. Il sottosegretario Alfredo Mantovano ha ringraziato magistratura e forze dell’ordine, auspicando un passo ulteriore verso l’individuazione dei mandanti. Anche la Rai, con l’amministratore delegato Giampaolo Rossi e il Consiglio d’amministrazione, ha espresso vicinanza al giornalista e sostegno al giornalismo d’inchiesta. Ranucci, da parte sua, ha ringraziato lo Stato. “Non mi ha mai lasciato solo”, ha detto. E ha aggiunto che ora bisognerà capire se ci siano “altri livelli”. È una frase prudente, ma dice molto. Perché in queste storie spesso il primo arresto non è la fine: è l’inizio della parte più difficile. I nom

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