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Il carcere che non vogliamo vedere

Il carcere che non vogliamo vedere

Dall'intervista di Gaia Tortora a Gianni Alemanno emerge il ritratto impietoso di Rebibbia e del sistema penitenziario italiano

Il retrobottega della Repubblica: perché il degrado delle nostre carceri è un fallimento dello Stato che distrugge la sicurezza

Tra sovraffollamento, burocrazia feroce e il caso simbolo dell'88enne Antonio Russo, la pena si è trasformata in vendetta. Ma calpestare la dignità dei detenuti e l'Articolo 27 della Costituzione non ci rende più sicuri: restituisce solo alla società persone più disperate e pericolose.

L'Editoriale di Luigi Palamara 


Esistono alcune verità che l’Italia preferisce non ascoltare. Non perché siano false, ma perché disturbano. E il carcere è una di queste.

Finché il detenuto resta un’astrazione, tutto è facile. Si può parlare con la pancia, con il codice penale in mano e il telecomando nell’altra. Si può dire: “Ha sbagliato, paghi”. Frase sacrosanta, persino ovvia. Il problema comincia dopo. Dopo il punto fermo. Dopo il “paghi”. Perché una civiltà non si misura dal fatto che punisce il colpevole: quello lo sanno fare tutti, anche i regimi peggiori. Una civiltà si misura da come lo punisce.

L’intervista di Gaia Tortora a Gianni Alemanno ha questo merito: costringe a guardare dentro una stanza che l’Italia tiene chiusa a chiave. Non importa, almeno per un momento, simpatizzare o detestare Alemanno. Non importa la sua storia politica, non importa il giudizio su di lui, non importa neppure il fastidio che il suo nome può provocare in molti. Importa ciò che racconta. Perché quando una persona esce dal carcere e racconta il carcere, il tema non è più quella persona. Il tema siamo noi.

Alemanno dice di essere stato condannato per traffico di influenze legato a un abuso d’ufficio, reato poi abolito. Dice di aver avuto un affidamento in prova, di aver avuto permessi, di essere stato nuovamente arrestato perché, secondo la magistratura, avrebbe forzato quei permessi mescolando lavoro e politica. Su questo discuteranno i giuristi, le carte, i tribunali. Ma l’intervista non vale per il suo caso personale. Vale per ciò che emerge dopo: Rebibbia.

E Rebibbia, nel racconto di Alemanno, non è un istituto penitenziario europeo. È una fotografia impietosa dello Stato italiano quando smette di guardarsi allo specchio. Celle pensate per quattro persone che ne ospitano sei. Sovraffollamento. Caldo. Ventilatori donati e rimasti nei magazzini. Attrezzi sportivi regalati e mai distribuiti. Burocrazia che si posa sulla vita dei detenuti come una seconda condanna, più stupida e più feroce della prima.

Qui sta il punto. La pena è decisa dal giudice. Il degrado, no. Il sovraffollamento non sta scritto in sentenza. L’afa insopportabile non è una misura accessoria. L’ozio coatto non è giustizia. La solitudine, l’abbandono, la tossicodipendenza che circola nei reparti, le giornate passate a fissare il soffitto non sono il prezzo della legalità. Sono il fallimento della legalità.

Il carcere italiano ha una caratteristica tipicamente nazionale: riesce a essere insieme duro e inefficiente. Severo dove dovrebbe essere intelligente, molle dove dovrebbe essere organizzato, feroce con i deboli e impotente con i problemi veri. Punisce, ma non corregge. Custodisce, ma non restituisce. Chiude, ma non ricostruisce. E poi si meraviglia se la recidiva diventa una porta girevole.

La frase più importante dell’intervista non riguarda Alemanno. Riguarda gli altri. Quelli senza nome, senza protezione, senza visite illustri, senza parlamentari, senza telecamere, senza giornalisti. Quelli che non scrivono diari di cella. Quelli che non diventano caso politico. Quelli che entrano tossicodipendenti ed escono più disperati. Quelli che entrano poveri ed escono più poveri. Quelli che entrano colpevoli ed escono peggiori.

Una persona, dice Alemanno, non è mai soltanto il suo reato. È una frase che oggi fa arrabbiare molti, perché abbiamo scambiato la giustizia con la vendetta e la fermezza con il rancore. Ma è una frase profondamente costituzionale. L’articolo 27 non è una poesia buonista da citare nei convegni: è un obbligo. Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Devono tendere. Non fingere. Non promettere. Non essere dimenticate in una circolare ministeriale.

E invece l’Italia ha costruito un paradosso: pretende sicurezza, ma alimenta carceri che producono insicurezza. Perché un detenuto che non lavora, non studia, non viene curato, non viene responsabilizzato, non viene preparato al ritorno nella società, uscirà peggiore. E quando uscirà, non andrà a vivere sulla luna. Tornerà nelle nostre strade, nei nostri quartieri, nelle nostre città. Dunque chi dice “buttiamo la chiave” non sta difendendo la sicurezza: sta solo rimandando il problema, rendendolo più pericoloso.

Il tema delle carceri è impopolare. Non porta voti. Non accende applausi facili. Non commuove l’elettore arrabbiato. Anzi, lo irrita. Perché parlare di detenuti significa esporsi subito all’accusa più comoda: buonismo. È una parola diventata randello. La si usa per chiunque osi ricordare che lo Stato non può somigliare al delinquente che punisce. Ma chiedere celle dignitose, lavoro, studio, cure, percorsi di reinserimento non è buonismo. È realismo. È sicurezza. È civiltà giuridica.

C’è poi un altro aspetto, forse il più scomodo. In carcere non finiscono solo i mostri. I mostri esistono, certo. Esistono gli assassini, gli stupratori, i violenti, e nessuno dotato di senno pensa che non debbano pagare. Ma la narrazione pubblica riduce il carcere a loro, perché così è più facile voltarsi dall’altra parte. Dentro, invece, c’è molto altro: tossicodipendenza, marginalità, povertà, errori giudiziari, piccoli reati puniti in modo sproporzionato, vite sbandate, malattie, vecchiaia, abbandono.

Il caso dell’uomo di 88 anni citato da Alemanno, Antonio Russo, è uno di quei racconti davanti ai quali il Paese dovrebbe arrossire. Una grazia parziale concessa dal Presidente della Repubblica e rimasta impigliata per mesi tra comunicazioni mancate, relazioni sanitarie, passaggi burocratici. Un uomo vecchio, malato, ancora dentro mentre la carta cammina più lenta del suo respiro. Qui non siamo più nel campo della severità. Siamo nel campo dell’assurdo.

Gaia Tortora, in questa intervista, svolge una funzione essenziale: riporta il discorso al suo punto morale. Lei sa, per storia familiare, che il carcere non è una teoria. Sa che la giustizia può diventare ingiustizia. Sa che l’opinione pubblica ama i colpevoli finché sono colpevoli degli altri, ma non reggerebbe un giorno se l’ingranaggio si voltasse contro di lei.

Ed è questa la domanda che dovremmo farci: se domani toccasse a noi, a nostro figlio, a nostro padre, a una persona che amiamo, accetteremmo questo sistema? Accetteremmo sei persone in una cella da quattro? Accetteremmo il caldo, l’ozio, il degrado, i mesi persi per un documento non trasmesso? Accetteremmo che una pena diventi umiliazione inutile?

La risposta la conosciamo. Solo che non abbiamo il coraggio di applicarla agli altri.

Il carcere è il luogo in cui lo Stato ha meno scuse. Perché lì lo Stato controlla tutto: porte, orari, pasti, cure, docce, colloqui, lavoro, silenzio. Proprio per questo, se lì dentro la dignità viene calpestata, non si può dare la colpa alla società, alla famiglia, alla strada, al destino. La responsabilità è dello Stato. E quando lo Stato viola la dignità di chi ha in custodia, non diventa più forte. Diventa meno credibile.

Non si tratta di assolvere Alemanno. Non si tratta di riabilitare una parte politica. Non si tratta di fare della galera una villeggiatura, come amano dire quelli che non ci sono mai stati e che confondono la durezza con la giustizia. Si tratta di capire se vogliamo carceri che custodiscano uomini o discariche dove depositare problemi.

La destra dovrebbe capirlo per amore dell’ordine. La sinistra dovrebbe capirlo per amore degli ultimi. I cattolici dovrebbero capirlo per amore della persona. I liberali dovrebbero capirlo per difesa dello Stato di diritto. I garantisti dovrebbero capirlo per coerenza. E persino i forcaioli dovrebbero capirlo per interesse: un carcere che non rieduca restituisce alla società persone più pericolose.

Invece continuiamo a discutere come se il problema fosse scegliere tra sicurezza e umanità. È una falsa alternativa. La sicurezza senza umanità diventa brutalità. L’umanità senza sicurezza diventa retorica. Una politica seria dovrebbe tenerle insieme. Ma la politica seria costa fatica, e soprattutto non rende nei sondaggi.

Così il carcere resta il grande rimosso nazionale. Lo si visita a Natale, lo si cita dopo un suicidio, lo si promette in campagna elettorale, lo si dimentica il giorno dopo. Intanto le celle si riempiono, gli agenti penitenziari lavorano in condizioni impossibili, i detenuti marciscono nell’inutilità, le famiglie aspettano, i direttori arrancano, i volontari tappano buchi che lo Stato lascia spalancati.

E noi, fuori, ci raccontiamo di essere una democrazia matura.

No. Una democrazia matura non si vede dai salotti televisivi, dai discorsi solenni o dalle celebrazioni della Costituzione. Si vede da una cella d’agosto. Si vede da un detenuto che studia. Da un vecchio che viene curato. Da un ragazzo che impara un mestiere. Da un agente che non viene lasciato solo. Da un magistrato che non dimentica che dietro ogni fascicolo c’è un corpo. Da un ministro che non aspetta la prossima emergenza per accorgersi dell’emergenza.

La verità è semplice e terribile: il carcere italiano non è soltanto un problema dei detenuti. È un problema nostro. È il retrobottega della Repubblica. E quando il retrobottega puzza, non basta profumare la vetrina.

Alemanno, con tutte le contraddizioni della sua storia, ha fatto ciò che molti non fanno: ha parlato di ciò che ha visto. Possiamo non credergli su tutto. Possiamo contestarlo. Possiamo ricordare il suo passato, le sue responsabilità, le sue scelte politiche. Ma non possiamo usare il suo nome come pretesto per non ascoltare il carcere.

Perché il carcere non parla quasi mai. Quando parla, di solito, lo fa con i suicidi, con le rivolte, con le lettere disperate, con le madri in fila ai colloqui, con gli agenti esausti, con i detenuti che imparano a sopravvivere invece che a cambiare.

Questa intervista ci obbliga almeno a una cosa: smettere di fingere che non sappiamo.

Da oggi chi dice “buttiamo la chiave” dovrebbe avere l’onestà di aggiungere dove vuole buttare anche la Costituzione. Chi dice “marciscano in galera” dovrebbe spiegare che cosa farà quando quei marci torneranno in strada. Chi dice “se lo sono meritato” dovrebbe ricordare che la pena è già la privazione della libertà, non la privazione della dignità.

Uno Stato serio non chiede pietà per i detenuti. Chiede serietà per se stesso.

Perché il giorno in cui accettiamo che un uomo, qualunque uomo, possa essere ridotto a scarto, abbiamo già accettato che prima o poi qualcuno decida chi altro può diventarlo.

E allora non sarà più soltanto il carcere a essere sovraffollato. Sarà la nostra coscienza.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 


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