Klaus Davi e l’Aspromonte: quando la visibilità diventa mestiere
La polemica sull’onnipresenza mediatica del massmediologo in Calabria
Dalla questione dei lupi ai problemi di Reggio Calabria e della sua Città Metropolitana, la critica a un presenzialismo che rischia di trasformare un territorio complesso in un palcoscenico per riflettori sempre accesi.
L’Editoriale di Luigi Palamara
Arriva un momento, nella vita pubblica di ogni personaggio, in cui il protagonismo smette di essere iniziativa e diventa ingombro. Nel caso di Klaus Davi, quel momento sembra essere arrivato da un pezzo.
Ora il tema sono i lupi dell’Aspromonte. Domani, chissà, sarà il traffico di Reggio Calabria. Dopodomani gli asili, poi le strade, poi i boschi, poi la sanità, poi il destino dell’umanità intera. Purché ci sia un titolo, una telecamera, un comunicato, un riflettore acceso.
Il problema non è occuparsi dei territori. Sarebbe persino nobile, se fatto con misura, competenza e rispetto. Il problema è l’ossessione di comparire dentro ogni questione, come se senza il proprio intervento nulla potesse muoversi. Il problema è questa posa da salvatore permanente, da uomo chiamato dalla storia anche quando la storia non lo ha chiamato affatto.
Questa volta il palcoscenico è l’Aspromonte. E non un Aspromonte qualsiasi, da cartolina o da convegno, ma quello vero: quello dei pastori, del bestiame aggredito dai lupi, delle aziende familiari che resistono, delle comunità che vivono tra isolamento, burocrazia, carenza di servizi e abbandono istituzionale. Un tema serio, antico, delicato. Un tema che richiederebbe ascolto, studio, equilibrio. Non dichiarazioni a effetto. Non pose mediatiche. Non l’ennesimo ingresso in scena.
I pastori dell’Aspromonte meritano attenzione. Meritano tutela. Meritano istituzioni presenti, ristori rapidi, prevenzione, confronto con tecnici, amministratori, ambientalisti e comunità locali. Meritano risposte concrete. Ma proprio per questo non meritano di diventare comparse dentro il racconto di qualcun altro.
Reggio Calabria e la sua Città Metropolitana non hanno bisogno di tutori improvvisati. Non hanno bisogno di figure che, a seconda del tema del giorno, si presentano come interpreti, mediatori, difensori, salvatori, suggeritori dell’agenda politica e morale. Hanno bisogno di competenza, responsabilità, continuità. Hanno bisogno di chi conosce davvero i luoghi, di chi li vive, di chi ne porta addosso la polvere. Non di chi li attraversa alla ricerca di una nuova occasione mediatica.
L’Aspromonte non è una scenografia. Non è un fondale suggestivo per dichiarazioni televisive. È una terra aspra, complessa, orgogliosa. Una terra che non si lascia addomesticare dai comunicati stampa. Chi vuole parlarne dovrebbe farlo con umiltà. Dovrebbe prima ascoltare, poi capire, infine parlare. Non il contrario.
Invece, ancora una volta, si assiste alla solita dinamica: arriva il problema, arriva la dichiarazione, arriva la disponibilità, arriva l’annuncio. E subito nasce una domanda semplice, forse brutale, ma inevitabile: è davvero amore per il territorio o è l’ennesima ricerca di centralità personale?
Il problema di Klaus Davi, ormai, non è la singola posizione sui lupi, sui pastori o sull’Aspromonte. Il problema è la sistematicità del suo interventismo. Ogni questione reggina sembra diventare terreno utile per una presenza pubblica. Ogni ferita del territorio sembra trasformarsi in occasione per un ingresso in scena. Ogni disagio collettivo pare diventare materia prima per costruire visibilità.
Ma Reggio Calabria non è una platea da conquistare. La Città Metropolitana non è una vetrina. L’Aspromonte non è un argomento da cavalcare a giorni alterni. E i pastori non sono figuranti di un copione scritto altrove.
Gli aspromontani, si sa, sono diffidenti. Non per cattiveria. Per memoria. Hanno visto passare troppi predicatori, troppi salvatori, troppi forestieri con la soluzione pronta e il comunicato già scritto. E quando qualcuno si sovrappone a tutto, interviene su tutto, pretende di dettare l’agenda su tutto, la domanda nasce spontanea: lo fa per amore della terra o per amore della propria immagine?
C’è una linea sottile tra solidarietà e appropriazione del dolore altrui. Tra sostegno e protagonismo. Tra impegno civile e personalizzazione continua delle battaglie. Quando quella linea viene superata, anche le intenzioni eventualmente buone finiscono per apparire stonate. Fuori luogo. Perfino irritanti.
Nessuno impedisce a Klaus Davi di esprimere opinioni o di interessarsi ai problemi del territorio. Ci mancherebbe. Ma interessarsi non significa sovrapporsi. Dare una mano non significa intestarsi la battaglia. Esprimere solidarietà non significa trasformarsi automaticamente nel portavoce di una comunità.
I pastori dell’Aspromonte hanno una voce. Ce l’hanno sempre avuta. Non hanno bisogno che qualcuno arrivi da fuori a nobilitarla. Hanno bisogno che quella voce venga ascoltata da chi ha responsabilità istituzionali. Hanno bisogno di risposte, non di passerelle. Di politiche, non di dichiarazioni. Di rispetto, non di paternalismo.
E allora il punto è semplice: basta con questa presenza onnivora su ogni tema reggino. Basta con l’idea che ogni problema della città, della provincia o della montagna debba passare attraverso la legittimazione mediatica di chi, troppo spesso, sembra più interessato a occupare lo spazio che a risolvere davvero le questioni.
Basta con questa recita del deus ex machina buono per ogni stagione. Basta con l’intervento permanente, con la presenza obbligatoria, con il bisogno di infilarsi in ogni vicenda dell’Aspromonte come se fosse una passerella.
I lupi dell’Aspromonte meritano studio, equilibrio, conoscenza. I pastori meritano tutela. L’Aspromonte merita rispetto. Reggio Calabria merita politica vera, non supplenti mediatici. E la nostra terra, soprattutto, non merita di diventare lo sfondo di una visibilità surrogata, costruita sulla pelle dei problemi altrui.
Klaus Davi faccia pure ciò che ritiene. Parli, intervenga, dichiari, si proponga. Ma lasci all’Aspromonte almeno una cosa: la dignità di non essere trasformato nell’ennesimo palcoscenico.
Perché il territorio non ha bisogno dell’ennesimo salvatore di passaggio. Ha bisogno che chi parla, finalmente, sappia anche fare un passo indietro.
Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno
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