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Reggio Calabria, la scopa e la bacchetta magica

Reggio Calabria, la scopa e la bacchetta magica

Dopo “Piazza Pulita”, Cannizzaro mette sul tavolo Reggina, giunta, Palazzo San Giorgio, piazze, rifiuti e deleghe. Ma la vera domanda è una sola: questa città vuole davvero tornare normale?

Il bilancio dopo il via al piano straordinario: dalle emergenze quotidiane alla sfida per la nuova giunta

​Cannizzaro oltre la foto dell'alba: a Reggio Calabria la normalità non si fa con la bacchetta magica

La partenza dell'operazione contro i rifiuti dimostra che la macchina si è mossa, ma la vera sfida comincia adesso. Tra la caccia agli incivili, il dossier Reggina e il riassetto di Palazzo San Giorgio, serve un metodo costante: la politica non vive di accampamenti eroici, ma di organizzazione.

L'Editoriale di Luigi Palamara 

La frase, nell’intervista di Francesco Cannizzaro dopo il punto stampa del 25 giugno, che merita di essere presa sul serio più delle altre: “Non ho la bacchetta magica, ho una squadra”.

Finalmente.

Perché Reggio Calabria di bacchette magiche ne ha viste tante. Le ha viste sventolare in campagna elettorale, nelle conferenze stampa, nei manifesti, nelle promesse di redenzione urbana, nei grandi annunci, nei piccoli miracoli amministrativi rinviati sempre a domani. Poi, spenti i microfoni, rimanevano i sacchetti. Rimaneva l’erba alta. Rimanevano le piazze senza destino. Rimaneva Palazzo San Giorgio con i suoi saloni solenni e le sue miserie pratiche. Rimaneva la città vera, quella che non applaude perché deve ancora capire se crederci.

Francesco Cannizzaro arriva dopo l’operazione “Città Pulita”, o “Piazza Pulita”, e prova a spostare il discorso dal gesto alla cultura. È qui che si gioca la partita. Non nel camion che parte all’alba, non nella fila delle auto della Polizia locale, non nella foto del sindaco che stringe la mano agli operatori. Quelle sono immagini. Servono. Parlano. Ma passano. La politica vera comincia quando la fotografia diventa abitudine.

Il sindaco rivendica di essersi svegliato alle 4:30 per andare a ringraziare gli operatori. Dice che non era strategia, ma rispetto. E fa bene a dirlo. In una città abituata a vedere il potere dietro una scrivania, anche una stretta di mano all’alba può diventare una notizia. Ma non bisogna esagerare con la poesia. Gli operatori ecologici non hanno bisogno soltanto di pacche sulle spalle. Hanno bisogno di mezzi, turni, regole, organizzazione, discariche dove conferire, cittadini che non trasformino il loro lavoro in una condanna quotidiana.

Il sindaco ha visto entusiasmo nei loro occhi. Bene. Ora bisogna fare in modo che quell’entusiasmo non diventi, tra un mese, la vecchia rassegnazione di chi pulisce oggi e domani ritrova lo stesso materasso nello stesso angolo.

Perché il punto è tutto qui: Reggio non deve commuoversi perché qualcuno pulisce. Reggio deve scandalizzarsi perché qualcuno sporca.

Cannizzaro lo dice con chiarezza: l’operazione non è contro i cittadini, ma per i cittadini. Ed è contro quella minoranza che danneggia tutti. Il famoso 1% che rovina la vita al 99%. Formula semplice, forse brutale, ma efficace. In ogni città esiste questa minoranza: quella che pensa che la strada sia una pattumiera senza padrone, che il cartone del negozio possa finire dove capita, che il sacchetto lanciato dall’auto sia un gesto furbo e non una confessione morale.

Questa gente non è pittoresca. Non è vittima. Non è espressione di disagio sociale. È incivile. E quando l’inciviltà diventa metodo, lo Stato deve smettere di fare il pedagogista timido e tornare a fare lo Stato.

La tolleranza zero annunciata dal sindaco, allora, non va giudicata per il tono. Va giudicata per la durata. È facile dire “tolleranza zero” il primo giorno, davanti ai giornalisti. È più difficile confermarla quando il primo verbale farà arrabbiare il conoscente, quando il primo commerciante dirà che “si è sempre fatto così”, quando il primo cittadino beccato a scaricare rifiuti proverà a trasformarsi in perseguitato politico.

Lì si capirà se “Piazza Pulita” è un’operazione o un metodo.

Poi c’è la squadra. Cannizzaro insiste molto su questo punto. Dice che i consiglieri comunali non sono ancora insediati, ma sono già al lavoro. Dice che non hanno stanze, computer, strumenti. Dice che nemmeno il sindaco ha ancora una stanza. Eppure, aggiunge, la macchina si è mossa lo stesso.

È una buona immagine. Quasi cinematografica: amministratori senza uffici, ma con le scarpe già sporche di strada. Però anche qui bisogna fare attenzione. La retorica della partenza difficile funziona solo all’inizio. Dopo un po’, le stanze devono arrivare, i computer pure, gli atti anche, i dirigenti devono firmare, i contratti devono essere modificati, le deleghe assegnate, gli assessori nominati, i servizi controllati.

La politica non vive di accampamenti eroici. Vive di organizzazione.

Il 6 luglio è annunciato il consiglio comunale di insediamento. Cannizzaro vuole farlo “in grande stile”. Non per scenografia, dice, ma per presentare alla città la sua classe dirigente. L’idea è giusta. Una città deve sapere chi la governa. Deve conoscere l’assessore allo Sport, quello all’Istruzione, quello alle Attività produttive, quello all’Ambiente. Deve poter dare un volto alla responsabilità. Perché il potere anonimo è il paradiso dello scaricabarile.

Negli ultimi anni, dice il sindaco, la classe dirigente cittadina non è stata sempre riconoscibile. È una stoccata politica. Ma è anche una verità più ampia: quando una città non sa chi decide, finisce per pensare che non decida nessuno. E quando pensa che non decida nessuno, ognuno fa da sé. Anche con la spazzatura.

Sul tema della giunta, Cannizzaro si difende dall’accusa implicita del ritardo. Dice che i consiglieri sono stati proclamati da poco, che ci sono stati ricorsi e riconteggi, che avrebbe potuto presentare l’esecutivo la mattina dopo la vittoria, ma ha preferito rispettare l’assetto definitivo del Consiglio. È una spiegazione ragionevole. Purché non diventi un’attesa infinita. La città può capire il rispetto istituzionale. Capisce meno il galleggiamento.

Reggio non ha bisogno di una giunta qualsiasi. Ha bisogno di una giunta riconoscibile, competente, presente. Una giunta che non scambi l’assessorato per una medaglia, ma per una trincea. Perché l’Ambiente, in questa fase, è una trincea. E il nodo della delega non è secondario.

Alla domanda se terrà per sé la delega all’Ambiente, Cannizzaro non risponde direttamente. Preferisce parlare ancora di squadra. Dice che, al di là di chi avrà formalmente la delega, sarà una squadra a lavorare. Il concetto è condivisibile, ma fino a un certo punto. Le squadre sono necessarie. Ma nelle squadre qualcuno deve battere il rigore. Qualcuno deve rispondere se il pallone finisce fuori.

L’Ambiente, oggi, è la delega più politica di tutte. Più dello Sport, più delle Attività produttive, forse perfino più del Bilancio, perché tocca la vita quotidiana e la dignità materiale dei cittadini. Il sindaco può tenerla o affidarla. Ma chiunque la prenda dovrà sapere che non eredita una scrivania: eredita un campo minato.

E poi c’è la Reggina. Domanda inevitabile, risposta prudente. Cannizzaro ricorda che, durante la campagna elettorale, i tifosi gli avevano chiesto di occuparsi della squadra amaranto. Dice di aver seguito il dossier dal giorno dopo l’elezione, di essere soddisfatto, di voler raccontare tutto quando sarà il momento.

La Reggina, a Reggio, non è soltanto una squadra. È una ferita, un’appartenenza, un rito laico, una nostalgia organizzata in maglia amaranto. Un sindaco non può ignorarla. Ma deve stare attento a non farsi inghiottire dai simboli. Una città può vivere senza calcio professionistico, male ma può. Non può vivere serenamente con la spazzatura sotto casa, le piazze senza funzione, il Palazzo municipale malandato, i servizi che non rispondono. Il cuore vuole la Reggina. La vita quotidiana vuole i cassonetti svuotati.

Cannizzaro sembra saperlo. Infatti torna sempre al concetto di normalità. Reggio deve tornare normale. Parola modesta, quasi dimessa, eppure rivoluzionaria. In certe città italiane, la normalità è diventata l’unico vero miracolo. Una strada pulita. Una spiaggia pronta prima dell’estate. Una sala stampa funzionante. Un ufficio con un computer. Un cittadino che telefona e riceve risposta. Una piazza che non sia soltanto parcheggio o abbandono.

A proposito di piazze, il sindaco apre un ragionamento interessante. Piazza del Popolo, Piazza De Nava, Piazza Garibaldi: ognuna ha una storia, una funzione, una memoria. Non possono essere trattate come spazi neutri da riempire alla meglio. È vero. Le piazze sono il romanzo pubblico di una città. Dicono chi siamo stati, chi siamo diventati e cosa non abbiamo avuto il coraggio di essere.

Piazza del Popolo, scelta come punto di partenza dell’operazione, è già un simbolo. Il suo futuro non può essere deciso con una mano di vernice e due transenne. Serve una visione. Ma la visione, anche qui, dovrà scendere dal cielo delle parole al fango delle decisioni. Perché in urbanistica, come nella nettezza urbana, tutti sono visionari finché non bisogna togliere un privilegio, spostare un parcheggio, cambiare un’abitudine.

Palazzo San Giorgio, invece, è il simbolo involontario dell’intervista. Il sindaco racconta gli insetti che cadono dal tetto, l’aria condizionata a singhiozzo, le stanze che mancano, la sala stampa che non c’è. Qualcuno potrebbe ridere. Farebbe male. Quelle non sono note di colore. Sono diagnosi.

Un Comune che non riesce a prendersi cura della propria casa dà l’idea di una città che ha smarrito il senso della manutenzione. E la manutenzione è la forma più concreta dell’amore pubblico. Non basta inaugurare. Bisogna riparare. Non basta promettere. Bisogna sostituire, avvitare, pulire, accendere, rispondere. La civiltà amministrativa non si vede nei grandi discorsi, ma nel microfono che funziona.

Francesco Cannizzaro dice che non ha aspettato la stanza da sindaco per lavorare. Bene. Ora dovrà dimostrare che, quando quella stanza arriverà, non diventerà una distanza.

C’è infine la questione più delicata: la comunicazione. Il sindaco ne è consapevole. Sa che nel 2026 un fatto non comunicato quasi non esiste. Ma sa anche che la comunicazione, se non è sostenuta dal fatto, diventa teatro. La mattina di Piazza del Popolo, le strette di mano, gli operatori ringraziati, i mezzi in fila, la città svegliata prima dell’alba: tutto questo ha prodotto un’immagine forte. Ma l’immagine chiede il conto.

Tra trenta giorni, la città sarà più pulita? Tra sei mesi, il cittadino saprà a chi rivolgersi? A settembre, partirà davvero una campagna educativa? Le regole saranno spiegate agli anziani, agli esercenti, alle famiglie, alle scuole? Le multe arriveranno davvero? I furbi saranno stanati? Il numero verde risponderà? Gli assessori saranno riconoscibili? Le piazze avranno un destino? Palazzo San Giorgio avrà una sala stampa decente?

Sono queste le domande. Non ostili. Necessarie.

Cannizzaro ha ragione quando dice che non ha la bacchetta magica. Ma la scopa sì. E per ora ha cominciato a usarla. Solo che la scopa, in politica, non serve soltanto per togliere la polvere. Serve anche per spazzare via alibi, pigrizie, furbizie, complicità, nostalgie dell’inefficienza.

Reggio Calabria non deve chiedere miracoli. Deve pretendere normalità. La normalità di non vedere un sacchetto abbandonato diventare paesaggio. La normalità di sapere chi governa. La normalità di avere piazze pensate, uffici funzionanti, spiagge preparate prima dell’estate, una squadra amministrativa che risponde e non si nasconde.

Il sindaco ha detto che questa operazione è per i cittadini. Ora tocca ai cittadini dimostrare di meritarla, e all’amministrazione dimostrare di saperla sostenere.

Perché una città non si salva con un’alba ben fotografata. Si salva con cento mattine anonime in cui tutto funziona, nessuno applaude, nessuno sporca e nessuno deve più vergognarsi.

Quello sarà il giorno della vera “Piazza Pulita”.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

@luigi.palamara

Reggio Calabria, la scopa e la bacchetta magica Dopo “Piazza Pulita”, Cannizzaro mette sul tavolo Reggina, giunta, Palazzo San Giorgio, piazze, rifiuti e deleghe. Ma la vera domanda è una sola: questa città vuole davvero tornare normale? Il bilancio dopo il via al piano straordinario: dalle emergenze quotidiane alla sfida per la nuova giunta ​Cannizzaro oltre la foto dell'alba: a Reggio Calabria la normalità non si fa con la bacchetta magica La partenza dell'operazione contro i rifiuti dimostra che la macchina si è mossa, ma la vera sfida comincia adesso. Tra la caccia agli incivili, il dossier Reggina e il riassetto di Palazzo San Giorgio, serve un metodo costante: la politica non vive di accampamenti eroici, ma di organizzazione. L'Editoriale di Luigi Palamara  La frase, nell’intervista di Francesco Cannizzaro dopo il punto stampa del 25 giugno, che merita di essere presa sul serio più delle altre: “Non ho la bacchetta magica, ho una squadra”. Finalmente. Perché Reggio Calabria di bacchette magiche ne ha viste tante. Le ha viste sventolare in campagna elettorale, nelle conferenze stampa, nei manifesti, nelle promesse di redenzione urbana, nei grandi annunci, nei piccoli miracoli amministrativi rinviati sempre a domani. Poi, spenti i microfoni, rimanevano i sacchetti. Rimaneva l’erba alta. Rimanevano le piazze senza destino. Rimaneva Palazzo San Giorgio con i suoi saloni solenni e le sue miserie pratiche. Rimaneva la città vera, quella che non applaude perché deve ancora capire se crederci. Cannizzaro arriva dopo l’operazione “Città Pulita”, o “Piazza Pulita”, e prova a spostare il discorso dal gesto alla cultura. È qui che si gioca la partita. Non nel camion che parte all’alba, non nella fila delle auto della Polizia locale, non nella foto del sindaco che stringe la mano agli operatori. Quelle sono immagini. Servono. Parlano. Ma passano. La politica vera comincia quando la fotografia diventa abitudine. Il sindaco rivendica di essersi svegliato alle 4:30 per andare a ringraziare gli operatori. Dice che non era strategia, ma rispetto. E fa bene a dirlo. In una città abituata a vedere il potere dietro una scrivania, anche una stretta di mano all’alba può diventare una notizia. Ma non bisogna esagerare con la poesia. Gli operatori ecologici non hanno bisogno soltanto di pacche sulle spalle. Hanno bisogno di mezzi, turni, regole, organizzazione, discariche dove conferire, cittadini che non trasformino il loro lavoro in una condanna quotidiana. Il sindaco ha visto entusiasmo nei loro occhi. Bene. Ora bisogna fare in modo che quell’entusiasmo non diventi, tra un mese, la vecchia rassegnazione di chi pulisce oggi e domani ritrova lo stesso materasso nello stesso angolo. Perché il punto è tutto qui: Reggio non deve commuoversi perché qualcuno pulisce. Reggio deve scandalizzarsi perché qualcuno sporca. Cannizzaro lo dice con chiarezza: l’operazione non è contro i cittadini, ma per i cittadini. Ed è contro quella minoranza che danneggia tutti. Il famoso 1% che rovina la vita al 99%. Formula semplice, forse brutale, ma efficace. In ogni città esiste questa minoranza: quella che pensa che la strada sia una pattumiera senza padrone, che il cartone del negozio possa finire dove capita, che il sacchetto lanciato dall’auto sia un gesto furbo e non una confessione morale. Questa gente non è pittoresca. Non è vittima. Non è espressione di disagio sociale. È incivile. E quando l’inciviltà diventa metodo, lo Stato deve smettere di fare il pedagogista timido e tornare a fare lo Stato. La tolleranza zero annunciata dal sindaco, allora, non va giudicata per il tono. Va giudicata per la durata. È facile dire “tolleranza zero” il primo giorno, davanti ai giornalisti. È più difficile confermarla quando il primo verbale farà arrabbiare il conoscente, quando il primo commerciante dirà che “si è sempre fatto così”, quando il primo cittadino beccato a scaricare rifiuti proverà a trasformarsi in perseguitato politico. editoriale completo su: CartaStraccia.News

♬ audio originale - Luigi Palamara

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