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Il fastidio degli Uomini liberi

Il fastidio degli Uomini liberi

LO SFOGO E LA REPLICA. Attacchi, delegittimazioni e il tentativo di isolare chi fa cronaca sul territorio senza padroni né compromessi

Il giornalista Luigi Palamara risponde ai tentativi di diffamazione e fissa i confini del proprio mestiere: «Non bacio anelli, parlo solo con il lavoro e risponderò nelle sedi opportune. Chi sta con la schiena dritta fa ombra a chi vive piegato».

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Capisco il fastidio che può dare un giornalista libero. Lo capisco benissimo. Un giornalista libero è scomodo per definizione: non chiede permesso, non attende benedizioni, non bacia anelli, non si mette in fila davanti alle anticamere del potente di turno. Guarda, ascolta, scrive. E quando serve, disturba.

Quello che capisco meno, anzi, che non intendo accettare, è il tentativo sistematico di delegittimare chi si è costruito uno spazio con il lavoro, con la fatica, con la presenza quotidiana sul campo. Non con le raccomandazioni. Non con i favori. Non con i sorrisi interessati. Con il mestiere.

Nessuno mi ha regalato nulla. Ogni metro l’ho guadagnato. Ogni parola l’ho pagata. Ogni spazio l’ho conquistato tra strade, piazze, volti, cronache, immagini, video, notti insonni e giornate passate a raccontare un territorio che molti citano solo quando serve, e dimenticano appena finisce la convenienza.

C’è chi, potendo, ha tentato di danneggiarmi. Chi ha provato a ferirmi. Chi ha cercato di screditarmi con bassezze, insinuazioni, diffamazioni e cattiverie. È il metodo antico dei piccoli uomini: quando non possono batterti sui fatti, provano a sporcarti l’abito. Quando non possono contestare il lavoro, attaccano la persona. Quando non riescono a raggiungerti, cercano di abbassarti.

Ma ogni volta è accaduto il contrario. Ogni colpo mi ha rafforzato. Ogni veleno mi ha reso più lucido. Ogni tentativo di isolamento mi ha ricordato una cosa semplice: chi sta in piedi con la schiena dritta fa ombra a chi vive piegato.

Mi inginocchio, sì. Ma lo faccio soltanto davanti a Dio, nella preghiera. Davanti agli uomini resto in piedi. Non per arroganza, ma per dignità.

Eppure continuano a voler tenermi lontano. Lontano dai riflettori, lontano dalla scena, lontano dal centro del racconto pubblico. Non hanno ancora capito una cosa elementare: la scena non è il palco che ti concedono gli altri. La scena è ciò che sai costruire con il tuo lavoro. I riflettori non sono quelli che qualcuno accende per favore: sono quelli che ti seguono quando hai qualcosa da dire, quando sai dirla, quando la gente ti riconosce una voce.

Io amo quello che faccio. Ci metto passione, competenza, talento, studio, impegno costante. Non mi improvviso. Non baratto. Non mi travesto. Non fingo neutralità quando vedo ingiustizia, e non cerco applausi quando devo dire una verità scomoda.

Non temo chi mi diffama. A chi ha scelto la via della menzogna risponderò nelle sedi opportune, con la fermezza che la legge consente e la coscienza impone. Nessuno escluso. Perché la libertà di parola non è licenza di infangare, e la critica non è diffamazione mascherata da coraggio.

Temo altro. Temo la deriva verso il basso. Temo quella sottocultura che si erge a cultura, quell’arroganza dell’ignoranza che pretende di dare lezioni, quella mediocrità organizzata che per decenni ha impoverito territori, comunità, istituzioni e coscienze. Temo il rumore dei piccoli rancori, quando diventa metodo pubblico. Temo l’invidia che si traveste da moralismo. Temo la cattiveria che si spaccia per opinione.

Il rammarico, talvolta, è constatare che si resta soli. Ma poi rifletto e mi dico che forse un vero giornalista deve saper stare solo. Solo con la propria coscienza. Solo con le proprie domande. Solo con i propri lettori.

Perché alla fine sono loro il tribunale più severo e più limpido. Non le comitive, non le cordate, non i salotti, non i gruppetti che si assolvono a vicenda. I lettori. Quelli che ti incontrano per strada, ti salutano, ti sorridono lealmente. Quelli che ti leggono anche quando non sono d’accordo. Quelli che riconoscono la buona fede, la fatica, la continuità, la serietà.

La mia credibilità non nasce da un’autoproclamazione. Nasce da decenni di lavoro. Dal racconto ostinato della vita di un territorio intero. Dalla scelta di esserci. Dal non aver barato con nessuno. Dal non avere scheletri nell’armadio da nascondere né padroni a cui rendere conto.

I numeri sono lì. I video sono lì. Le immagini sono lì. Le parole sono lì. I fatti sono lì. Le opinioni, anche quelle più dure, sono lì. Tutto testimonia una vita professionale esposta, verificabile, specchiata. Alla faccia di chi vorrebbe costruirne un’altra per comodità, rancore o paura.

Io sono Luigi Palamara, Giornalista e Artista Aspromontàno. Mi firmo così perché così mi riconosco. E se la gente mi chiama “L’Arciere”, accetto anche questo nome: perché l’arciere guarda lontano, tende l’arco, misura il vento e poi lascia partire la freccia.

Il resto è rumore. E il rumore, quando non diventa verità, resta solo fastidio nell’aria.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere 

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