Il premio di essere ricordati
La riflessione del giornalista Luigi Palamara dopo il riconoscimento ricevuto dall'Associazione "ProLoco città di Reggio Calabria"
Oltre trent’anni di professione vissuti lontano dai circuiti del consenso e celebrati con il "Reggio Calabria Day": un promemoria sul valore della credibilità, della memoria e di una libertà di stampa che si conquista ogni giorno.
Non ricevo molti premi.
Forse perché non appartengo a quel circuito del “merito” in cui ci si premia a vicenda, si stringono mani, si distribuiscono sorrisi e si collezionano pergamene come certificati di buona condotta. Forse perché non ho mai imparato l’arte di bussare alle porte giuste. O forse, più semplicemente, perché non me ne è mai importato abbastanza.
Chissenefrega, verrebbe da dire.
Eppure ogni regola ha la sua eccezione. E l’eccezione, qualche volta, arriva senza annunciarsi. Qualcuno si accorge di te. Del lavoro che svolgi da oltre trent’anni. Delle parole scritte quando sarebbe stato più comodo tacere. Delle domande poste quando tutti preferivano le risposte già confezionate. Delle notizie cercate, verificate, raccontate. Anche di quelle che non portano applausi, ma fastidi.
Un premio, in fondo, non è soltanto un oggetto. Non è la medaglia, non è la cornice, non è la formula solenne pronunciata da un palco.
È memoria.
È qualcuno che, per pochi istanti, interrompe il rumore del presente e dice: ricordiamo ciò che hai fatto. Ricordiamo il tempo che hai dedicato a questo mestiere. Ricordiamo la passione, gli errori, le battaglie, le notti, la fatica. Ricordiamo che dietro una firma non c’è soltanto un nome, ma una vita trascorsa a osservare, capire e raccontare.
Trent’anni di giornalismo non possono essere riassunti in una pergamena. Nessuna frase celebrativa può contenere le delusioni, le rinunce, le porte chiuse, le telefonate scomode, le pressioni e quel dubbio che accompagna ogni giornalista serio: ho raccontato davvero ciò che doveva essere raccontato?
Ma una pergamena può fare un’altra cosa. Può ricordarti che quella fatica non è passata del tutto inosservata.
Il Premio nazionale “Reggio Calabria Day”, conferitomi come giornalista, parla di dedizione, professionalità, ricerca di notizie accurate, libertà di stampa, integrità e responsabilità. Sono parole importanti. Persino ingombranti. Parole davanti alle quali non si dovrebbe mai compiacersi troppo, perché il giornalismo non vive di celebrazioni. Vive di credibilità. E la credibilità non si riceve una volta per tutte: si conquista ogni giorno e si può perdere in un minuto.
Accolgo dunque questo riconoscimento senza trasformarlo in un altare. Lo accolgo per ciò che rappresenta: un gesto di attenzione, un momento di memoria collettiva, una pausa nel frastuono.
E soprattutto un promemoria.
Mi ricorda che raccontare i fatti con passione e dedizione ha ancora un senso. Che la libertà di stampa non è una formula ornamentale, ma una responsabilità concreta. Che informare non significa compiacere il pubblico, bensì rispettarlo abbastanza da non mentirgli. Che un giornalista non dovrebbe cercare il consenso, ma la verità possibile, documentata, verificata.
Per questo ringrazio l’Associazione “ProLoco città di Reggio Calabria ”, il presidente Giuseppe Tripodi e quanti hanno deciso di attribuirmi il premio.
Grazie non per avermi celebrato.
Grazie per avermi ricordato.
E per avermi ricordato che, qualche volta, anche ciò che si fa senza aspettarsi nulla può ricevere un riconoscimento. Non perché ne avesse bisogno per avere valore, ma perché qualcuno ha avuto la sensibilità di accorgersene.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
@luigi.palamara Il premio di essere ricordati. La riflessione del giornalista Luigi Palamara dopo il riconoscimento ricevuto dall'Associazione "ProLoco città di Reggio Calabria" Oltre trent’anni di professione vissuti lontano dai circuiti del consenso e celebrati con il "Reggio Calabria Day": un promemoria sul valore della credibilità, della memoria e di una libertà di stampa che si conquista ogni giorno. Non ricevo molti premi. Forse perché non appartengo a quel circuito del “merito” in cui ci si premia a vicenda, si stringono mani, si distribuiscono sorrisi e si collezionano pergamene come certificati di buona condotta. Forse perché non ho mai imparato l’arte di bussare alle porte giuste. O forse, più semplicemente, perché non me ne è mai importato abbastanza. Chissenefrega, verrebbe da dire. Eppure ogni regola ha la sua eccezione. E l’eccezione, qualche volta, arriva senza annunciarsi. Qualcuno si accorge di te. Del lavoro che svolgi da oltre trent’anni. Delle parole scritte quando sarebbe stato più comodo tacere. Delle domande poste quando tutti preferivano le risposte già confezionate. Delle notizie cercate, verificate, raccontate. Anche di quelle che non portano applausi, ma fastidi. Un premio, in fondo, non è soltanto un oggetto. Non è la medaglia, non è la cornice, non è la formula solenne pronunciata da un palco. È memoria. È qualcuno che, per pochi istanti, interrompe il rumore del presente e dice: ricordiamo ciò che hai fatto. Ricordiamo il tempo che hai dedicato a questo mestiere. Ricordiamo la passione, gli errori, le battaglie, le notti, la fatica. Ricordiamo che dietro una firma non c’è soltanto un nome, ma una vita trascorsa a osservare, capire e raccontare. Trent’anni di giornalismo non possono essere riassunti in una pergamena. Nessuna frase celebrativa può contenere le delusioni, le rinunce, le porte chiuse, le telefonate scomode, le pressioni e quel dubbio che accompagna ogni giornalista serio: ho raccontato davvero ciò che doveva essere raccontato? Ma una pergamena può fare un’altra cosa. Può ricordarti che quella fatica non è passata del tutto inosservata. Il Premio nazionale “Reggio Calabria Day”, conferitomi come giornalista, parla di dedizione, professionalità, ricerca di notizie accurate, libertà di stampa, integrità e responsabilità. Sono parole importanti. Persino ingombranti. Parole davanti alle quali non si dovrebbe mai compiacersi troppo, perché il giornalismo non vive di celebrazioni. Vive di credibilità. E la credibilità non si riceve una volta per tutte: si conquista ogni giorno e si può perdere in un minuto. Accolgo dunque questo riconoscimento senza trasformarlo in un altare. Lo accolgo per ciò che rappresenta: un gesto di attenzione, un momento di memoria collettiva, una pausa nel frastuono. E soprattutto un promemoria. Mi ricorda che raccontare i fatti con passione e dedizione ha ancora un senso. Che la libertà di stampa non è una formula ornamentale, ma una responsabilità concreta. Che informare non significa compiacere il pubblico, bensì rispettarlo abbastanza da non mentirgli. Che un giornalista non dovrebbe cercare il consenso, ma la verità possibile, documentata, verificata. Per questo ringrazio l’Associazione “ProLoco città di Reggio Calabria ”, il presidente Giuseppe Tripodi e quanti hanno deciso di attribuirmi il premio. Grazie non per avermi celebrato. Grazie per avermi ricordato. E per avermi ricordato che, qualche volta, anche ciò che si fa senza aspettarsi nulla può ricevere un riconoscimento. Non perché ne avesse bisogno per avere valore, ma perché qualcuno ha avuto la sensibilità di accorgersene. Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
♬ Farfalla dill Asprumunti - Luigi Palamara
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