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La grazia non è un comizio

La grazia non è un comizio

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Il Quirinale non è il notaio della propaganda

Il caso del gioielliere Roggero e la tentazione politica di trasformare la giustizia privata in eroismo, ignorando il confine tra legittima difesa e vendetta.

La grazia è una prerogativa costituzionale del Capo dello Stato, non uno slogan da comizio. Difendere il ruolo del Quirinale e l'autonomia dei giudici significa proteggere lo Stato di diritto dall'erosione della rabbia popolare e delle campagne elettorali.

In Italia basta una sentenza sgradita perché la politica si scopra improvvisamente esperta di codici, processi, attenuanti, prerogative presidenziali e perfino di coscienza.

È accaduto anche con Mario Roggero, il gioielliere condannato a quattordici anni e nove mesi per omicidio volontario. Una parte della destra ha deciso che i giudici hanno sbagliato, che il condannato è un eroe e che il Presidente della Repubblica dovrebbe affrettarsi a concedergli la grazia.

Tutto semplice. Tutto pronto. Mancano soltanto la fanfara e la fotografia ufficiale.

Peccato che la realtà sia meno accomodante della propaganda.

Roggero aveva subito una rapina. Questo è un fatto. Ma è un fatto anche ciò che accadde dopo. Uscì dal negozio, inseguì i rapinatori che stavano fuggendo e sparò contro di loro. Due morirono, un terzo rimase gravemente ferito. Uno degli uomini, già a terra, fu poi raggiunto e colpito.

È qui che finisce la difesa e comincia la vendetta.

La distinzione non è un cavillo inventato da magistrati ostili ai commercianti, né una raffinatezza per giuristi annoiati. È il confine che separa uno Stato civile dalla giustizia privata. La legittima difesa esiste quando esiste un pericolo concreto e attuale. Non quando l’aggressore fugge. Non quando gli si spara alle spalle. Non quando lo si rincorre per impartirgli una pena che nessun cittadino ha il diritto di infliggere.

Questa semplice verità è diventata, nel dibattito pubblico, quasi impronunciabile. Perché la paura porta voti, l’ira mobilita gli elettori e la complessità, come è noto, non funziona nei comizi.

Così Roggero viene trasformato in un simbolo. Non più un uomo responsabile delle proprie azioni, da giudicare sulla base dei fatti, ma il commerciante abbandonato, il padre esasperato, il cittadino costretto a sostituirsi allo Stato.

È una rappresentazione comoda. Soprattutto per chi la utilizza.

Molto meno comodo è ricordare che la giustizia non può dipendere dalla simpatia suscitata dall’imputato, dal mestiere che svolge o dal numero di politici disposti a farsi fotografare al suo fianco. Nei tribunali non si giudicano i simboli. Si giudicano le condotte.

E le condotte, in questo caso, sono state valutate in più gradi di giudizio.

Ma quando una sentenza non piace, ecco comparire il solito nemico: la magistratura. Giudici lontani dalla realtà, insensibili alle vittime, indulgenti con i delinquenti e spietati con gli onesti. È una caricatura vecchia, ma ancora efficace. Serve a convincere i cittadini che la legge sia giusta soltanto quando conferma ciò che essi desiderano.

Il passo successivo è stato inevitabile: invocare la grazia.

Non come istituto costituzionale da valutare con rigore, prudenza e discrezione. Ma come slogan. Come risposta politica. Come una sorta di appello finale rivolto al Quirinale affinché corregga ciò che i tribunali avrebbero sbagliato.

Ed è qui che la vicenda diventa ancora più grave.

Il Quirinale ha chiarito che non si tratta soltanto di una questione di merito, ma di metodo. E il metodo, in una democrazia costituzionale, non è un dettaglio per burocrati. È la sostanza stessa dell’equilibrio tra i poteri.

Il Presidente Sergio Mattarella avrebbe ricordato al ministro della Giustizia Carlo Nordio le parole di Luigi Einaudi: «È dovere del presidente della Repubblica di evitare si pongano precedenti, grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore immuni da qualsiasi incrinatura le facoltà che la Costituzione gli attribuisce».

Parole antiche, eppure terribilmente attuali.

Significano che il Presidente della Repubblica non è il notaio delle campagne elettorali, non è il correttore delle sentenze sgradite e non è un funzionario al quale un ministro possa consegnare una pratica già politicamente istruita, pretendendone la firma.

La grazia appartiene alle prerogative del capo dello Stato. Non al governo, non ai partiti, non alle trasmissioni televisive, non alle folle digitali. E difendere quella prerogativa significa difendere la Costituzione da una lenta, apparentemente innocua erosione.

È così che le istituzioni si indeboliscono: non sempre con un assalto frontale, ma con una pressione, una dichiarazione, un precedente. Con l’idea che, in fondo, per una volta si possa fare. Che in fondo il caso sia eccezionale. Che in fondo il sentimento popolare debba prevalere.

Poi l’eccezione diventa abitudine. E l’abitudine diventa regola.

La politica ha il diritto di criticare una legge e di modificarla. Ha il diritto di sostenere che le norme sulla legittima difesa siano insufficienti. Può presentare proposte, discuterle in Parlamento e assumersi la responsabilità delle loro conseguenze.

Non ha il diritto di processare i giudici sui social, di trasformare un condannato in un eroe nazionale e di trascinare il capo dello Stato dentro una campagna propagandistica.

Il caso Roggero è tragico. Lo è la rapina, lo sono le morti, lo è il dolore di tutte le famiglie coinvolte. Ma proprio per questo meriterebbe misura. Non urla. Non santificazioni. Non la consueta sagra dell’indignazione a comando.

Difendere lo Stato di diritto significa accettare che la legge valga anche quando non consola, quando non asseconda la rabbia, quando ci obbliga a distinguere tra ciò che comprendiamo umanamente e ciò che possiamo giustificare giuridicamente.

La paura può spiegare molte cose. L’esasperazione può spiegarne altre. Ma spiegare non significa assolvere. E comprendere non significa autorizzare.

La giustizia non è un regolamento di conti. La grazia non è un comizio. Il Presidente della Repubblica non è il terminale amministrativo della propaganda.

Sembrano ovvietà.

In tempi normali lo sarebbero.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

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