CartaStraccia.News

“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

Editors Choice

7/recent/post-list

La notte dell’Arena: Francesco Cannizzaro e il ritorno della politica tra la gente

Il teatro della politica e la scommessa di Francesco Cannizzaro: così Reggio Calabria si riprende la piazza

Il battesimo della nuova amministrazione comunale all’Arena dello Stretto tra rito istituzionale e bagno di folla

Il sindaco si insedia davanti a oltre mille cittadini e al vicepremier Tajani. Una prima seduta storica che unisce l'ambizione internazionale alle urgenze del territorio: ora la sfida passa dai simboli ai risultati.

Certe serate non hanno bisogno di essere spiegate. Si spiegano da sole. Basta guardarle.

L'Editoriale di Luigi Palamara




E la sera del 6 luglio 2026, all’Arena dello Stretto “Ciccio Franco”, Reggio Calabria non ha soltanto assistito alla prima seduta del nuovo Consiglio comunale. Ha assistito a qualcosa di più raro, e per questo più pericoloso: il ritorno della politica nella sua forma originaria, davanti al popolo, con il mare come sfondo e la città come testimone.

Francesco Cannizzaro, sindaco appena insediato, avrebbe potuto scegliere il rito ordinario. Una sala, qualche applauso, il cerimoniale, le strette di mano, le fotografie di circostanza, i discorsi misurati e prevedibili. Avrebbe potuto fare ciò che molti fanno: nascondere un passaggio storico dentro la normalità amministrativa. Invece ha fatto l’opposto. Ha portato il primo Consiglio comunale della sua era fuori dal Palazzo, nel cuore simbolico della città, trasformando un adempimento istituzionale in un evento politico, civile, popolare.

È stata questa la prima prova di forza del nuovo sindaco. Non una prova muscolare, ma una prova di presenza. Cannizzaro ha capito una cosa semplice, che molti politici dimenticano appena conquistano una poltrona: il potere non vive se non viene riconosciuto dalla comunità. E questa sera la comunità c’era. Oltre mille reggine e reggini hanno riempito l’Arena, non da comparse, non da figuranti, non da pubblico distratto, ma da cittadini partecipi. Hanno assistito, ascoltato, applaudito, seguito con entusiasmo un momento che resterà nella memoria politica della città.

Perché, diciamolo senza ipocrisie: i ministri si possono invitare, le autorità si possono convocare, le scalette si possono preparare. Ma la gente non la si può obbligare ad esserci. O arriva perché sente che accade qualcosa, oppure resta a casa. E Reggio, questa sera, è arrivata.

Il primo dato politico è questo. Francesco Cannizzaro, in pochissimo tempo, è riuscito a conquistare l’attenzione della città. Non solo quella dei suoi sostenitori, non solo quella degli apparati, non solo quella dei partiti della sua coalizione. Ha conquistato l’attenzione di Reggio come comunità. Ha creato attesa. Ha restituito al primo Consiglio comunale il sapore delle grandi occasioni. Ha fatto capire che il suo mandato non sarebbe cominciato in sordina, ma con il passo di chi vuole imprimere un ritmo, una direzione, un’ambizione.

La seduta si è aperta con il richiamo all’ordine, con l’invito alla collaborazione, con la richiesta di lasciare libero il corridoio centrale, con l’attenzione rivolta anche alla stampa perché tutti potessero vedere e partecipare. Poi l’Inno nazionale, chiamato non come semplice formalità ma come “momento di solennità”. E già qui si è vista la cifra della serata: istituzione e popolo, rito e piazza, forma e sostanza.

Subito dopo è arrivata la dichiarazione che ha dato il senso dell’appuntamento: “Siamo qui tutti insieme all’Arena Ciccio Franco a scrivere una pagina di storia per la nostra città di Reggio Calabria”. Non era una frase buttata lì. Era la cornice politica dell’intera serata. La nuova amministrazione voleva dire alla città che non stava semplicemente iniziando una consigliatura. Stava cominciando un’epoca.

L’appello, la validità della seduta, la convalida degli eletti, il richiamo al Testo unico degli enti locali, alla normativa su incandidabilità, ineleggibilità e incompatibilità: tutto il necessario apparato giuridico è passato davanti alla platea. Anche questo è stato significativo. La democrazia ha i suoi riti e le sue regole. Prima dell’enfasi viene la legittimità. Prima della narrazione viene il verbale. Prima del comando viene la convalida. E l’elezione di Francesco Cannizzaro alla carica di sindaco è stata formalmente convalidata davanti alla città.

Poi il giuramento.

Poche parole, come prevede la legge: “Giuro di osservare lealmente la Costituzione italiana”. Eppure, in quel contesto, quelle parole hanno avuto un peso diverso. Non dette al chiuso, ma davanti a una città schierata sotto il cielo dello Stretto. Il sindaco ha giurato davanti alle istituzioni, certo. Ma anche davanti ai cittadini. E quando un sindaco giura davanti ai cittadini, poi non può più rifugiarsi nei tecnicismi. Ha preso un impegno pubblico, visibile, quasi fisico.

Il terzo punto all’ordine del giorno ha aperto la partita dell’assetto istituzionale dell’aula: l’elezione del presidente del Consiglio comunale, dei vicepresidenti e dei segretari questori. La maggioranza ha proposto l’avvocato Federico Milia, indicandolo come figura giovane, competente, con esperienza politica già maturata nella precedente legislatura e capace di garantire equilibrio e democraticità nei lavori dell’assemblea. Dopo la prima votazione, non essendo stato raggiunto il quorum richiesto dei tre quarti, si è proceduto a una seconda votazione. Alla fine Milia è stato eletto con 24 voti.

È un altro passaggio non secondario. Perché Cannizzaro non ha solo conquistato Palazzo San Giorgio: ha costruito un assetto politico. Ha messo in campo una classe dirigente, ha dato forma a una squadra, ha collocato un giovane alla guida dell’aula. Ed è proprio Milia, nel suo discorso d’insediamento, a raccogliere il senso della nuova stagione: il Consiglio comunale come casa della democrazia locale, luogo aperto alla città, alle associazioni, alle periferie, alle imprese, al volontariato, al mondo della scuola e dell’università.

Federico Milia ha parlato di Reggio come città magnogreca e mediterranea, capace nei secoli di risorgere dalle macerie e dalle difficoltà. Ha riconosciuto la durezza della realtà: il lavoro che manca, i giovani costretti ad andare via, le fragilità sociali, la sfiducia nelle istituzioni. Ma ha anche detto che la fiducia va riconquistata con trasparenza, dignità e senso del dovere. E ha usato un’immagine destinata a restare: il Consiglio comunale come “casa di vetro”.

Non era soltanto il discorso del presidente del Consiglio. Era il manifesto istituzionale del nuovo corso: il Palazzo non più come stanza buia, ma come luogo aperto; la politica non più come affare di pochi, ma come responsabilità pubblica; l’aula non più come teatro di rancori, ma come sede del confronto.

Poi l’elezione degli altri organi: Luisa Curatola vicepresidente per la maggioranza, Filippo Quartuccio vicepresidente per la minoranza, Ramona Calafiore segretario questore per la maggioranza, Domenico Catalano segretario questore per la minoranza. L’approvazione dell’immediata esecutività all’unanimità ha chiuso il passaggio, confermando una partenza ordinata, istituzionalmente composta.

A quel punto Cannizzaro ha comunicato la composizione della giunta. Lo aveva già fatto nei giorni precedenti, ma ha voluto ribadirlo davanti alla cittadinanza reggina. E anche qui il gesto politico è stato chiaro: non una squadra annunciata soltanto ai media, ma presentata all’aula e al popolo. Maria Grazia Arena vicesindaco, poi Domenica Catalfamo, Lucia Fio, Filomena Iatì, Marco Franchini, Massimo Ripepi, Demetrio Marino, Antonino Maiolino, Antonino Caridi. Una squadra che il sindaco ha salutato con auguri di buon lavoro e con quella formula semplice, quasi popolare, che in Calabria ha il peso di un patto: “In bocca al lupo”.

C’è stato anche un gesto di garbo istituzionale e umano: i fiori donati alle donne presenti in Consiglio e nell’esecutivo. In una politica spesso arida, questi dettagli non sono inutili. Possono essere cerimoniale, certo. Ma possono anche dire qualcosa sul tono che un’amministrazione vuole darsi. La forma, quando non è ipocrisia, educa la sostanza.

Poi la presa d’atto dei gruppi consiliari: Alternativa Popolare, Fratelli d’Italia, Insieme si può, Noi Moderati, Reggio Futura, Cannizzaro Sindaco, Forza Italia, PPE, Lega, Azione con Calenda, La Svolta, Reset, Partito Democratico, Avanti, PSI, Italia Viva, Alleanza Verdi Sinistra, La Strada. Un mosaico politico ampio, articolato, persino complesso. La nuova amministrazione nasce con una maggioranza forte, ma dentro un’aula plurale. E la pluralità, se viene governata con intelligenza, è ricchezza. Se viene gestita con arroganza, diventa frattura.

Il sesto punto, relativo alla nomina dei componenti della commissione elettorale comunale, è stato rinviato all’unanimità. Anche questo piccolo passaggio dice qualcosa: l’aula, almeno nella sua prima seduta, ha saputo trovare un terreno procedurale comune. Non basta a definire una stagione, ma basta a iniziarla senza inciampi.

Poi è arrivato l’ospite più atteso: Antonio Tajani, vicepremier e ministro degli Esteri. La sua presenza ha dato alla serata una dimensione nazionale. Non era una comparsata. Tajani ha parlato da uomo di governo, da leader politico, da amico personale di Cannizzaro, ma soprattutto da rappresentante di un’Italia che guarda a Reggio come a una città destinata a uscire dal provincialismo imposto da altri e talvolta accettato da sé stessa.

Tajani ha riconosciuto a Cannizzaro una scelta difficile: lasciare il Parlamento per fare il sindaco. E qui ha colto il punto. Perché fare il sindaco non è una promozione mondana. È una condanna quotidiana al contatto con i problemi. Il parlamentare può parlare di grandi scenari; il sindaco deve rispondere della strada sporca, dell’aeroporto, della scuola, dei servizi, della solitudine degli anziani, dei giovani che partono, delle imprese che chiedono ossigeno. Il sindaco non può fingere di non vedere. Vive dove governa. E se sbaglia, la città glielo presenta il giorno dopo, magari al bar, magari sul marciapiede, magari con una telefonata alle sette del mattino.

Tajani ha parlato di una Reggio con vocazione internazionale, di Mediterraneo, di commercio, di pace, di università, di export, di infrastrutture. Ha annunciato che a novembre la città ospiterà una riunione degli addetti culturali, scientifici, spaziali e agricoli italiani presso le ambasciate. Ha richiamato il G7 del Commercio internazionale già organizzato a Reggio. Ha insistito sulla necessità che la città diventi un faro internazionale. E ha detto una cosa che dovrebbe diventare un principio politico per qualunque amministrazione reggina: una città che si affaccia sul Mediterraneo non può non avere una vocazione internazionale.

Questa è la sfida più grande. Reggio non può limitarsi a contemplare il proprio mare. Deve usarlo come destino. Non può vivere soltanto di bellezza. Deve trasformare la bellezza in lavoro, cultura, turismo, logistica, relazioni internazionali, università, impresa. Tajani ha indicato Gioia Tauro, l’aeroporto, i corridoi commerciali, il collegamento tra India, Medio Oriente, Mediterraneo ed Europa. Ha parlato di export e di infrastrutture. Ha detto che il Sud non deve essere il Sud che piange, il Sud che si lamenta, il Sud col cappello in mano. E da Reggio, ha aggiunto, deve partire un messaggio di dignità meridionale.

È stato un discorso politico, ma anche una consegna. Perché se il governo nazionale accende i riflettori su Reggio, allora Reggio deve farsi trovare pronta. Non basta avere l’attenzione di Roma. Bisogna avere la capacità amministrativa per trasformarla in risultati. Ed è qui che Cannizzaro si gioca molto più di una bella serata.

Tajani ha apprezzato anche la scelta di Maria Grazia Arena come vicesindaco, richiamando il suo passato nell’amministrazione della giustizia e leggendo questa scelta come un segnale netto contro la criminalità. Ha parlato della necessità di abbattere la burocrazia, sconfiggere la malavita, garantire libertà alle imprese. Ha evocato Marcinelle e il sacrificio degli italiani emigrati, molti meridionali, partiti con le valigie di cartone per costruire ricchezza altrove. Il senso era chiaro: il futuro di Reggio deve essere costruito perché i suoi giovani possano restare, lavorare, crescere, vivere con dignità nella propria terra.

Dopo Tajani, è intervenuta la maggioranza con il consigliere Fabio Colella. Parole di sostegno leale all’amministrazione, ma anche di consapevolezza: amministrare significa ascoltare, assumersi responsabilità, dare risposte. Colella ha definito quella di Cannizzaro una scelta di servizio: lasciare il Parlamento per tornare nella sua città e mettersi alla guida di una comunità che gli ha affidato un compito importante. Ha parlato di una squadra fatta di esperienza, competenze e forza della gioventù. Ha detto che il successo dell’amministrazione coinciderà con il successo di Reggio Calabria.

È la linea della maggioranza: compattezza, sostegno, orgoglio cittadino, fiducia nel sindaco. Ma una maggioranza, per essere utile a un sindaco, non deve limitarsi ad applaudirlo. Deve sostenerlo e pungolarlo, difenderlo e aiutarlo a vedere ciò che il vertice talvolta non vede. Cannizzaro ha una squadra. Ora dovrà trasformarla in macchina di governo.

Poi l’opposizione. Il consigliere Antonino Malara ha parlato con toni fermi, rivendicando una minoranza attenta, seria, responsabile, propositiva, di controllo e di garanzia. Ha detto una cosa sacrosanta: essere opposizione non significa essere contrari a tutto, a prescindere. Significa entrare nel merito. Ha richiamato il rispetto delle istituzioni, ha criticato il linguaggio violento del passato, ha citato Italo Falcomatà e la necessità di un linguaggio gentile, duro nei contenuti se necessario, ma rispettoso delle persone.

Questo è un punto decisivo. Reggio non ha bisogno di un Consiglio comunale trasformato in una rissa permanente. Ha bisogno di confronto vero. Di maggioranza che governa e opposizione che controlla. Di conflitto politico, non di odio personale. Di idee, non di insulti. Malara ha poi posto temi pesanti: Mezzogiorno, divario con il Nord, autonomia differenziata, infrastrutture, alta velocità, edilizia scolastica, sportiva, residenziale pubblica, sanità. Ha rivendicato il patrimonio culturale e storico della città, la sua identità trimillenaria, Scilla e Cariddi, la Fata Morgana, la profondità del pensiero classico. Ha ricordato il dossier per la candidatura a Capitale italiana della cultura 2027 e ha chiesto di non disperdere quel lavoro. Ha rivendicato anche il lascito della precedente amministrazione: conti, società in house, trasporto pubblico, concorsi, stabilizzazioni, programmazione europea.

È stato un intervento da opposizione vera. Non remissiva, non pregiudiziale. Cannizzaro, nel suo discorso finale, ha raccolto la sfida con una formula di onestà intellettuale: se vi saranno risultati prodotti da chi ha amministrato prima, il sindaco sarà il primo a riconoscerli. Non è una frase secondaria. In una città spesso divisa in tifoserie, riconoscere ciò che di buono è stato fatto dall’avversario può diventare un atto rivoluzionario. A condizione, naturalmente, che non resti solo una frase elegante.

È intervenuto anche Saverio Pazzano, portando dentro l’Arena un’altra sensibilità: quella dei quartieri, delle fragilità, delle diseguaglianze sociali, del welfare, dell’ambiente, della cultura come cura, della Costituzione come bussola. Ha ricordato che la bellezza di Reggio va difesa, ma senza dimenticare le sofferenze e le difficoltà che si vivono nella città reale. Ha parlato del Mediterraneo come mare tra le terre e ha auspicato una Reggio dell’accoglienza, dell’ascolto e della pace.

Anche questo è stato un pezzo necessario della serata. Perché una città non si governa soltanto con l’orgoglio. Si governa anche con la pietà civile, con l’attenzione a chi resta indietro, con la capacità di vedere i margini mentre si parla di grandi scenari internazionali. Se Reggio vuole essere capitale del Mediterraneo, deve esserlo anche per l’ultimo dei suoi cittadini.

E infine Cannizzaro.

Il sindaco ha detto che avrebbe rinunciato all’intervento programmatico, riservandosi di presentare le linee nelle prossime sedute. Ma il suo saluto è stato, di fatto, un primo discorso politico. Ha ringraziato la città: “Grazie, grazie, grazie”. Ha detto che la presenza dei cittadini all’Arena dava all’avvio della legislatura un significato importante e alimentava la sua assunzione di responsabilità. Ha salutato la maggioranza e l’opposizione, ricordando anche il caffè e il cornetto condivisi con alcuni consiglieri di minoranza la mattina stessa. Dettaglio piccolo, ma politicamente intelligente: il sindaco ha voluto dire che il confronto comincia anche da lì, da una normalità umana prima ancora che istituzionale.

Ha salutato le autorità civili, militari e religiose: il prefetto, impossibilitato a partecipare fino alla fine; il questore Sirna; il generale Todaro dei Carabinieri; il colonnello Tortora della Guardia di Finanza; i Vigili del Fuoco; il comandante della Polizia locale Zucco, con il quale ha detto di aver avviato un percorso per ripulire la città e applicare regole da tempo necessarie; il dirigente Macheda per la città metropolitana; l’ammiraglio Sciarrone, salutato anche per il compleanno; il vescovo Morrone. Poi i parlamentari, i rappresentanti regionali, gli ex sindaci, gli avversari politici presenti, gli uomini che hanno scritto pagine della città, i sindaci della provincia con la fascia tricolore.

Questo lungo elenco non era solo cerimoniale. Era una mappa del potere cittadino e metropolitano. Cannizzaro ha voluto tenerla tutta dentro la stessa cornice. Ha voluto far capire che la sua Reggio non intende procedere per compartimenti stagni, ma come un unicum istituzionale. Ha ringraziato Tajani per una presenza definita non scontata e storica: per la prima volta, un ministro e rappresentante del governo partecipava all’insediamento di un’assise comunale reggina. Ha sottolineato che Tajani non era venuto soltanto a presenziare, ma ad annunciare qualcosa di importante per la città e per la Calabria su un palcoscenico internazionale.

Poi il passaggio personale: la famiglia, i nipoti Gaia ed Emilio, il tempo sottratto agli affetti. Anche qui, chi conosce la politica sa che non sono dettagli. Il potere è sempre anche sacrificio domestico, assenza, stanchezza, solitudine. Cannizzaro ha voluto mostrare non solo il sindaco, ma l’uomo. E la città, spesso, si lega a un uomo prima ancora che a un programma.

Il sindaco ha parlato dei primati: il primo vicesindaco donna nella storia della città, Maria Grazia Arena; il più giovane presidente del Consiglio comunale, Federico Milia; il primo insediamento celebrato all’Arena dello Stretto con la partecipazione diretta della cittadinanza. “Vogliamo essere e saremo l’amministrazione dei primati”, ha detto in sostanza. È una formula ambiziosa, quasi temeraria. Ma Cannizzaro ha scelto di non partire basso. Ha scelto di alzare l’asticella.

E quando un sindaco alza l’asticella, poi non può lamentarsi se la città pretende il salto.

Ha parlato anche della città metropolitana, rassicurando i sindaci dei 97 comuni della provincia. Ha detto che non sarà un sindaco metropolitano ripiegato su Reggio centro, ma vicino ai territori, da Monasterace a Rosarno, comprese colline e montagne. Ha ricordato l’importanza delle circoscrizioni, frutto anche di un suo emendamento al TUEL, e ha salutato presidenti e consiglieri circoscrizionali. È un punto politico essenziale: Cannizzaro vuole costruire una Reggio non “reggiocentrica”, ma metropolitana. Non è un dettaglio amministrativo. È un cambio di scala.

Poi la parola più impegnativa: normalizzare. Il sindaco ha detto che occorre normalizzare la città e, nello stesso tempo, proiettarla sul piano internazionale. Sembra una contraddizione. Invece è la sintesi esatta del problema reggino. Reggio deve tornare normale nei servizi, nelle regole, nel decoro, nella macchina comunale, nell’efficienza quotidiana. Ma non può accontentarsi della normalità, perché la sua storia e la sua posizione le chiedono di essere più grande della propria amministrazione ordinaria. Deve saper pulire una strada e parlare al Mediterraneo. Deve saper risolvere un problema di quartiere e attrarre investimenti. Deve saper garantire un servizio e costruire relazioni internazionali.

Questa è la doppia sfida di Cannizzaro: il tombino e il Mediterraneo. La buca e l’ambasciata. Il marciapiede e il G7. La periferia e Gioia Tauro. L’aula consiliare e l’Europa.

Il sindaco ha riconosciuto l’appoggio del governo nazionale e del governo regionale, indicando Roberto Occhiuto come amico di Reggio e dell’amministrazione. Ha parlato di linee economiche europee e nazionali, di ricadute sul territorio, di processi da facilitare. Qui la retorica deve diventare amministrazione. Le risorse, se non intercettate e spese bene, restano parole. I rapporti politici, se non producono opere e servizi, restano fotografie. Cannizzaro ha relazioni forti. Ora deve dimostrare che quelle relazioni servono alla città, non soltanto alla sua immagine.

Nelle conclusioni ha salutato neoelette e neoeletti, maggioranza e opposizione. Ha ringraziato la sua giunta e promesso lavoro, quelle famose venti ore al giorno, per scrivere la storia della città, farla rinascere, farla risorgere. Ha detto che lo farà con i cittadini e con tutte le istituzioni, nessuna esclusa, anche con chi la pensa diversamente. Ha parlato di confronto leale e intelligente, di beneficio per “la città più bella del mondo”. E infine ha consegnato alla serata la sua frase più simbolica: in quello scenario senza eguali, la prima pagina della storia era stata scritta.

Ecco il punto. Il 6 luglio 2026 non è stata la sera delle soluzioni. Non poteva esserlo. Nessun Consiglio comunale d’insediamento risolve i problemi di una città. Ma è stata la sera dell’investitura popolare. La sera in cui Cannizzaro ha dimostrato di saper occupare la scena, chiamare la città, attrarre il governo nazionale, coinvolgere le autorità, dare dignità alla forma istituzionale e trasformare un rito amministrativo in una narrazione politica.

Questo è molto. Ma non è tutto.

Perché da oggi comincia la parte più difficile. Gli applausi dell’Arena non ripareranno una strada, non creeranno lavoro, non fermeranno la fuga dei giovani, non miglioreranno da soli i servizi sociali, non renderanno efficiente una macchina amministrativa, non faranno crescere l’aeroporto, non risolveranno la questione sanitaria, non porteranno automaticamente Reggio nel mondo. Gli applausi danno forza. Ma poi chiedono conto.

E Cannizzaro lo sa. O almeno dovrebbe saperlo. La città che lo ha seguito all’Arena sarà la stessa che domani lo giudicherà. La stessa che oggi gli consegna entusiasmo, domani gli chiederà risultati. La stessa che ha applaudito il sindaco, domani lo fermerà per chiedergli un problema risolto. Questo è il destino di chi conquista davvero una comunità: non può più deluderla senza pagarne il prezzo.

Ma intanto una cosa è successa. Reggio Calabria, per una sera, non si è sentita marginale. Non si è sentita periferia. Non si è sentita città dimenticata. Ha visto un ministro del governo seduto davanti al suo mare, ha visto le sue istituzioni raccolte in un luogo aperto, ha visto oltre mille cittadini partecipare al primo atto della nuova stagione, ha visto un sindaco capace di parlare alla testa e alla pancia della città.

Francesco Cannizzaro ha cominciato così: non con un verbale, ma con una scena. Non con una pratica, ma con una chiamata. Non con un chiuso corridoio di Palazzo, ma con un’Arena piena di reggini.

Ora dovrà dimostrare che non era soltanto teatro. Ma la politica, quando è grande, ha sempre bisogno anche di teatro. Non del teatro finto della propaganda, ma di quello serio dei simboli. Perché i popoli si muovono quando vedono un’immagine in cui riconoscersi. E quella sera l’immagine era potente: Reggio, il suo mare, le sue istituzioni, il governo nazionale, il popolo, il sindaco.

Tutti nello stesso luogo.

La prima pagina, come ha detto Cannizzaro, è stata scritta. Ma un libro non si giudica dalla prima pagina. Si giudica da come continua, da come resiste, da come affronta le sue contraddizioni, da come supera le sue cadute, da come mantiene le promesse fatte quando l’entusiasmo era alto e il vento dello Stretto sembrava spingere tutto nella direzione giusta.

Quella sera, all’Arena dello Stretto, Francesco Cannizzaro ha conquistato Reggio Calabria. Da domani dovrà governarla. E questa, nella politica vera, è la differenza tra un leader e un protagonista di una sola notte.

Ma se saprà trasformare quell’entusiasmo in metodo, quella folla in partecipazione, quella presenza nazionale in risultati, quella promessa di rinascita in cantieri, servizi, lavoro, dignità e futuro, allora il 6 luglio 2026 non sarà ricordato soltanto come il primo Consiglio comunale della sua era.

Sarà ricordato come la sera in cui Reggio Calabria tornò a credere in se stessa.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno

@luigi.palamara

Intervento conclusivo di Francesco Cannizzaro in occasione del primo Consiglio Comunale della sua Sindacatura. Arena dello Stretto Reggio Calabria 6 luglio 2026 L’ultimo intervento è stato quello del sindaco. Cannizzaro ha annunciato di rinunciare alla presentazione delle linee programmatiche, rinviandole a una seduta successiva, e di volersi limitare a un indirizzo di saluto. Ma quel saluto ha avuto il peso di un primo discorso politico. Ha ringraziato le cittadine e i cittadini di Reggio Calabria. Lo ha fatto più volte, con insistenza: “Grazie, grazie, grazie”. Ha detto che la loro presenza dava a quell’avvio di legislatura un significato importante e aumentava la sua responsabilità. Ha salutato la maggioranza, la sua coalizione, la squadra che lo ha sostenuto nel progetto di rinascita della città. Ha salutato l’opposizione, ricordando il caffè e il cornetto condivisi la mattina con alcuni suoi rappresentanti: un piccolo episodio, ma utile a raccontare un clima che il sindaco vuole impostare sul rispetto. Poi i saluti istituzionali: il prefetto, il questore Sirna, il generale Todaro dei Carabinieri, il colonnello Tortora della Guardia di Finanza, i Vigili del Fuoco, il comandante della Polizia locale Zucco, il dirigente Maeda per la città metropolitana, l’ammiraglio Sciarrone, il vescovo Morrone. E ancora parlamentari, consiglieri regionali, assessori regionali, ex sindaci, figure storiche della politica cittadina, sindaci della provincia con la fascia tricolore, associazioni di categoria, ordini professionali, università, Confindustria. Non era soltanto un elenco. Era il tentativo di raccogliere attorno alla nuova amministrazione tutte le energie istituzionali e civili della città e del territorio metropolitano. Cannizzaro ha voluto dire che Reggio non può rinascere da sola, né contro qualcuno. Deve farlo con le istituzioni, con i territori, con le forze sociali, con chi condivide e anche con chi dissente. Ha ringraziato Tajani, ricordando che la sua presenza all’insediamento era un fatto storico e che il ministro era venuto non solo a partecipare, ma ad annunciare nuove occasioni per Reggio e per la Calabria su un palcoscenico internazionale. Ha salutato la famiglia, i nipoti Gaia ed Emilio, parlando anche del tempo sottratto agli affetti. In quel momento il sindaco ha mostrato il lato personale di un ruolo pubblico. Anche questo conta. Le città non si affidano solo ai programmi, ma anche alle persone. Cannizzaro ha poi parlato dei “primati” della nuova amministrazione: il primo vicesindaco donna, il più giovane presidente del Consiglio comunale, il primo insediamento celebrato all’Arena dello Stretto con una così ampia partecipazione popolare. Ha detto che quella vuole essere l’amministrazione dei primati. È una formula impegnativa. Chi promette primati deve poi accettare verifiche severe. Ha rassicurato i sindaci dei 97 comuni della provincia, dicendo che sarà al fianco dei territori e che la Città metropolitana non appartiene solo a Reggio centro, ma a tutta l’area, da Monasterace a Rosarno, comprese colline e montagne. Ha salutato i presidenti e i consiglieri delle circoscrizioni, ricordando anche il percorso normativo che ha consentito il ritorno di questo istituto. Anche qui si intravede una scelta: fare di Reggio non solo un comune capoluogo, ma il cuore di una dimensione metropolitana. Infine ha parlato del compito più difficile: normalizzare la città e, nello stesso tempo, proiettarla sul piano internazionale. È forse la frase che meglio riassume la sfida. Reggio deve tornare normale nei servizi, nelle regole, nel decoro, nell’efficienza. Ma deve anche guardare oltre, al Mediterraneo, all’Europa, ai grandi flussi economici e culturali. Deve occuparsi della strada e del mare, del quartiere e dell’aeroporto, della scuola e dell’università, della pulizia urbana e dell’export, della sicurezza e della diplomazia territoriale. Non sarà facile. Anzi, sarà difficilissimo. Ma quella sera Cannizzaro ha dimostrato

♬ audio originale - Luigi Palamara
@luigi.palamara

Questa è Reggio Calabria e il suo primo Consiglio Comunale dell'era Francesco Cannizzaro. Arena dello Stretto 6 luglio 2026

♬ audio originale - Luigi Palamara

Posta un commento

0 Commenti