La preghiera di Scaloni e il silenzio di Tuchel
Mondiali 2026, la semifinale che unisce il pianeta: Lautaro firma il gol decisivo su assist di Messi e spezza il sogno inglese
L’Argentina vola in finale tra la commozione del suo ct e la fiera dignità dell'Inghilterra sconfitta. Una notte indimenticabile dove il calcio ritrova la sua anima più pura, celebrando la grandezza del vincitore e l'onore di chi ha saputo resistergli.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Il gol arriva su un cross di Messi. Lautaro colpisce. E, per qualche secondo, il tempo smette di fare il proprio mestiere.
È il 16 luglio 2026. Argentina-Inghilterra, semifinale mondiale. Da una parte Lionel Scaloni. Dall’altra Thomas Tuchel. Due uomini inchiodati alla stessa panchina e separati da un abisso: quello che divide chi sta per vincere da chi ha appena capito di aver perduto.
Scaloni porta le mani al volto. Non esulta: prega. O forse cerca riparo. È il gesto di chi ha ricevuto un colpo al cuore e non sa ancora se ringraziare Dio o domandargli pietà.
In quei pochi secondi il mondo vede la vita intera di un allenatore. Le attese, le notti senza sonno, le critiche, le paure. E vede un uomo che, insieme ai suoi ragazzi, ha saputo trascinare un Paese.
Non soltanto un Paese, in verità.
Perché nessuno sport, come il calcio, riesce a radunare tanti cuori intorno a un pallone. Miliardi di battiti lontani, diversi, perfino nemici, che per un istante sembrano battere insieme. Tutti dentro l’anima di Scaloni, che li accoglie, li sopporta, li custodisce.
Poi c’è Tuchel.
Anche lui colpito, ma dall’altra parte del destino. Mancano pochi minuti. Il sogno finisce. E con il suo finisce quello di un’intera nazione.
Tuchel non grida. Non protesta. Non cerca alibi. Rimane composto, quasi immobile, con quella dignità severa che appartiene agli sconfitti quando sono abbastanza grandi da non trasformare la sconfitta in una scusa.
Lo sport è questo, ci ripetono: si vince e si perde.
È vero. Ma non ditelo a chi ha perduto.
Negli occhi dello sconfitto non c’è filosofia. C’è il vuoto. C’è la domanda inutile su ciò che sarebbe potuto accadere. C’è la memoria di un pallone arrivato un secondo troppo tardi. Ma c’è anche l’orgoglio di essere arrivati fin lì, sulla soglia della storia, abbastanza vicini da poterla toccare.
Ogni vittoria è consacrata da uno sconfitto.
Non esiste trionfo senza qualcuno che lo renda difficile. Non esiste gloria contro un avversario mediocre. Il valore del vincitore è proporzionale alla grandezza di chi ha saputo resistergli.
L’Inghilterra perde ancora una semifinale mondiale. Ma offre al mondo una lezione di rispetto e di sportività. Sugli spalti alcuni ragazzi inglesi si alzano e applaudono.
Applaudono chi ha spezzato il loro sogno.
È un gesto piccolo, eppure enorme. Perché è facile celebrare quando si vince. La civiltà comincia quando si riesce a riconoscere il valore dell’altro proprio mentre si soffre.
Argentina e Inghilterra ci hanno consegnato emozioni opposte: la gioia e il dolore, il grido e il silenzio, la preghiera di Scaloni e la dignità di Tuchel. Emozioni contrastanti, ma autentiche. E per questo indimenticabili.
Questo è il calcio.
E, forse, questa è anche la vita: vivere fino in fondo ciò che ci viene concesso, senza sottrarci alla gioia e senza vergognarci della sconfitta.
Ora tanto di cappello ai due Lionel dell’Argentina: Messi e Scaloni. Nomen omen, verrebbe da dire. Due uomini uniti non soltanto da un nome, ma da una storia che appartiene ormai a un popolo intero.
E onore al calcio, quando riesce ancora a unire ciò che la politica divide. Quando, per novanta minuti, fa dimenticare le guerre, la crudeltà, gli abusi del potere e la presunzione degli uomini che credono di possedere il destino degli altri.
Il valore del vincitore è sempre anche merito dello sconfitto.
Per questo, quella sera, non ha vinto soltanto l’Argentina.
Abbiamo vinto tutti.
È stata una notte indimenticabile per il pianeta intero. Ma soprattutto per quel lembo di terra chiamato Argentina, dove molti anni fa mio nonno scelse di andare a vivere.
E dove, infine, scelse anche di morire.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
@luigi.palamara La preghiera di Scaloni e il silenzio di Tuchel Mondiali 2026, la semifinale che unisce il pianeta: Lautaro firma il gol decisivo su assist di Messi e spezza il sogno inglese L’Argentina vola in finale tra la commozione del suo ct e la fiera dignità dell'Inghilterra sconfitta. Una notte indimenticabile dove il calcio ritrova la sua anima più pura, celebrando la grandezza del vincitore e l'onore di chi ha saputo resistergli. L'Editoriale di Luigi Palamara  Il gol arriva su un cross di Messi. Lautaro colpisce. E, per qualche secondo, il tempo smette di fare il proprio mestiere. È il 16 luglio 2026. Argentina-Inghilterra, semifinale mondiale. Da una parte Lionel Scaloni. Dall’altra Thomas Tuchel. Due uomini inchiodati alla stessa panchina e separati da un abisso: quello che divide chi sta per vincere da chi ha appena capito di aver perduto. Scaloni porta le mani al volto. Non esulta: prega. O forse cerca riparo. È il gesto di chi ha ricevuto un colpo al cuore e non sa ancora se ringraziare Dio o domandargli pietà. In quei pochi secondi il mondo vede la vita intera di un allenatore. Le attese, le notti senza sonno, le critiche, le paure. E vede un uomo che, insieme ai suoi ragazzi, ha saputo trascinare un Paese. Non soltanto un Paese, in verità. Perché nessuno sport, come il calcio, riesce a radunare tanti cuori intorno a un pallone. Miliardi di battiti lontani, diversi, perfino nemici, che per un istante sembrano battere insieme. Tutti dentro l’anima di Scaloni, che li accoglie, li sopporta, li custodisce. Poi c’è Tuchel. Anche lui colpito, ma dall’altra parte del destino. Mancano pochi minuti. Il sogno finisce. E con il suo finisce quello di un’intera nazione. Tuchel non grida. Non protesta. Non cerca alibi. Rimane composto, quasi immobile, con quella dignità severa che appartiene agli sconfitti quando sono abbastanza grandi da non trasformare la sconfitta in una scusa. Lo sport è questo, ci ripetono: si vince e si perde. È vero. Ma non ditelo a chi ha perduto. Negli occhi dello sconfitto non c’è filosofia. C’è il vuoto. C’è la domanda inutile su ciò che sarebbe potuto accadere. C’è la memoria di un pallone arrivato un secondo troppo tardi. Ma c’è anche l’orgoglio di essere arrivati fin lì, sulla soglia della storia, abbastanza vicini da poterla toccare. Ogni vittoria è consacrata da uno sconfitto. Non esiste trionfo senza qualcuno che lo renda difficile. Non esiste gloria contro un avversario mediocre. Il valore del vincitore è proporzionale alla grandezza di chi ha saputo resistergli. L’Inghilterra perde ancora una semifinale mondiale. Ma offre al mondo una lezione di rispetto e di sportività. Sugli spalti alcuni ragazzi inglesi si alzano e applaudono. Applaudono chi ha spezzato il loro sogno. È un gesto piccolo, eppure enorme. Perché è facile celebrare quando si vince. La civiltà comincia quando si riesce a riconoscere il valore dell’altro proprio mentre si soffre. Argentina e Inghilterra ci hanno consegnato emozioni opposte: la gioia e il dolore, il grido e il silenzio, la preghiera di Scaloni e la dignità di Tuchel. Emozioni contrastanti, ma autentiche. E per questo indimenticabili. Questo è il calcio. E, forse, questa è anche la vita: vivere fino in fondo ciò che ci viene concesso, senza sottrarci alla gioia e senza vergognarci della sconfitta. Ora tanto di cappello ai due Lionel dell’Argentina: Messi e Scaloni. Nomen omen, verrebbe da dire. Due uomini uniti non soltanto da un nome, ma da una storia che appartiene ormai a un popolo intero. E onore al calcio, quando riesce ancora a unire ciò che la politica divide. Quando, per novanta minuti, fa dimenticare le guerre, la crudeltà, gli abusi del potere e la presunzione degli uomini che credono di possedere il destino degli altri. Il valore del vincitore è sempre anche merito dello sconfitto. Per questo, quella sera, non ha vinto soltanto l’Argentina. Abbiamo vinto tutti. È stata una notte indimenticabile per il pianeta intero. Ma soprattutto
♬ audio originale - Luigi Palamara
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