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Maradona o Messi: il processo che non avrà mai una sentenza

Maradona o Messi: il processo che non avrà mai una sentenza

Il mito eterno contro l’impiegato del genio: il dibattito infinito che spacca l’Argentina e il calcio mondiale

Maradona o Messi: il processo senza fine tra l'epica del riscatto e la dittatura dei numeri

Se Diego ha incarnato la rivoluzione e il miracolo di un popolo, Leo ha imposto la legge della costanza e della perfezione. Un confronto impossibile in cui la risposta non stabilisce chi sia il migliore, ma rivela la nostra idea di calcio: fiammata poetica o sole che non tramonta mai.

L'Editoriale di Luigi Palamara 


Gli argentini hanno una particolare inclinazione per la malinconia e per i tribunali della memoria. Da anni ne celebrano uno, affollatissimo e senza giudici imparziali, nel quale si discute la più inutile e irresistibile delle cause: chi sia stato più grande, Diego Armando Maradona o Lionel Messi.

La domanda è semplice soltanto per chi non ha visto giocare nessuno dei due.

Maradona non fu soltanto un calciatore. Fu un’insurrezione con il numero dieci sulle spalle. Aveva il talento degli eletti e i vizi degli uomini comuni, forse persino qualcuno in più. Entrava in campo portandosi dietro la miseria delle periferie, l’orgoglio dei dimenticati, la rabbia di chi pretende dal pallone un risarcimento contro la vita. Quando vinceva, non sembrava vincere una squadra: sembrava vendicarsi un popolo.

Messi è diverso. Non arringa la folla, non provoca il potere, non trasforma ogni partita in una rivoluzione. Messi lavora. Accumula gol, assist, record e trofei con la puntualità quasi offensiva di un impiegato del genio. Ha trascorso un’intera carriera ai massimi livelli, sopportando il peso di essere paragonato a un fantasma che, in Argentina, non è mai morto davvero.

E ora eccolo ancora in una finale mondiale. Per la seconda volta. Come se non gli bastasse ciò che ha già conquistato, come se dovesse presentare un’ultima prova davanti a una giuria che ha deciso da tempo di non assolverlo mai del tutto.

A Maradona si perdona tutto perché ha fatto sognare. A Messi si chiede tutto perché ha vinto quasi sempre.

Diego ha lasciato immagini che appartengono al mito: una corsa contro un’intera difesa, un gol segnato con la mano e ribattezzato con il nome di Dio, un Mondiale trascinato sulle spalle come una croce e come una bandiera. Leo ha costruito invece un’opera sterminata: stagioni irripetibili, numeri assurdi, una continuità che nel calcio moderno sembrava impossibile.

Il primo fu una fiammata. Il secondo è stato un sole che non voleva tramontare.

Chi cerca una risposta nei trofei sceglierà Messi. Chi la cerca nell’epica sceglierà Maradona. Chi crede che la grandezza si misuri con la durata indicherà Leo; chi pensa che basti un solo istante per diventare immortali continuerà a invocare Diego.

Ma forse il confronto è sbagliato fin dall’inizio. Maradona rappresentò ciò che il calcio prometteva di essere: ribellione, fantasia, scandalo, redenzione. Messi rappresenta ciò che il talento può diventare quando incontra disciplina, costanza e un’ambizione silenziosa.

Uno conquistò il cuore di un popolo. L’altro ha costretto quello stesso popolo a riconoscergli un posto accanto al suo idolo.

Superarlo? Probabilmente Messi ha superato Maradona in quasi tutto ciò che può essere contato. Il problema è che Maradona non abita nel regno dei numeri. Abita in quello della memoria, dove i gol diventano leggende, le sconfitte si dimenticano e gli eroi non invecchiano.

Per questo il processo continuerà. Non perché manchino le prove, ma perché nessuno desidera davvero una sentenza.

Messi o Maradona?

La risposta non dice soltanto quale calciatore preferiamo. Dice quale idea abbiamo del calcio: perfezione o follia, continuità o miracolo, storia o leggenda.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno

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