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Reggio Calabria, la città che ancora non profuma

Reggio Calabria, la città che ancora non profuma

Depuratori, decoro, rifiuti, monopattini, lavoratori di Castore: l’Amministrazione annuncia una stagione di concretezza. Ma tra i cronoprogrammi e la realtà c’è sempre quella vecchia distanza meridionale che si chiama esecuzione.

Dai depuratori di Gallico alla stretta sui rifiuti e i monopattini selvaggi: la giunta promette concretezza contro l'eterna emergenza dello Stretto

Reggio Calabria e la chimera della “città che profuma”: la sfida amministrativa tra la carta dei cronoprogrammi e la realtà dei fatti

​Il rilancio di Castore e il pugno duro contro gli incivili non bastano a cancellare lo scetticismo di una comunità stanca di annunci. Per conquistare la normalità non servono promesse da inaugurare, ma scadenze da rispettare: l'unico vero verdetto per i cittadini sarà la trasparenza del mare.

L'Editoriale di Luigi Palamara 


Una parola che, a Reggio Calabria, ricorre da decenni con la puntualità delle promesse elettorali e l’inaffidabilità delle piogge d’agosto: depurazione.

La si pronuncia nelle conferenze stampa, la si infila nei programmi, la si accompagna con cifre, progetti, commissari, subcommissari e cronoprogrammi. Poi arriva l’estate, il mare cambia colore, il cittadino apre un’applicazione sul telefono per sapere se può fare il bagno e il turista, quando è prudente, cambia spiaggia. Quando non cambia città.

Ora l’Amministrazione attraverso l'autor3vole voce del Sindaco Onorevole Francesco Cannizzaro annuncia che la musica sarà diversa. Da Gallico dovrebbe cominciare una rivoluzione che, per una volta, non promette barricate ma tubature, impianti, cantieri e scadenze. È meno romantica delle rivoluzioni tradizionali, ma infinitamente più utile.

L’avvio dei lavori al depuratore di Gallico viene presentato come il primo atto concreto di un piano più vasto, sostenuto dal Governo nazionale, dalla Regione Calabria e dalla struttura commissariale per la depurazione. L’intervento viene descritto come imponente, moderno, tecnologicamente avanzato. Parole impegnative, che meritano rispetto soltanto quando diventano cemento, condotte funzionanti e acqua pulita.

Il punto, infatti, non è annunciare il depuratore. È farlo funzionare.

Reggio conosce fin troppo bene l’arte di inaugurare intenzioni. Ha visto progetti diventare faldoni, finanziamenti trasformarsi in alibi, emergenze sopravvivere ai commissari chiamati a risolverle. Per questo il cronoprogramma illustrato alla comunità è una buona notizia, ma non è ancora una vittoria. È una cambiale firmata davanti ai cittadini. E le cambiali, prima o poi, vanno onorate.

Non c’è soltanto Gallico. Nel disegno amministrativo rientrano Ravagnese, Concessa e Pellaro, oltre agli interventi destinati ai Comuni della Città metropolitana: San Roberto, Scilla, Motta San Giovanni, Santo Stefano in Aspromonte, Rizziconi e Oppido Mamertina. Alcuni impianti sarebbero prossimi alla consegna, altri già operativi, altri ancora in fase di progettazione o di gara.

È il consueto mosaico italiano: un’opera parte, una aspetta, una viene progettata, un’altra attende il progetto esecutivo. Ma almeno, questa volta, ogni tessera avrebbe una data.

L’obiettivo dichiarato è ambizioso: rendere balneabile l’intera costa reggina, da Catona a Bocale, e conquistare il maggior numero possibile di Bandiere blu. È un proposito sacrosanto, persino elementare. Una città affacciata sullo Stretto non dovrebbe considerare il mare pulito un premio, ma un diritto. Non dovrebbe festeggiare la normalità come un miracolo amministrativo.

Il turista non può essere costretto a consultare internet per capire dove l’acqua sia balneabile, come un esploratore che interroga la carta geografica prima di attraversare una palude. E il cittadino reggino non dovrebbe ringraziare nessuno per poter entrare nel proprio mare senza diffidenza. Dovrebbe semplicemente pretenderlo.

La città che profuma, ma non ancora.

Alla domanda al sindaco Francesco Cannizzaro se la tanto annunciata “città che profuma” stia finalmente prendendo forma, la risposta è stata insolitamente onesta: Reggio non profuma ancora. Ha bisogno di profumo.

È forse la frase più vera dell’intera intervista.

Perché il problema della città non è cosmetico. Non basta tagliare l’erba, raccogliere le carte o rimuovere i sacchetti abbandonati per strada. Queste operazioni sono indispensabili, ma appartengono alla manutenzione ordinaria, non all’epica. Una città civile non dovrebbe applaudire chi svuota i cestini: dovrebbe indignarsi quando non vengono svuotati.

L’operazione “Piazza pulita”, le attività di sfalcio, la raccolta dei rifiuti e il nuovo piano per il decoro rappresentano segnali necessari. Ma la pulizia di Reggio non dipenderà soltanto dalla rapidità degli uffici o dall’efficienza delle società partecipate. Dipenderà anche dal comportamento dei reggini.

Qui l’Amministrazione individua correttamente una responsabilità che la politica, per prudenza elettorale, spesso evita di nominare: quella dei cittadini incivili.

È comodo accusare il Comune di ogni sacchetto lasciato sul marciapiede. È più difficile ammettere che quel sacchetto non è cresciuto spontaneamente durante la notte. Qualcuno lo ha portato fin lì. Qualcuno ha deciso che la strada, la campagna o il torrente fossero una discarica personale. Qualcuno considera la città una casa altrui nella quale sporcare senza vergogna.

L’educazione è necessaria. Ma non sempre basta.

Chi abbandona rifiuti speciali non ha bisogno di una lezione di educazione civica. Sa perfettamente ciò che sta facendo. In certi casi bisogna educare; in altri bisogna sanzionare. E quando il reato lo richiede, denunciare e arrestare.

Le multe già elevate, le denunce e l’arresto ricordato durante l’intervista indicano una scelta precisa: sfidare apertamente chi viola le regole. È una scelta giusta, purché non resti confinata nella stagione degli annunci. Il rigore funziona soltanto quando è continuo, impersonale e uguale per tutti. Se compare per qualche settimana e poi scompare, diventa teatro amministrativo.

Biciclette, monopattini e la libertà di travolgere il prossimo.

Le nuove pattuglie della Polizia locale in bicicletta controlleranno il lungomare e il Corso Garibaldi. L’iniziativa, ebike,  può apparire minore rispetto ai grandi depuratori, ma riguarda un’altra forma di inquinamento: quello dell’arroganza quotidiana.

Biciclette elettriche e monopattini modificati sfrecciano talvolta a velocità incompatibili con le aree pedonali, guidati senza casco e, in alcuni casi, da minorenni. Sarebbero stati individuati perfino mezzi dotati di due motori, travestiti da biciclette ma capaci di prestazioni ben diverse.

La modernità ha i suoi paradossi. Si chiudono le strade alle automobili per restituirle alle persone, poi le si consegnano a veicoli silenziosi che arrivano alle spalle dei pedoni come proiettili educati male.

Anche qui si invoca un cambiamento di mentalità. È una formula corretta, ma abusata. La mentalità cambia quando la regola smette di essere un consiglio. Il ragazzo senza casco deve essere educato, certamente. Ma il mezzo modificato deve essere sequestrato. Il genitore deve essere responsabilizzato. E chi mette in pericolo gli altri deve capire che la città non è una pista privata.

La maggioranza dei cittadini, è stato detto, è intelligente ed educata. Probabilmente è vero. Ma una minoranza irresponsabile può rendere invivibile una città intera. La civiltà non si misura soltanto contando le persone perbene; si misura dalla capacità delle istituzioni di impedire ai prepotenti di comandare sugli altri.

Cannizzaro: Castore e la dignità di chi lavora.

C’è poi la vicenda delle maestranze di Castore. Qui il linguaggio amministrativo, del Sindaco, lascia spazio a un gesto più umano: incontrare i lavoratori, conoscerli, guardarli negli occhi.

Non dovrebbe essere un evento eccezionale che un sindaco incontri coloro che garantiscono i servizi ordinari della città. Eppure, secondo quanto riferito dagli stessi dipendenti, sarebbe stata la prima volta.

È un dettaglio che dice molto sulla distanza costruita negli anni tra i palazzi e chi lavora per strada.

Castore non è un’entità astratta da citare nei documenti contabili. È fatta di uomini e donne che da oltre dieci anni si occupano della manutenzione e del decoro della città, spesso ricevendo critiche per inefficienze che non dipendono soltanto da loro, ma da mezzi insufficienti, organizzazione, risorse e indirizzi politici.

L’annuncio della proroga delle attività, da portare al prossimo Consiglio comunale, offre una prospettiva di continuità. L’Amministrazione si assume la responsabilità di sostenerla e promette di utilizzare ogni strumento amministrativo, economico e legislativo per rafforzarne il ruolo, valutando anche un incremento dell’occupazione.

È un impegno importante. Ma anche qui bisogna evitare due errori.

Il primo è trasformare la tutela dei lavoratori in assistenzialismo senza progetto. Il secondo, ancora peggiore, è utilizzare l’incertezza occupazionale come strumento di consenso. Difendere Castore significa garantire stabilità a chi merita, ma anche pretendere efficienza, trasparenza, organizzazione e risultati. I lavoratori non devono essere “coccolati”, come suggeriva la domanda: devono essere rispettati. E il rispetto non consiste nelle pacche sulle spalle. Consiste nel dare loro regole chiare, strumenti adeguati e un futuro che non dipenda dall’umore della politica.

Il vero cronoprogramma.

Depurazione, pulizia, sicurezza urbana e lavoro sembrano questioni separate. Non lo sono.

Raccontano tutte la stessa battaglia: quella tra una città che vuole diventare normale e le abitudini che la tengono prigioniera dell’emergenza.

Reggio Calabria non ha bisogno dell’ennesimo salvatore. Ha bisogno di amministratori che rispettino le scadenze, uffici che funzionino, cittadini che non sporchino, imprese che concludano i lavori, vigili che facciano rispettare le regole e lavoratori messi nella condizione di servire davvero la comunità.

Il nuovo corso promette accelerazioni, controlli, sanzioni, cantieri e responsabilità. Bene. Ma una città non cambia perché un sindaco dice che non arretrerà di un millimetro. Cambia quando, a distanza di mesi e di anni, i depuratori sono entrati in funzione, il mare è pulito, le strade sono decorose, i mezzi illegali sono scomparsi e i lavoratori non vivono più nell’incertezza.

La politica ama i cronoprogrammi perché il futuro non può smentirla immediatamente. I cittadini, invece, devono imparare a conservarli. A ricordare le date. A verificare le gare. A controllare i cantieri. A chiedere conto dei ritardi.

È questo il solo tribunale che conta.

Reggio potrà anche profumare, un giorno. Ma prima dovrà liberarsi dell’odore più persistente della sua storia amministrativa: quello delle promesse lasciate marcire.

E questa volta non servirà un’applicazione per capire se il risultato sarà balneabile. Basterà guardare il mare.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

@luigi.palamara

Reggio Calabria, la città che ancora non profuma Depuratori, decoro, rifiuti, monopattini, lavoratori di Castore: l’Amministrazione annuncia una stagione di concretezza. Ma tra i cronoprogrammi e la realtà c’è sempre quella vecchia distanza meridionale che si chiama esecuzione. Dai depuratori di Gallico alla stretta sui rifiuti e i monopattini selvaggi: la giunta promette concretezza contro l'eterna emergenza dello Stretto ​Reggio Calabria e la chimera della “città che profuma”: la sfida amministrativa tra la carta dei cronoprogrammi e la realtà dei fatti ​Il rilancio di Castore e il pugno duro contro gli incivili non bastano a cancellare lo scetticismo di una comunità stanca di annunci. Per conquistare la normalità non servono promesse da inaugurare, ma scadenze da rispettare: l'unico vero verdetto per i cittadini sarà la trasparenza del mare. L'Editoriale di Luigi Palamara  Una parola che, a Reggio Calabria, ricorre da decenni con la puntualità delle promesse elettorali e l’inaffidabilità delle piogge d’agosto: depurazione. La si pronuncia nelle conferenze stampa, la si infila nei programmi, la si accompagna con cifre, progetti, commissari, subcommissari e cronoprogrammi. Poi arriva l’estate, il mare cambia colore, il cittadino apre un’applicazione sul telefono per sapere se può fare il bagno e il turista, quando è prudente, cambia spiaggia. Quando non cambia città. Ora l’Amministrazione attraverso l'autor3vole voce del Sindaco Onorevole Francesco Cannizzaro annuncia che la musica sarà diversa. Da Gallico dovrebbe cominciare una rivoluzione che, per una volta, non promette barricate ma tubature, impianti, cantieri e scadenze. È meno romantica delle rivoluzioni tradizionali, ma infinitamente più utile. L’avvio dei lavori al depuratore di Gallico viene presentato come il primo atto concreto di un piano più vasto, sostenuto dal Governo nazionale, dalla Regione Calabria e dalla struttura commissariale per la depurazione. L’intervento viene descritto come imponente, moderno, tecnologicamente avanzato. Parole impegnative, che meritano rispetto soltanto quando diventano cemento, condotte funzionanti e acqua pulita. Il punto, infatti, non è annunciare il depuratore. È farlo funzionare. Reggio conosce fin troppo bene l’arte di inaugurare intenzioni. Ha visto progetti diventare faldoni, finanziamenti trasformarsi in alibi, emergenze sopravvivere ai commissari chiamati a risolverle. Per questo il cronoprogramma illustrato alla comunità è una buona notizia, ma non è ancora una vittoria. È una cambiale firmata davanti ai cittadini. E le cambiali, prima o poi, vanno onorate. Non c’è soltanto Gallico. Nel disegno amministrativo rientrano Ravagnese, Concessa e Pellaro, oltre agli interventi destinati ai Comuni della Città metropolitana: San Roberto, Scilla, Motta San Giovanni, Santo Stefano in Aspromonte, Rizziconi e Oppido Mamertina. Alcuni impianti sarebbero prossimi alla consegna, altri già operativi, altri ancora in fase di progettazione o di gara. È il consueto mosaico italiano: un’opera parte, una aspetta, una viene progettata, un’altra attende il progetto esecutivo. Ma almeno, questa volta, ogni tessera avrebbe una data. L’obiettivo dichiarato è ambizioso: rendere balneabile l’intera costa reggina, da Catona a Bocale, e conquistare il maggior numero possibile di Bandiere blu. È un proposito sacrosanto, persino elementare. Una città affacciata sullo Stretto non dovrebbe considerare il mare pulito un premio, ma un diritto. Non dovrebbe festeggiare la normalità come un miracolo amministrativo. Il turista non può essere costretto a consultare internet per capire dove l’acqua sia balneabile, come un esploratore che interroga la carta geografica prima di attraversare una palude. E il cittadino reggino non dovrebbe ringraziare nessuno per poter entrare nel proprio mare senza diffidenza. Dovrebbe semplicemente pretenderlo. La città che profuma, ma non ancora Editoriale completo su CartaStraccia.News

♬ audio originale - Luigi Palamara

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