CartaStraccia.News

“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

Editors Choice

7/recent/post-list

Metrocity. Cannizzaro asso pigliatutto, addio al Consiglio reggiocentrico: promessa mantenuta, ma ora la provincia deve governare

Cannizzaro asso pigliatutto, addio al Consiglio reggiocentrico: promessa mantenuta, ma ora la provincia deve governare

Vittoria schiacciante, promessa mantenuta

La Metrocity parla azzurro: sette eletti riconducibili all’area di Cannizzaro e centrodestra saldamente al comando

Il voto ponderato consacra la leadership di Forza Italia e ridisegna gli equilibri di Palazzo Alvaro. Dieci seggi su quattordici vanno al centrodestra, quattro ai Progressisti, mentre la Lega resta senza rappresentanti. Tra gli esclusi eccellenti Giusy Caminiti e Maria Luisa Curatola. Per la prima volta l’assemblea sarà composta interamente da amministratori provenienti dai comuni del territorio metropolitano.

ELEZIONI DEL CONSIGLIO METROPOLITANO DI REGGIO CALABRIA

L'Editoriale di Luigi Palamara

La politica italiana è piena di promesse. Alcune vengono dimenticate il giorno dopo le elezioni; altre vengono rinnegate prima ancora che si chiudano le urne. Quelle mantenute sono così rare che, quando se ne incontra una, bisognerebbe avere almeno l’onestà di riconoscerla.

Francesco Cannizzaro, prima della sua elezione, ne aveva formulata una precisa: la Città Metropolitana di Reggio Calabria non avrebbe più dovuto essere un feudo del capoluogo. Il Consiglio metropolitano non sarebbe più stato “reggiocentrico”, ma avrebbe dovuto rappresentare davvero l’intero territorio, dalla costa ionica alla Piana, dall’Aspromonte allo Stretto.

Quella promessa, almeno nella composizione dell’assemblea, è stata mantenuta.

Il nuovo Consiglio metropolitano non avrà consiglieri comunali di Reggio Calabria. Tutti i suoi componenti provengono dagli altri comuni dell’area metropolitana. Non è un dettaglio folkloristico né una curiosità statistica. È la rottura di un’abitudine antica: considerare la provincia una periferia amministrativa del capoluogo e i comuni semplici comparse, chiamate ad applaudire decisioni prese altrove.

Cannizzaro può dunque ripetere, senza che nessuno possa accusarlo di millanteria, la frase con cui ha salutato il risultato:

«Quello che abbiamo detto, abbiamo fatto».

Lo aveva detto. Lo ha fatto.

In una terra nella quale la politica ha spesso costruito la propria fortuna sulla distanza fra le parole e i fatti, è già qualcosa. Forse molto.

Il risultato uscito dalle urne va ben oltre la semplice distribuzione dei seggi. È una fotografia politica destinata a incidere sugli equilibri del centrodestra e del centrosinistra nei prossimi anni.

Il dato è inequivocabile: il centrodestra conquista dieci dei quattordici seggi del Consiglio metropolitano, superando il 73 per cento dei voti ponderati complessivi. I Progressisti si fermano a quattro.

Dieci contro quattro non rappresentano un equilibrio. E non costituiscono neppure un pareggio morale. Sono una vittoria schiacciante da una parte e una sconfitta netta dall’altra.

La coalizione di centrodestra ottiene cinque eletti con Patto dei Territori, quattro con Forza Italia e uno con i Metropolitani Moderati. I Progressisti portano in Consiglio quattro rappresentanti.

Ma dietro la geometria delle liste esiste una geografia politica ancora più significativa: sette dei dieci consiglieri eletti dal centrodestra vengono ricondotti all’area di Francesco Cannizzaro e alla galassia di Forza Italia costruita dal parlamentare reggino negli ultimi anni. Gli altri tre sono riferibili a Fratelli d’Italia.

La Lega non elegge nessuno.

Ecco perché parlare genericamente di vittoria del centrodestra è corretto, ma insufficiente. Dentro quella vittoria esistono vincitori più vincitori degli altri. E vi sono sconfitti che non possono essere nascosti dietro le bandiere della coalizione.

Il vincitore politico ha un nome preciso: Francesco Cannizzaro.

Il sistema del voto ponderato non premia l’improvvisazione, le folle ai comizi o la popolarità mediatica. Misura altro: la forza reale di una classe dirigente, la capacità di costruire relazioni, di tenere insieme sindaci e consiglieri comunali, di conoscere i territori e di orientarne gli amministratori.

È una democrazia indiretta, ponderata, quasi esoterica. Un’alchimia istituzionale nella quale un voto non vale semplicemente un voto, perché il suo peso cambia in base alla popolazione del comune rappresentato.

In questo meccanismo, Cannizzaro ha dimostrato di conoscere ogni ingranaggio.

Dietro i numeri c’è una macchina elettorale che ha funzionato con precisione. Patto dei Territori si afferma come prima lista con il 36,29 per cento dei voti ponderati e cinque eletti. Forza Italia supera il 30 per cento e conquista quattro seggi. A questi si aggiunge il rappresentante eletto dai Metropolitani Moderati.

Ma il dato politicamente decisivo non è soltanto la somma delle percentuali. È la capacità dell’area cannizzariana di attraversare le liste, i comuni e le appartenenze formali, collocando sette rappresentanti nella maggioranza di dieci.

Cannizzaro non è più soltanto il riferimento di Forza Italia nella provincia reggina. È il baricentro del centrodestra metropolitano.

La “corazzata” costruita intorno al deputato azzurro non si limita a vincere: determina gli equilibri interni della coalizione, seleziona la classe dirigente e si presenta alle prossime sfide politiche con una forza difficilmente contestabile.

Una vittoria così larga, però, porta con sé una responsabilità altrettanto grande.

Chi può contare su sette dei dieci consiglieri della maggioranza non potrà attribuire ad altri eventuali immobilismi, ritardi o fallimenti. Non potrà dire di essere stato frenato dagli alleati, ostacolato dalle opposizioni o tradito dai numeri.

I numeri ci sono. E sono schiaccianti.

La vittoria di Cannizzaro non deriva soltanto dai dieci seggi conquistati dalla coalizione. Deriva soprattutto dall’aver dato una prima forma concreta alla promessa che aveva caratterizzato la sua elezione: portare i territori dentro Palazzo Alvaro.

Per la prima volta il Consiglio sarà composto interamente da amministratori provenienti dai comuni della provincia metropolitana.

Non più soltanto Reggio.

Non più il capoluogo che guarda dall’alto e i comuni che aspettano dal basso.

Non più una Città Metropolitana concepita come semplice prolungamento amministrativo di Palazzo San Giorgio.

Almeno sulla carta.

Questa volta, tuttavia, il primo passaggio è stato compiuto. La rappresentanza geografica esiste. La provincia entra formalmente nell’assemblea. I comuni non saranno più soltanto destinatari di decisioni assunte nel capoluogo, ma siederanno nel luogo in cui quelle decisioni dovranno essere discusse e adottate.

Sarebbe disonesto non riconoscerlo.

Sarebbe altrettanto ingenuo considerare conclusa la battaglia contro il reggiocentrismo.

Un Consiglio, infatti, può essere territorialmente diffuso e politicamente centralizzato. Può essere composto da sindaci e consiglieri della provincia e dipendere, nello stesso tempo, da un solo centro di comando.

La provenienza degli eletti non garantisce automaticamente l’autonomia delle loro scelte.

La geografia della rappresentanza non coincide sempre con la geografia del potere.

Quasi tutti gli eletti avrebbero beneficiato del sostegno di uno, due o tre consiglieri comunali di Reggio Calabria, ciascuno titolare di un voto ponderato pari a 1.016 punti. Una dote enorme, spesso decisiva, senza la quale diversi candidati non avrebbero superato la soglia necessaria per entrare nell’assemblea.

L’unica eccezione sarebbe Pierpaolo Zavettieri, eletto esclusivamente con consensi provenienti dalla provincia e senza voti dei consiglieri comunali reggini.

Uno soltanto.

È un dato che non cancella la promessa mantenuta da Cannizzaro, ma ne mostra il limite.

Il Consiglio non è più reggiocentrico nella composizione. Il voto continua, però, a risentire in maniera determinante del peso del capoluogo.

Non è una contraddizione da utilizzare per negare il risultato. È una realtà da considerare per giudicarlo senza propaganda.

Cannizzaro aveva promesso che gli eletti sarebbero venuti dai territori. È accaduto. Non aveva promesso che il sistema ponderato avrebbe smesso di attribuire a Reggio Calabria un peso superiore a quello degli altri comuni.

Le elezioni si vincono con i voti esistenti, non con quelli immaginari.

La vera questione è un’altra: che cosa verrà fatto di questa vittoria?

Ogni vittoria produce una fila di sconfitti. E le sconfitte, diversamente dalle vittorie, rimangono quasi sempre senza genitori.

Giuseppe Mattiani, che sosteneva Giuseppe Surace, incassa una sconfitta politica evidente. Domenico Giannetta non riesce a far eleggere l’avvocato Vincenzo Barca. Giuseppe Scopelliti vede naufragare la candidatura di Maria Luisa Curatola, esponente di Reggio Futura. Giovanni Arruzzolo non riesce a portare in Consiglio il sindaco di Laureana di Borrello, Alberto Morano.

Sono sconfitte personali e politiche.

La Lega, soprattutto, esce dal Consiglio metropolitano senza rappresentanti. Dentro una coalizione che festeggia un risultato travolgente, il Carroccio riesce nell’impresa di non eleggere nessuno. È come partecipare a un banchetto di nozze e restare fuori dalla sala perché si è smarrito l’invito.

Anche nel centrosinistra il risultato è chiaro: quattro seggi, tre riconducibili al Partito Democratico e uno all’area del cosiddetto campo largo. Entrano Vittoria Luciano, Domenico Mantegna, Alessandro Repaci e Carmelo Versace.

Quattro contro dieci non sono un pareggio morale.

Sono una sconfitta.

Il centrosinistra potrà parlare di resistenza, presenza, ripartenza e radicamento. Sono le parole con le quali, da decenni, la politica italiana decora le sconfitte per renderle presentabili agli elettori e soprattutto a se stessa. Ma la realtà rimane ostinata: il centrodestra ha costruito una rete territoriale più forte, più disciplinata e più efficace.

Tra le esclusioni che fanno più rumore c’è quella della sindaca di Villa San Giovanni, Giusy Caminiti, rimasta fuori per appena 32 voti ponderati. Una distanza minima nei numeri, enorme nelle conseguenze politiche.

La sua candidatura, sostenuta anche dall’area di Alleanza Verdi e Sinistra e accompagnata da tensioni interne al campo progressista, non è riuscita a trasformarsi nel punto di sintesi dell’intera coalizione. In una consultazione nella quale ogni voto assume un peso differente, anche pochi punti possono diventare una sentenza.

Altrettanto significativa è l’esclusione di Maria Luisa Curatola, consigliera comunale di Reggio Calabria e unica candidata del capoluogo nella lista Patto dei Territori.

Con 3.569 voti ponderati ha sfiorato l’elezione, ma è stata penalizzata dalla forte competizione interna a una lista capace di eleggere cinque candidati provenienti da altre realtà del territorio metropolitano.

Il suo risultato racconta un paradosso: Patto dei Territori domina la competizione e, proprio perché è tanto forte, lascia fuori una candidatura che in una lista meno competitiva avrebbe probabilmente trovato spazio.

La mancata elezione di Curatola apre anche una riflessione sulla rappresentanza politica del capoluogo all’interno del centrodestra. Era l’unica esponente dell’amministrazione comunale reggina candidata nella lista e una figura radicata nel centro cittadino. Eppure il vento territoriale che ha spinto la provincia dentro il Consiglio ha finito per lasciarla fuori.

Tra gli esclusi figurano anche Giuseppe Surace, candidato con Patto dei Territori, e Alberto Morano e Vincenzo Barca, candidati con Forza Italia. Candidature sostenute da referenti politici importanti, ma incapaci di superare una concorrenza interna durissima.

Nel campo progressista vengono eletti Vittoria Luciano, Domenico Mantegna, Alessandro Repaci e Carmelo Versace.

Versace, sindaco metropolitano facente funzioni uscente, garantirà, insieme agli altri consiglieri, una presenza politica e istituzionale dell’opposizione a Palazzo Alvaro. Ma dovrà confrontarsi con una maggioranza ampia, coesa e numericamente autosufficiente.

Il voto ponderato ha mostrato che il centrodestra dispone di una rete amministrativa più forte, disciplinata e organizzata. Il consenso del campo progressista non è bastato a contrastare una coalizione avversaria capace di trasformare i rapporti territoriali in rappresentanza istituzionale.

Le “basi di partenza”, in Calabria, sono spesso diventate il luogo nel quale si rimane fermi per anni. Questa volta occorrerebbe qualcosa di più di una formula consolatoria: un’analisi seria delle divisioni interne, della debolezza organizzativa e dell’incapacità di costruire una proposta metropolitana riconoscibile.

Il nuovo Consiglio metropolitano.

Per il centrodestra entrano Pasquale Brizzi, Marco Caruso, Chiara Luccisano, Domenico Maio, Francesco Malara, Fiorentino Riganò, Gianpietro Scarfò, Giovanni Verduci, Roberto Vizzari e Pierpaolo Zavettieri.

Per i Progressisti vengono eletti Vittoria Luciano, Domenico Mantegna, Alessandro Repaci e Carmelo Versace.

Nomi provenienti da territori differenti. Storie amministrative differenti. Comunità differenti.

È questo il primo risultato della promessa di Cannizzaro.

Adesso viene il difficile.

Perché non basta portare la provincia dentro il Consiglio. Bisogna portare il Consiglio dentro la provincia.

Bisogna impedire che i piccoli comuni vengano convocati soltanto quando servono voti ponderati. Bisogna fare in modo che le aree interne non siano ricordate esclusivamente durante le campagne elettorali, dopo gli incendi o davanti a una strada franata.

Essere contro il reggiocentrismo non significa soltanto distribuire le poltrone fra comuni diversi. Significa distribuire attenzione, risorse, servizi e responsabilità.

Significa occuparsi delle strade provinciali ridotte a percorsi di guerra, delle scuole in attesa di manutenzione, dei collegamenti che isolano l’area grecanica, dei giovani che partono, degli anziani che restano, dei paesi che si svuotano e dei sindaci costretti ad amministrare territori enormi con risorse ridicole.

Significa comprendere che la Città Metropolitana non finisce sul lungomare di Reggio e non comincia soltanto quando si deve eleggere un Consiglio.

Cannizzaro ha annunciato che presto renderà noto il nome del nuovo vicesindaco metropolitano. Sarà una scelta importante, perché dovrà confermare o smentire il progetto politico inaugurato con queste elezioni.

Se il nuovo corso vuole essere davvero territoriale, il vicesindaco non potrà rappresentare soltanto una corrente né costituire il premio destinato al gruppo più fedele. Dovrà incarnare un equilibrio, una visione di governo e una parte concreta del territorio metropolitano.

Il rischio, altrimenti, è evidente: abolire il reggiocentrismo geografico per sostituirlo con un centralismo politico.

Non sarebbe la stessa cosa. Ma non sarebbe nemmeno la rivoluzione promessa.

Cannizzaro dispone oggi di una maggioranza vasta e politicamente solida. Il centrodestra occupa dieci seggi su quattordici. Sette consiglieri sono ricondotti alla sua area. Forza Italia detta gli equilibri, Fratelli d’Italia completa la maggioranza e la Lega rimane fuori.

La forza politica c’è.

La rappresentanza territoriale c’è.

I numeri ci sono.

E proprio per questo non ci sono più alibi.

La promessa di un Consiglio non reggiocentrico è stata mantenuta. È un fatto e deve essere riconosciuto anche da chi non ama Cannizzaro, Forza Italia o il centrodestra. L’onestà intellettuale consiste anche nel concedere all’avversario ciò che gli spetta.

Ma una promessa mantenuta non è un punto d’arrivo. È il luogo dal quale cominciano le responsabilità.

Cannizzaro ha portato la provincia dentro il Consiglio metropolitano. Ora dovrà dimostrare di non averla portata soltanto per farla sedere, alzare la mano e approvare decisioni già prese altrove.

Dovrà dimostrare che Bova, Roccaforte del Greco, Palmi, Rosarno, Gioia Tauro, Taurianova, Cittanova, Laureana di Borrello e tutti gli altri comuni non sono soltanto nomi da pronunciare nei comizi.

Dovrà dimostrare che la provincia non è una riserva elettorale, ma una comunità politica.

Il centrodestra ha vinto. Forza Italia ha dominato. Cannizzaro ha consolidato il proprio primato. La Lega è scomparsa dall’assemblea. Il centrosinistra è stato ridotto a quattro seggi.

Questa è la fotografia del voto.

Ma la fotografia più importante è un’altra: per la prima volta il Consiglio metropolitano è composto interamente da amministratori provenienti dai comuni del territorio.

Cannizzaro lo aveva promesso.

Cannizzaro lo ha realizzato.

Adesso deve governarlo.

Perché in politica mantenere una promessa è raro. Farla vivere, senza trasformarla in uno slogan imbalsamato, è ancora più difficile.

Il reggiocentrismo è uscito dalla porta dell’assemblea.

Bisognerà vigilare affinché non rientri dalla finestra del potere.

Le vittorie elettorali, specialmente quelle indirette, non sono rivoluzioni. Sono cambiali. E questa maggioranza ne ha firmata una da dieci seggi su quattordici.

Da oggi non conta più soltanto chi abbia portato i voti. Conta ciò che gli eletti sapranno restituire al territorio.

Il resto è festa di mezzanotte. E a mezzanotte, si sa, perfino le carrozze più magnifiche rischiano di tornare zucche.

Luigi Palamara
Giornalista, scrittore e artista aspromontano di Roccaforte del Greco, detto “L’Arciere”

@luigi.palamara

Città Metropolitana di Reggio Calabria Elezioni *CONSIGLIO METROPOLITANO* Gli eletti del CentroDestra: Brizzi Pasquale Caruso Marco Luccisano Chiara Maio Domenico Malara Francesco Riganò Fiorentino Scarfò Gianpietro Verduci Giovanni Vizzari Roberto Zavettieri Pierpaolo Gli eletti della lista Progressisti: Luciano Vittoria Mantegna Domenico Repaci Alessandro Versace Carmelo 7 su 10 sono di Forza Italia Reggio Calabria 19 luglio 2027

♬ audio originale - Luigi Palamara

Posta un commento

0 Commenti