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Non sono solerte. Sono un giornalista

Non sono solerte. Sono un giornalista

L'Editoriale di Luigi Palamara 


C’è sempre qualcuno che confonde la rapidità con il valore.

Pubblicare in fretta, commentare tutto, intervenire su ogni polemica, riempire una pagina di frasi appena accadono i fatti: questa, per alcuni, sarebbe la prova dell’impegno. Come se il giornalismo fosse una gara di velocità. Come se la qualità di un pensiero si misurasse con il cronometro.

Io non sono solerte a pubblicare post.

E non me ne vergogno.

Scrivo editoriali. Che è un’altra cosa.

Un post può nascere da un impulso, da un malumore, da cinque minuti di indignazione. Un editoriale, quando è davvero tale, richiede tempo, attenzione, responsabilità. Bisogna scegliere le parole, ordinarle, pesarle. Bisogna sostenere un’opinione sapendo che altri la contesteranno. Bisogna esporsi senza nascondersi dietro una battuta, una faccina o un’allusione.

Scrivere costa fatica.

Costa ore sottratte ad altro. Costa concentrazione. Costa il rischio di essere fraintesi. Costa anche quella piccola inquietudine che accompagna chi firma ciò che pensa e non può poi far finta di non averlo scritto.

Scusa se è poco.

Eppure c’è chi, invece di discutere ciò che scrivo, preferisce valutare la mia frequenza, misurare la mia presenza, giudicare il mio lavoro come se avesse ricevuto l’incarico di certificare la produttività altrui.

Non funziona così.

Io non sono stato eletto.

Non rappresento un partito, una lista, una maggioranza o un’opposizione. Non devo raccogliere voti. Non devo piacere a un elettorato. Non devo distribuire promesse né fotografarmi accanto ai problemi aspettando che qualcuno li risolva.

Scrivo.

Racconto.

Esprimo opinioni.

Questo è il mio compito. Ed è anche il mio diritto.

Il giornalista non è un amministratore pubblico e non deve essere giudicato con lo stesso metro di chi ha ricevuto un mandato elettorale. A un amministratore si chiedono interventi, risultati, tempi e responsabilità. A un giornalista si chiedono correttezza, chiarezza, onestà intellettuale e il coraggio di porre domande.

La differenza non è piccola.

È essenziale.

Ognuno faccia dunque la propria parte.

Io farò la mia, scrivendo ciò che ritengo necessario scrivere, quando avrò qualcosa da dire e nel modo che considero più serio. Chi amministra faccia la propria, occupandosi dei cittadini. Chi rappresenta un territorio ascolti, segnali e produca risultati. Chi legge giudichi le idee, non le intenzioni che decide arbitrariamente di attribuire all’autore.

Anche tu, fai la tua parte.

Perché è facile stare ai margini aspettando una frase da contestare. È facile sorvegliare il lavoro degli altri, cercare una debolezza, insinuare che dietro ogni parola ci sia un secondo fine. Più difficile è assumersi una responsabilità, costruire qualcosa, firmare un pensiero e accettare che resti lì, esposto al giudizio pubblico.

La critica è legittima.

La denigrazione no.

Discutere un editoriale significa contestarne un argomento, indicare un errore, proporre una lettura diversa. Sminuire chi lo scrive, invece, è un espediente molto più comodo: non si risponde alle parole, si tenta di screditare la persona.

È il vecchio trucco di chi non riesce a demolire un ragionamento e allora prova a ridurre l’autore.

Ma un’opinione non diventa falsa perché chi l’ha scritta non pubblica ogni giorno. E non diventa vera perché riceve molti consensi. Il giornalismo non è una gara di quantità, né un concorso di popolarità.

Io non cerco consenso.

Chi scrive soltanto per essere approvato non è libero. Prima o poi comincia a scegliere le parole in base agli applausi, a evitare gli argomenti scomodi, a compiacere il proprio pubblico. Finisce per non raccontare più ciò che vede, ma ciò che gli altri desiderano sentirsi dire.

Quello non è giornalismo.

È intrattenimento del consenso.

Io preferisco correre il rischio opposto: essere criticato per aver detto ciò che penso, purché lo abbia fatto con serietà e assumendomene la responsabilità.

Non pretendo che tutti condividano ciò che scrivo.

Sarebbe assurdo. Un editoriale serve proprio ad aprire un confronto, a provocare una riflessione, talvolta anche una reazione. Ma esiste una differenza fra dissentire e concedersi il diritto di processare chi scrive.

Nessuno possiede quel diritto.

Si può dire: non condivido.

Si può dire: hai sbagliato.

Si può spiegare perché.

Ma non si può pretendere di stabilire se un giornalista sia abbastanza solerte, abbastanza utile, abbastanza allineato o abbastanza gradito. Il giornalismo non chiede autorizzazioni preventive.

E non deve chiederle.

Chi non apprezza ciò che scrivo può non leggermi. È una libertà semplice, gratuita e sempre disponibile. Ma se decide di leggermi, affronti le mie parole per quello che sono.

Non cerchi di trasformare ogni editoriale in una questione personale.

Non attribuisca intenzioni che non può conoscere.

Non confonda la critica con il disprezzo.

Io continuerò a scrivere quando riterrò di avere qualcosa da raccontare. Non per occupare spazio. Non per inseguire la polemica del giorno. Non per dimostrare a qualcuno di essere presente.

Scriverò perché questo è il mio mestiere e, prima ancora, il mio modo di partecipare alla vita pubblica.

Non sono solerte.

Sono un giornalista.

Scusa se è poco.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere 

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