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Presentato a Montecitorio il programma di Vinitaly and the City Calabria

Presentato a Montecitorio il programma di Vinitaly and the City Calabria.

Un modello di promozione che unisce Sibari e Reggio Calabria nel segno della Magna Grecia, dell’export e dell’enoturismo.

​La Calabria che non si lamenta più: a Roma porta eccellenze, numeri e orgoglio

Dalla Sala del Mappamondo il manifesto di una terra ambiziosa che rifiuta i vecchi pregiudizi. Il presidente Occhiuto: «I problemi si risolvono, al mercato presentiamo il prodotto migliore». VeronaFiere e ICE confermano il successo di una scommessa che unisce cultura materiale, investimenti e riscatto generazionale.

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Alcuni eventi si annunciano. E poi ci sono eventi che, senza fare troppo rumore, segnano un cambio di passo. La presentazione di Vinitaly and the City Calabria, nella Sala del Mappamondo di Montecitorio, appartiene a questa seconda categoria. Non una semplice conferenza stampa, non una passerella di rito, non il solito catalogo di saluti istituzionali destinato a evaporare appena spenti i microfoni. È stata, piuttosto, la rappresentazione plastica di una Calabria che ha deciso di smettere i panni della comparsa.

La Calabria, questa volta, non è arrivata a Roma per spiegare i suoi ritardi. È arrivata per mostrare i suoi risultati. E già questo, per chi conosce la storia delle narrazioni meridionali, è quasi una piccola rivoluzione.

A fare da cornice, Montecitorio. Non un luogo qualsiasi. La casa della rappresentanza nazionale. E lì, dove spesso le parole si consumano nella liturgia parlamentare, si è parlato di vino, agricoltura, turismo, archeologia, export, identità, giovani, impresa, cultura. Si è parlato, in fondo, di una Regione che sta imparando a raccontarsi non più attraverso le proprie ferite, ma attraverso la propria forza.


Il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, ha aperto l’incontro dando al tema il giusto peso: il vino non è soltanto un prodotto. È economia, certo. È export, certo. È lavoro, indotto, filiera, impresa. Ma è anche e soprattutto identità. Ogni bottiglia, ha ricordato, racconta una comunità, un sapere antico, una biodiversità, una storia tramandata. E in un Paese che troppo spesso dimentica la propria ricchezza diffusa, questo richiamo ha avuto il merito della chiarezza: difendere il vino italiano significa difendere un pezzo della nostra civiltà.

Non era un discorso di maniera. Era il riconoscimento che il comparto vitivinicolo italiano resta uno degli ambasciatori più credibili del Made in Italy nel mondo. E che la Calabria, con le sue produzioni, con i suoi vitigni, con la sua biodiversità, ha pieno titolo per sedersi a quel tavolo non come ospite tollerata, ma come protagonista.

L’onorevole Francesco Battistoni, segretario di presidenza della Camera, ha aggiunto una nota politica importante: quando si lavora con passione, dedizione e determinazione, i prodotti emergono. Ha elogiato il presidente Roberto Occhiuto per la scelta dell’assessore Gianluca Gallo, riconoscendo come in questi anni l’agricoltura calabrese sia riuscita a conquistare visibilità, reputazione, dignità di mercato. È un passaggio non secondario. Perché le eccellenze, da sole, non bastano. Possono restare chiuse in cantina, ignorate, disperse. Occorre una classe dirigente capace di portarle fuori, di metterle in relazione, di farle camminare.

Ed è qui che l’intervento di Roberto Occhiuto, presidente della Regione Calabria, ha dato alla giornata il suo baricentro.

Occhiuto non ha pronunciato il solito discorso autocelebrativo. Ha fatto qualcosa di più efficace: ha rovesciato la prospettiva. Ha detto che esiste finalmente una Calabria ambiziosa. Una Calabria alla quale non basta più raggiungere risultati che un tempo sembravano impossibili. Una Calabria che non vuole più essere definita dalla lente stanca del pregiudizio nazionale. Una Regione che crea sinergie con centri di eccellenza come VeronaFiere e dimostra, sul campo, di saper organizzare, accogliere, promuovere, competere.

La frase decisiva, però, è stata un’altra: i problemi si affrontano, ma non si raccontano come unico biglietto da visita. È una lezione che molti dovrebbero imparare. La Calabria non nega le sue complessità. Sarebbe ridicolo farlo. Ma rifiuta di essere ridotta a esse. Un imprenditore che va sul mercato non comincia elencando i guasti della propria azienda. Li risolve. Poi presenta il prodotto migliore. Così una Regione: lavora sulle ferite, ma racconta le eccellenze.

Occhiuto ha richiamato i dati: export in crescita, PIL regionale in aumento, occupazione a tempo indeterminato in espansione, agroalimentare come leva decisiva. Ma il dato più interessante non è solo economico. È morale. È l’orgoglio ritrovato dei giovani calabresi. Giovani che prendono in mano le aziende dei padri, innovano senza tradire, portano la tradizione dentro il futuro. Giovani che, passando davanti agli stand della Calabria nelle grandi fiere, non abbassano più lo sguardo. Lo alzano.

Questa è politica, nel senso più alto. Non il galleggiamento. Non il comunicato. Non il taglio del nastro. Ma la ricostruzione dell’autostima collettiva.

Il presidente di VeronaFiere, Federico Bricolo, ha dato alla vicenda una dimensione nazionale. Vinitaly and the City nasce a Verona per aprire la fiera alla città, ai wine lovers, al pubblico. Portarlo in Calabria non era scontato. Anzi, all’inizio era una scommessa. Sibari, splendida ma complessa, non aveva mai ospitato un evento di quelle dimensioni. Eppure la scommessa è riuscita. Migliaia di visitatori, un villaggio del vino capace di unire degustazioni, masterclass, musica, giovani, food, olio, prodotti tipici, business, buyer internazionali.

Bricolo ha detto una cosa che pesa: tutto è partito dalla Calabria e oggi altre Regioni guardano a quel modello. È il segno più evidente del ribaltamento. Per anni la Calabria ha inseguito modelli altrui. Oggi, su questo terreno, ne propone uno. E quando un territorio passa dall’essere “caso” all’essere “modello”, vuol dire che qualcosa è accaduto davvero.

L’assessore regionale all’Agricoltura, Gianluca Gallo, ha rivendicato il lavoro strutturale che c’è dietro il risultato. Fondi comunitari spesi, qualità, innovazione, promozione, brand territoriale, incoming, intese con partner solidi. Ha parlato di circa 150 cantine, di amari, di spiriti, di agroalimentare, di prodotto-territorio e territorio-prodotto. Ha ricordato che la Calabria non è più “terra reietta”, non è più terra di ultimi, non è più condannata alla maglia nera.

Sono parole forti, ma necessarie. Perché un territorio cambia anche quando cambia il vocabolario con cui viene descritto. Gallo ha dato il senso di una strategia: non basta produrre bene, bisogna comunicare meglio. Non basta avere qualità, bisogna renderla riconoscibile. Non basta possedere bellezza, bisogna organizzarla. E l’organizzazione, piaccia o no ai romantici dell’improvvisazione, è ciò che trasforma la bellezza in economia.

Il contributo di Matteo Zoppas, presidente ICE, ha portato il tema sul terreno internazionale. Il vino italiano vale miliardi, ma il vino calabrese ha ancora margini enormi di crescita. Zoppas ha parlato di mercati, di Stati Uniti, Brasile, Asia, Balcani, Canada, India, Mercosur. Ha fatto capire che la partita non si gioca più soltanto nelle sagre o nei confini regionali. Si gioca nel mondo. E la Calabria, se vuole davvero crescere, deve portare le proprie aziende dentro quella rete globale di buyer, fiere, accordi commerciali, promozione estera.

È qui che la politica regionale incontra la diplomazia economica. Il vino calabrese non deve chiedere un favore al mercato internazionale. Deve presentarsi con identità, qualità e continuità. E ICE, VeronaFiere e Regione possono costruire quel ponte che spesso è mancato: il passaggio dalla bontà del prodotto alla forza commerciale del marchio.

Il sindaco di Cassano all’Ionio, Giampaolo Iacobini, ha restituito all’evento il suo lato più umano e territoriale. Ha parlato con l’emozione di chi entra per la prima volta nella casa delle istituzioni e porta con sé l’orgoglio di una comunità umile ma fiera. Sibari, tre anni fa, era una scommessa. Oggi è un modello. Un luogo che, anche dopo la ferita dell’alluvione e del fango, non si è piegato alla retorica della sventura. Ha scelto di reagire.

Il suo richiamo al toro cozzante, ai Bronzi di Riace, alla Magna Grecia, al legame tra Sibari e Reggio ha dato profondità simbolica alla manifestazione. Vinitaly and the City, in Calabria, non è più solo l’evento di una località. Diventa il Vinitaly della Magna Grecia. Diventa un abbraccio tra coste, archeologia, vino, memoria, popoli antichi e comunità presenti. Una cosa molto più seria di un calendario estivo.


Poi è arrivato l’intervento di Francesco Cannizzaro, sindaco di Reggio Calabria. E qui il discorso si è fatto insieme politico e sentimentale.

Cannizzaro ha parlato da uomo che conosce le istituzioni, ma anche da sindaco appena chiamato a una responsabilità più carnale, più diretta, più quotidiana. Reggio Calabria non è una città qualsiasi. È una città che porta sulle spalle una bellezza ingombrante e una storia spesso maltrattata. Ha il mare, lo Stretto, i Bronzi, il lungomare più celebrato d’Italia. Ma ha anche bisogno di servizi, organizzazione, normalità amministrativa. Cannizzaro lo ha detto senza infingimenti: prima normalizzare, poi valorizzare. Anzi, normalizzare per valorizzare.

È una formula semplice, ma decisiva. Perché una città internazionale non nasce dagli slogan. Nasce dai servizi che funzionano, dagli eventi organizzati bene, dalla capacità di accogliere, dalla sicurezza di potersi presentare al mondo senza chiedere scusa. Cannizzaro ha ringraziato Occhiuto, Gallo, VeronaFiere, ARSAC, la macchina organizzativa. Ma soprattutto ha assunto un impegno: Reggio si farà trovare pronta.

L’8 e il 9 agosto il lungomare di Reggio Calabria diventerà palcoscenico di una Calabria che vuole mostrarsi al mondo. Non come cartolina da vendere, ma come città viva, mediterranea, magnogreca, internazionale. Cannizzaro ha già rilanciato: non sia un episodio, ma l’inizio di una continuità. E questa è la sfida vera. Non fare un evento. Fare sistema.

Il direttore del Parco Archeologico di Sibari, Filippo Demma, ha poi ricordato a tutti una verità fondamentale: qui tutto è cominciato. L’Enotria, terra del vino, non è un’invenzione da marketing territoriale. È storia. È archeologia. È radice profonda. Sibari custodisce testimonianze antichissime dell’uso della vite nella penisola italiana. Il vino, dunque, in Calabria non arriva come moda. Torna a casa.

Demma ha offerto una delle chiavi culturali più raffinate dell’intera giornata: i musei non sono più soltanto luoghi che conservano il passato, ma presìdi attivi di sviluppo territoriale. Il Parco Archeologico di Sibari non fa da sfondo a Vinitaly and the City. Ne è parte essenziale. Il vino antico e quello moderno si illuminano a vicenda. La vite, il grano, la fertilità della terra, la rigenerazione, il rito, il gesto: tutto concorre a dire che l’enogastronomia non è folclore, ma cultura materiale di un popolo.

Anche le domande della stampa hanno avuto un ruolo non marginale. Quando è stato chiesto il numero delle aziende e dei buyer, è emerso il profilo concreto dell’evento: 47 aziende tra spiriti e amari, 98 aziende del vino, 145 realtà calabresi complessive, sette consorzi, collettive, circa duemila etichette. Non parole, dunque. Numeri. Produttori. Etichette. Lavoro. Mercato.

E quando si è parlato di buyer internazionali, dagli Stati Uniti al Brasile, dall’Europa ai circuiti ICE, si è capito che questa manifestazione non è una vetrina per compiacere i presenti. È una porta. Una porta che può portare le aziende calabresi fuori dal recinto regionale e dentro il mercato globale.

Interessante anche la domanda sul modello Napa Valley. Perché poneva una questione centrale: le cantine possono diventare infrastrutture turistiche? Occhiuto ha risposto con una battuta ambiziosa: bisogna essere persino più ambiziosi degli americani. Perché in Calabria non bisogna costruire un racconto artificiale. Il racconto c’è già. Ci sono borghi, Magna Grecia, mare, montagne, archeologia, storia, paesaggi. Il compito non è inventare, ma connettere. Non fabbricare un’identità, ma organizzarla.

Bricolo ha rafforzato il concetto parlando di enoturismo, di fasce turistiche alte, di cantine che accolgono, di territori che si fanno scoprire attraverso il vino. Ed è qui che la Calabria può giocare una partita enorme: trasformare il turista in viaggiatore, il consumatore in ambasciatore, la degustazione in esperienza.

Il ministro Francesco Lollobrigida, arrivato nella fase finale, ha chiuso idealmente il cerchio. Ha ricordato che il vino è cultura, identità, tradizione, protezione del territorio, economia. Ha rivendicato la scelta del governo di non criminalizzare il vino, ma di promuoverlo come parte della storia italiana. Ha parlato di Made in Italy, di tricolore, di fascette, di QR code, di racconto del prodotto. Ma soprattutto ha riconosciuto alla Calabria una capacità nuova: saper valorizzare ciò che già aveva.

È forse questo il punto più importante. I prodotti buoni in Calabria ci sono sempre stati. I territori meravigliosi pure. I vitigni, i borghi, le coste, le montagne, i musei, le radici non sono nati ieri. Quello che sta cambiando è la capacità di metterli insieme, di raccontarli, di venderli, di portarli nel mondo. E questa capacità non è un dettaglio tecnico. È la differenza tra avere un tesoro e saperlo trasformare in futuro.

La giornata di Montecitorio ha raccontato tutto questo: una Calabria che non mendica attenzione, ma costruisce reputazione. Una Regione che usa il vino come chiave per aprire stanze più grandi: turismo, cultura, export, occupazione, orgoglio, identità. Una Calabria che non vuole più essere soltanto visitata per compassione o nostalgia, ma scelta per qualità.

Certo, la sfida sarà mantenere la promessa. Gli eventi, da soli, non bastano. Le conferenze stampa non cambiano il destino di un territorio. I brindisi finiscono. I riflettori si spengono. Resta la necessità di continuità, infrastrutture, servizi, promozione costante, formazione, internazionalizzazione, accoglienza vera. Ma una cosa va detta con onestà: la direzione è quella giusta.

Sibari e Reggio Calabria non saranno due semplici tappe estive. Saranno due prove di maturità. Sibari, con la sua archeologia, dirà che la Calabria ha radici profonde. Reggio, con il suo lungomare e la sua vocazione mediterranea, dirà che la Calabria ha un orizzonte largo. In mezzo ci sono produttori, amministratori, istituzioni, giovani, buyer, giornalisti, cittadini. C’è una Regione che vuole smettere di essere raccontata dagli altri.

E allora sì, questa volta bisogna dirlo senza paura di sembrare enfatici: Vinitaly and the City Calabria è molto più di un evento. È un manifesto.

Il manifesto di una terra che ha deciso di non chiedere più permesso.

La Calabria entra nella casa delle istituzioni e non porta l’elenco delle sue lamentele. Porta il vino, la storia, il lavoro, la bellezza, i numeri, l’ambizione. Porta Sibari e Reggio Calabria. Porta Occhiuto e Cannizzaro, Gallo e Iacobini, VeronaFiere e ICE, archeologia e impresa, cultura e mercato. Porta, soprattutto, una nuova idea di sé.

E quando un popolo comincia a guardarsi con occhi diversi, prima o poi anche gli altri sono costretti a fare lo stesso.

Luigi Palamara Giornalista e ArtistaAspromontàno

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