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Reggio Calabria. La città che paga il pizzo anche quando finge di non saperlo

Reggio Calabria. La città che paga il pizzo anche quando finge di non saperlo

L'analisi dopo il maxi-blitz da 79 arresti a Reggio Calabria: quando la criminalità organizzata si fa sistema economico e sociale 

La ’ndrangheta prospera quando il pizzo diventa un comodo «costo di gestione»

Dalla "pace" tra le storiche famiglie all'infiltrazione negli appalti ferroviari e nei sindacati: l'inchiesta della DDA svela uno Stato rovesciato. La repressione giudiziaria è fondamentale, ma la vera partita si gioca nelle coscienze di chi deve smettere di credere che "è sempre stato così".  

L'Editoriale di Luigi Palamara 


Settantanove misure cautelari. Settantatré persone in carcere, sei agli arresti domiciliari. Più di cinquecento uomini tra Polizia di Stato e Carabinieri mobilitati in una sola mattina. Tre ordinanze, sei società sequestrate, armi, denaro, traffici di droga, estorsioni, appalti e sindacati.

Sarebbe facile fermarsi ai numeri. Sono numeri enormi, spettacolari, quasi cinematografici. Ma i numeri, da soli, hanno un difetto: fanno rumore e poi tacciono. La vera domanda è un’altra: che cosa raccontano di Reggio Calabria?

Raccontano che la ’ndrangheta non è un relitto folkloristico, non è una fotografia ingiallita appesa al muro della storia criminale. Non è il vecchio boss con la coppola che ordina vendette in dialetto. È un sistema che sa cambiare abito, linguaggio e interlocutori. Sa parlare con gli spacciatori e con gli imprenditori, con chi porta una pistola e con chi porta una cravatta. Sa entrare in un quartiere e, nello stesso tempo, in un appalto ferroviario.

Il Procuratore Giuseppe Borrelli e il Procuratore aggiunto Walter Ignazitto hanno descritto una struttura che non somiglia più a una somma di famiglie separate. De Stefano, Tegano, Condello, Lo Giudice: nomi storici, certo, ma ormai inseriti, secondo la ricostruzione investigativa, in un organismo più ampio e unitario, una mafia “archicentrica” nella quale le vecchie rivalità sembrano cedere il passo alla convenienza del progetto comune.

Ed è forse questo il dato più inquietante: non la guerra, ma la pace mafiosa. Non le faide, ma la confederazione. Non il caos criminale, ma l’ordine criminale.

Perché quando le cosche litigano, lo Stato può approfittare delle crepe. Quando invece si siedono allo stesso tavolo, spartiscono territori, profitti, cariche e responsabilità, diventano più efficienti. Trasformano la violenza in amministrazione. Il ricatto in regolamento. La paura in abitudine.

Le indagini avrebbero documentato summit riservati, nuovi equilibri, riti di affiliazione, conferimenti di “doti”. Perfino una dote richiesta come regalo di laurea per un figlio. È un dettaglio grottesco, e proprio per questo terribile.

In una società normale, la laurea dovrebbe aprire le porte della conoscenza. In quella parallela, descritta dagli investigatori, può diventare l’occasione per ricevere un titolo mafioso. Il merito sostituito dal sangue, la competenza dal lignaggio, il futuro consegnato al passato.

Qualcuno potrebbe liquidare tutto ciò come folklore criminale. Sarebbe un errore. Quei rituali non sono innocui. Servono a sedurre, a reclutare, a dare identità e prestigio a giovani che vogliono presentarsi nel mondo degli affari con un lasciapassare più efficace di una laurea e più intimidatorio di un curriculum.

La ’ndrangheta non offre soltanto denaro. Offre appartenenza. Ed è questo che la rende più resistente di una semplice banda.

Poi ci sono le armi. Tante, anche da guerra. Non soltanto strumenti da usare, ma simboli da mostrare. L’arma come biglietto da visita, come certificato di affidabilità criminale, come titolo per partecipare ai tavoli “che contano”.

In certi ambienti non serve sparare. Basta far sapere che si può farlo.

Ad Arghillà, secondo la ricostruzione illustrata in conferenza stampa, si sarebbe consolidato un gruppo capace di svolgere il ruolo di “braccio armato” delle cosche, inserito in un rapporto di dipendenza dalle famiglie di Archi. Un potere delegato, quasi un’amministrazione periferica della violenza.

Ed eccoci al paradosso più osceno: la mafia che pretende di garantire ordine pubblico. Controlla i reati contro il patrimonio, disciplina i ladri, decide chi può agire e chi no. Naturalmente non per difendere i cittadini, ma per difendere il proprio monopolio.

È lo Stato rovesciato: non elimina il delitto, lo autorizza.

Ma il cuore dell’operazione non è soltanto nei quartieri. È anche nell’economia. Nel settore della manutenzione e della pulizia dei treni e degli impianti industriali del polo ferroviario reggino sarebbe emerso un condizionamento pesante: rapporti con le imprese affidatarie, gestione delle maestranze, assunzioni, licenziamenti, concreta organizzazione del lavoro.

Qui la pistola si toglie dalla cintura e si mette nel cassetto della scrivania.

Non c’è bisogno di minacciare ogni giorno. Basta controllare chi lavora, chi viene assunto, chi viene allontanato. Basta trasformare un appalto in un territorio e un posto di lavoro in una concessione.

Particolarmente grave è il riferimento alle infiltrazioni nelle dinamiche sindacali. Il sindacato nasce per proteggere il lavoratore dal potere. Se viene piegato alla logica mafiosa, diventa lo strumento con cui il potere criminale controlla il lavoratore.

Non è soltanto corruzione. È una bestemmia civile.

Eppure il Procuratore ha indicato una verità ancora più scomoda: non tutti subiscono nello stesso modo. Ci sono imprenditori costretti a piegarsi. Ma ci sono anche soggetti economici che considerano il rapporto con la cosca una soluzione comoda, un’assicurazione sul quieto vivere, un “costo di gestione”.

È qui che la linea tra vittima e complice diventa più difficile da tracciare.

Pagare per paura è una tragedia. Pagare per convenienza è una scelta. E una società che trasforma il pizzo in una voce di bilancio ha già perso una parte della propria libertà.

Le estorsioni, infatti, non sono scomparse. Per qualche tempo si era sperato che le denunce avessero indebolito il fenomeno. Ma la realtà descritta dagli inquirenti è meno consolante: qualcuno denuncia, altri tacciono. E finché il silenzio resta più conveniente del coraggio, l’estorsione continuerà a riprodursi.

Lo stesso vale per il narcotraffico. Cocaina, eroina, marijuana: non un’attività marginale, ma uno dei principali settori economici delle organizzazioni. Santa Caterina e Arghillà emergono come basi di gruppi capaci di muoversi su scala più vasta, con promotori, finanziatori, fornitori e una filiera strutturata.

Non siamo davanti a improvvisati venditori di strada. Siamo davanti, secondo le accuse, a imprese criminali.

E allora bisognerebbe smettere di raccontare la mafia soltanto attraverso le retate. Il blitz è necessario, ma arriva alla fine di una lunga storia. Prima degli arresti ci sono state attività economiche condizionate, assunzioni decise altrove, imprenditori intimiditi, quartieri abbandonati, giovani affascinati dal prestigio criminale, cittadini convinti che denunciare sia inutile o pericoloso.

La repressione colpisce l’organizzazione. Ma senza una risposta sociale, culturale ed economica, il territorio resta disponibile alla successiva.

Il rischio più grande non è che la gente abbia paura della ’ndrangheta. È che smetta persino di percepirla come un pericolo.

Quando il male diventa paesaggio, non scandalizza più. Quando l’estorsione viene chiamata costo di gestione, quando l’arma diventa status symbol, quando il mafioso si presenta come mediatore, datore di lavoro o garante dell’ordine, la sconfitta non avviene nelle aule giudiziarie: avviene nella lingua e nella coscienza.

L’operazione del 14 luglio rappresenta, allo stato delle indagini e nel pieno rispetto della presunzione di non colpevolezza, un colpo di enorme rilevanza. Ma non autorizza trionfalismi.

Settantanove misure cautelari non significano che il problema è finito. Significano che il problema era ancora lì, radicato, organizzato, armato e capace di sedersi accanto all’economia legale.

Lo Stato ha dimostrato di saper vedere e colpire. Ora tocca alla città dimostrare di non voler più convivere.

Perché la ’ndrangheta prospera con le armi, certo. Ma soprattutto prospera con una frase pronunciata a bassa voce, nelle aziende, nei negozi, nei condomini e nei quartieri:

«È sempre stato così».

No. Non è sempre stato così.

È così ogni volta che qualcuno decide che sia più comodo lasciarlo essere.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

@luigi.palamara

Conferenza stampa Operazione Epicentro 2 parte 1 di 7 Maxi-blitz contro la ’ndrangheta a Reggio Calabria: 79 arresti e cosche azzerate Vasta operazione di Polizia e Carabinieri coordinata dalla DDA nella città dello Stretto ​In campo oltre 500 uomini contro la "federazione" dei clan De Stefano, Tegano, Condello e Lo Giudice. Svelati i summit segreti per spartire il territorio, il controllo delle piazze di spaccio e l'infiltrazione mafiosa negli appalti ferroviari. Dalle prime ore di questa mattina, più di 500 uomini della Polizia di Stato e dell’Arma dei Carabinieri sono impegnati in una vasta operazione di polizia sul territorio della città di Reggio Calabria, che ha condotto all’applicazione di 79 misure custodiali (73 custodie cautelari in carcere e 6 arresti domiciliari), in esecuzione di tre distinte ordinanze emesse dal G.I.P. del Tribunale di Reggio Calabria, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia reggina. Le accuse mosse a vario titolo agli indagati, fatto salvo il principio di non colpevolezza fino a sentenza definitiva di condanna, dato che il provvedimento pende tuttora nella fase delle indagini preliminari ed è sottoposto ad impugnazione cautelare, sono quelle di associazione mafiosa, associazione per delinquere finalizzata al traffico ed allo spaccio di sostanze stupefacenti, con l’aggravante di aver favorito la ’ndrangheta, estorsione, detenzione e porto di armi da sparo, anche da guerra, riciclaggio, rapina e trasferimento fraudolento di valori. Le indagini, coordinate dalla D.D.A. di Reggio Calabria, sono state curate dal Nucleo Investigativo del Comando Provinciale dei Carabinieri di Reggio Calabria, dalla Squadra Mobile, dalla Sezione Investigativa del Servizio Centrale Operativo (S.I.S.C.O.) di Reggio Calabria e dalla Sezione Operativa della Compagnia Carabinieri di Reggio Calabria ed hanno riguardato un’ampia porzione del territorio cittadino. Nel corso delle investigazioni, sono stati identificati i soggetti considerati gli esponenti di vertice delle cosche di ’ndrangheta DE STEFANO – TEGANO – CONDELLO – LO GIUDICE e sono state ricostruite le dinamiche associative dei rispettivi sodalizi, in linea di continuità con quanto già emerso nei più recenti procedimenti, che hanno cristallizzato l’esistenza di una federazione tra le storiche famiglie mafiose reggine operanti nel mandamento “Centro”, in connessione operativa tra loro e, comunque, subordinate al gruppo dirigente di Archi. All’esito delle indagini, è stata delineata anche la mappatura di ulteriori articolazioni di ’ndrangheta periferiche, ancorché federate con le predette, attive nell’area collinare della città di Reggio Calabria (Orti, Aretina, Oliveto e Croce Valanidi). Taluni degli indagati avrebbero partecipato ad importanti e riservate riunioni di mafia, durante le quali sarebbero stati ridefiniti gli equilibri tra le famiglie di ’ndrangheta che controllano il centro cittadino, stabilite le posizioni di comando e responsabilità, spartiti i proventi delle attività illecite, gestiti i rapporti, a volte conflittuali, con altre consorterie criminali, pianificati e realizzati riti di affiliazione e conferimento di “doti” e/o “cariche” di ’ndrangheta. Nel novero delle attività delittuose, di cui gli indagati si sarebbero resi responsabili, rientrano: il controllo del territorio, l’asfissiante pressione sul tessuto economico mediante il sistematico ricorso ad atti intimidatori ed estorsioni, il narcotraffico, il mutuo soccorso economico in favore dei sodali detenuti e il riciclaggio dei capitali illeciti in attività gestite da prestanome. Tali attività sarebbero state svolte dagli indagati con diverse funzioni, in virtù dei rispettivi livelli gerarchici rivestiti. Particolare rilievo assumono, inoltre, le risultanze relative al settore degli appalti per la manutenzione e la pulizia dei treni e degli impianti industriali presso il polo ferroviario reggino, ambito ritenuto di interesse strategico per la consorteria. CartaStraccia.News

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Conferenza stampa Operazione Epicentro 2 parte 2 di 7 Maxi-blitz contro la ’ndrangheta a Reggio Calabria: 79 arresti e cosche azzerate Vasta operazione di Polizia e Carabinieri coordinata dalla DDA nella città dello Stretto ​In campo oltre 500 uomini contro la "federazione" dei clan De Stefano, Tegano, Condello e Lo Giudice. Svelati i summit segreti per spartire il territorio, il controllo delle piazze di spaccio e l'infiltrazione mafiosa negli appalti ferroviari. Dalle prime ore di questa mattina, più di 500 uomini della Polizia di Stato e dell’Arma dei Carabinieri sono impegnati in una vasta operazione di polizia sul territorio della città di Reggio Calabria, che ha condotto all’applicazione di 79 misure custodiali (73 custodie cautelari in carcere e 6 arresti domiciliari), in esecuzione di tre distinte ordinanze emesse dal G.I.P. del Tribunale di Reggio Calabria, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia reggina. Le accuse mosse a vario titolo agli indagati, fatto salvo il principio di non colpevolezza fino a sentenza definitiva di condanna, dato che il provvedimento pende tuttora nella fase delle indagini preliminari ed è sottoposto ad impugnazione cautelare, sono quelle di associazione mafiosa, associazione per delinquere finalizzata al traffico ed allo spaccio di sostanze stupefacenti, con l’aggravante di aver favorito la ’ndrangheta, estorsione, detenzione e porto di armi da sparo, anche da guerra, riciclaggio, rapina e trasferimento fraudolento di valori. Le indagini, coordinate dalla D.D.A. di Reggio Calabria, sono state curate dal Nucleo Investigativo del Comando Provinciale dei Carabinieri di Reggio Calabria, dalla Squadra Mobile, dalla Sezione Investigativa del Servizio Centrale Operativo (S.I.S.C.O.) di Reggio Calabria e dalla Sezione Operativa della Compagnia Carabinieri di Reggio Calabria ed hanno riguardato un’ampia porzione del territorio cittadino. Nel corso delle investigazioni, sono stati identificati i soggetti considerati gli esponenti di vertice delle cosche di ’ndrangheta DE STEFANO – TEGANO – CONDELLO – LO GIUDICE e sono state ricostruite le dinamiche associative dei rispettivi sodalizi, in linea di continuità con quanto già emerso nei più recenti procedimenti, che hanno cristallizzato l’esistenza di una federazione tra le storiche famiglie mafiose reggine operanti nel mandamento “Centro”, in connessione operativa tra loro e, comunque, subordinate al gruppo dirigente di Archi. All’esito delle indagini, è stata delineata anche la mappatura di ulteriori articolazioni di ’ndrangheta periferiche, ancorché federate con le predette, attive nell’area collinare della città di Reggio Calabria (Orti, Aretina, Oliveto e Croce Valanidi). Taluni degli indagati avrebbero partecipato ad importanti e riservate riunioni di mafia, durante le quali sarebbero stati ridefiniti gli equilibri tra le famiglie di ’ndrangheta che controllano il centro cittadino, stabilite le posizioni di comando e responsabilità, spartiti i proventi delle attività illecite, gestiti i rapporti, a volte conflittuali, con altre consorterie criminali, pianificati e realizzati riti di affiliazione e conferimento di “doti” e/o “cariche” di ’ndrangheta. Nel novero delle attività delittuose, di cui gli indagati si sarebbero resi responsabili, rientrano: il controllo del territorio, l’asfissiante pressione sul tessuto economico mediante il sistematico ricorso ad atti intimidatori ed estorsioni, il narcotraffico, il mutuo soccorso economico in favore dei sodali detenuti e il riciclaggio dei capitali illeciti in attività gestite da prestanome. Tali attività sarebbero state svolte dagli indagati con diverse funzioni, in virtù dei rispettivi livelli gerarchici rivestiti. Particolare rilievo assumono, inoltre, le risultanze relative al settore degli appalti per la manutenzione e la pulizia dei treni e degli impianti industriali presso il polo ferroviario reggino, ambito ritenuto di interesse strategico per la consorteria. CartaStraccia.News

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Conferenza stampa Operazione Epicentro 2 parte 7 di 7 Maxi-blitz contro la ’ndrangheta a Reggio Calabria: 79 arresti e cosche azzerate Vasta operazione di Polizia e Carabinieri coordinata dalla DDA nella città dello Stretto ​In campo oltre 500 uomini contro la "federazione" dei clan De Stefano, Tegano, Condello e Lo Giudice. Svelati i summit segreti per spartire il territorio, il controllo delle piazze di spaccio e l'infiltrazione mafiosa negli appalti ferroviari. Dalle prime ore di questa mattina, più di 500 uomini della Polizia di Stato e dell’Arma dei Carabinieri sono impegnati in una vasta operazione di polizia sul territorio della città di Reggio Calabria, che ha condotto all’applicazione di 79 misure custodiali (73 custodie cautelari in carcere e 6 arresti domiciliari), in esecuzione di tre distinte ordinanze emesse dal G.I.P. del Tribunale di Reggio Calabria, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia reggina. Le accuse mosse a vario titolo agli indagati, fatto salvo il principio di non colpevolezza fino a sentenza definitiva di condanna, dato che il provvedimento pende tuttora nella fase delle indagini preliminari ed è sottoposto ad impugnazione cautelare, sono quelle di associazione mafiosa, associazione per delinquere finalizzata al traffico ed allo spaccio di sostanze stupefacenti, con l’aggravante di aver favorito la ’ndrangheta, estorsione, detenzione e porto di armi da sparo, anche da guerra, riciclaggio, rapina e trasferimento fraudolento di valori. Le indagini, coordinate dalla D.D.A. di Reggio Calabria, sono state curate dal Nucleo Investigativo del Comando Provinciale dei Carabinieri di Reggio Calabria, dalla Squadra Mobile, dalla Sezione Investigativa del Servizio Centrale Operativo (S.I.S.C.O.) di Reggio Calabria e dalla Sezione Operativa della Compagnia Carabinieri di Reggio Calabria ed hanno riguardato un’ampia porzione del territorio cittadino. Nel corso delle investigazioni, sono stati identificati i soggetti considerati gli esponenti di vertice delle cosche di ’ndrangheta DE STEFANO – TEGANO – CONDELLO – LO GIUDICE e sono state ricostruite le dinamiche associative dei rispettivi sodalizi, in linea di continuità con quanto già emerso nei più recenti procedimenti, che hanno cristallizzato l’esistenza di una federazione tra le storiche famiglie mafiose reggine operanti nel mandamento “Centro”, in connessione operativa tra loro e, comunque, subordinate al gruppo dirigente di Archi. All’esito delle indagini, è stata delineata anche la mappatura di ulteriori articolazioni di ’ndrangheta periferiche, ancorché federate con le predette, attive nell’area collinare della città di Reggio Calabria (Orti, Aretina, Oliveto e Croce Valanidi). Taluni degli indagati avrebbero partecipato ad importanti e riservate riunioni di mafia, durante le quali sarebbero stati ridefiniti gli equilibri tra le famiglie di ’ndrangheta che controllano il centro cittadino, stabilite le posizioni di comando e responsabilità, spartiti i proventi delle attività illecite, gestiti i rapporti, a volte conflittuali, con altre consorterie criminali, pianificati e realizzati riti di affiliazione e conferimento di “doti” e/o “cariche” di ’ndrangheta. Nel novero delle attività delittuose, di cui gli indagati si sarebbero resi responsabili, rientrano: il controllo del territorio, l’asfissiante pressione sul tessuto economico mediante il sistematico ricorso ad atti intimidatori ed estorsioni, il narcotraffico, il mutuo soccorso economico in favore dei sodali detenuti e il riciclaggio dei capitali illeciti in attività gestite da prestanome. Tali attività sarebbero state svolte dagli indagati con diverse funzioni, in virtù dei rispettivi livelli gerarchici rivestiti. Particolare rilievo assumono, inoltre, le risultanze relative al settore degli appalti per la manutenzione e la pulizia dei treni e degli impianti industriali presso il polo ferroviario reggino, ambito ritenuto di interesse strategico per la consorteria. CartaStraccia.News

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Reggio Calabria. La città che paga il pizzo anche quando finge di non saperlo L'analisi dopo il maxi-blitz da 79 arresti a Reggio Calabria: quando la criminalità organizzata si fa sistema economico e sociale ​La ’ndrangheta prospera quando il pizzo diventa un comodo «costo di gestione» ​Dalla "pace" tra le storiche famiglie all'infiltrazione negli appalti ferroviari e nei sindacati: l'inchiesta della DDA svela uno Stato rovesciato. La repressione giudiziaria è fondamentale, ma la vera partita si gioca nelle coscienze di chi deve smettere di credere che "è sempre stato così". L'Editoriale di Luigi Palamara Settantanove misure cautelari. Settantatré persone in carcere, sei agli arresti domiciliari. Più di cinquecento uomini tra Polizia di Stato e Carabinieri mobilitati in una sola mattina. Tre ordinanze, sei società sequestrate, armi, denaro, traffici di droga, estorsioni, appalti e sindacati. Sarebbe facile fermarsi ai numeri. Sono numeri enormi, spettacolari, quasi cinematografici. Ma i numeri, da soli, hanno un difetto: fanno rumore e poi tacciono. La vera domanda è un’altra: che cosa raccontano di Reggio Calabria? Raccontano che la ’ndrangheta non è un relitto folkloristico, non è una fotografia ingiallita appesa al muro della storia criminale. Non è il vecchio boss con la coppola che ordina vendette in dialetto. È un sistema che sa cambiare abito, linguaggio e interlocutori. Sa parlare con gli spacciatori e con gli imprenditori, con chi porta una pistola e con chi porta una cravatta. Sa entrare in un quartiere e, nello stesso tempo, in un appalto ferroviario. Il Procuratore Giuseppe Borrelli e il Procuratore aggiunto Walter Ignazitto hanno descritto una struttura che non somiglia più a una somma di famiglie separate. De Stefano, Tegano, Condello, Lo Giudice: nomi storici, certo, ma ormai inseriti, secondo la ricostruzione investigativa, in un organismo più ampio e unitario, una mafia “archicentrica” nella quale le vecchie rivalità sembrano cedere il passo alla convenienza del progetto comune. Ed è forse questo il dato più inquietante: non la guerra, ma la pace mafiosa. Non le faide, ma la confederazione. Non il caos criminale, ma l’ordine criminale. Perché quando le cosche litigano, lo Stato può approfittare delle crepe. Quando invece si siedono allo stesso tavolo, spartiscono territori, profitti, cariche e responsabilità, diventano più efficienti. Trasformano la violenza in amministrazione. Il ricatto in regolamento. La paura in abitudine. Le indagini avrebbero documentato summit riservati, nuovi equilibri, riti di affiliazione, conferimenti di “doti”. Perfino una dote richiesta come regalo di laurea per un figlio. È un dettaglio grottesco, e proprio per questo terribile. In una società normale, la laurea dovrebbe aprire le porte della conoscenza. In quella parallela, descritta dagli investigatori, può diventare l’occasione per ricevere un titolo mafioso. Il merito sostituito dal sangue, la competenza dal lignaggio, il futuro consegnato al passato. Qualcuno potrebbe liquidare tutto ciò come folklore criminale. Sarebbe un errore. Quei rituali non sono innocui. Servono a sedurre, a reclutare, a dare identità e prestigio a giovani che vogliono presentarsi nel mondo degli affari con un lasciapassare più efficace di una laurea e più intimidatorio di un curriculum. La ’ndrangheta non offre soltanto denaro. Offre appartenenza. Ed è questo che la rende più resistente di una semplice banda. Poi ci sono le armi. Tante, anche da guerra. Non soltanto strumenti da usare, ma simboli da mostrare. L’arma come biglietto da visita, come certificato di affidabilità criminale, come titolo per partecipare ai tavoli “che contano”. In certi ambienti non serve sparare. Basta far sapere che si può farlo. Ad Arghillà, secondo la ricostruzione illustrata in conferenza stampa, si sarebbe consolidato un gruppo capace di svolgere il ruolo di “braccio armato” delle cosche, inserito in un rapporto di dipendenza dalle famiglie di Archi

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​'Ndrangheta, colpo alle cosche storiche di Reggio Calabria: 79 arresti Maxi-operazione della DDA all'alba: in campo oltre 500 uomini di Polizia e Carabinieri ​Nel mirino i clan De Stefano, Tegano e Condello. Le accuse vanno dall'associazione mafiosa al narcotraffico, fino alle estorsioni a tappeto contro commercianti e imprenditori. Reggio Calabria 14 luglio 2026: vasta operazione antimafia della Direzione Distrettuale Antimafia. Più di 500 uomini della Polizia di Stato e dei Carabinieri impegnati nell’esecuzione di misure cautelari per 79 indagati. È scattata all’alba di oggi una imponente operazione antimafia della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria che ha coordinato le indagini dei Carabinieri e della Polizia di Stato nei confronti delle storiche cosche di ‘ndrangheta dei DE STEFANO, TEGANO, CONDELLO e di altre articolazioni, anche dedite al narcotraffico operanti nel territorio reggino. 79 i soggetti raggiunti da provvedimento cautelare, 73 in carcere e 6 ai domiciliari, tutti indagati, a vario titolo, per i reati di associazione mafiosa, associazione per delinquere finalizzata al traffico illecito di sostanza stupefacente, estorsione, porto e detenzione illegale di armi da fuoco, aggravati dal metodo mafioso e dell’aver agevolato la ‘ndrangheta, e rapina.  Le indagini hanno consentito di far luce sugli interessi economici delle cosche, dal traffico di stupefacenti alle estorsioni in danno di commercianti ed imprenditori. Maxi-blitz contro la ’ndrangheta a Reggio Calabria: 79 arresti e cosche azzerate https://www.cartastraccia.news/2026/07/maxi-blitz-contro-la-ndrangheta-reggio.html

♬ Brothers In Arms - Edit / Remastered 2022 - Dire Straits

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