Se la gogna del talk show diventa il piedistallo di Vannacci
Il generale, i suoi nemici e il regalo della vetrina
IL CASO DEL GENERALE E IL CORTO CIRCUITO DEI MEDIA NAZIONALI
La satira e il disprezzo dei salotti culturali non isolano il leader di "Futuro Nazionale", ma lo accreditano agli occhi di un elettorato stanco e invisibile: ogni scherno dall'alto si trasforma nel carburante politico del risentimento.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Un fenomeno politico che l’Italia ufficiale finge di non capire, mentre in realtà contribuisce ogni giorno ad alimentarlo. Si chiama Roberto Vannacci. Piaccia o non piaccia, il generale è diventato un caso nazionale non soltanto per ciò che dice, ma soprattutto per il modo in cui viene raccontato, deriso, inseguito, processato e talvolta sbeffeggiato da giornali, televisioni, opinionisti e salotti vari.
La stampa e le televisioni nazionali, ogni giorno, tentano di spiegare il “fenomeno Vannacci”. Ma spesso non spiegano: giudicano. Non analizzano: ammoniscono. Non raccontano: ridicolizzano. E in politica, ridicolizzare un avversario percepito come voce del popolo scontento è quasi sempre il modo più rapido per rafforzarlo.
È una vecchia legge della storia: quando il potere culturale si mette a fare la morale, chi si sente escluso da quel potere smette di ascoltare la morale e comincia ad ascoltare chi la morale la sfida.
Vannacci sostiene che gli iscritti al suo partito, Futuro Nazionale, abbiano già superato quota centomila. Se il dato fosse confermato, sarebbe un risultato notevole, soprattutto considerando che il tesseramento sarebbe partito da appena pochi mesi. Naturalmente restano domande legittime: come avviene l’iscrizione? Quali controlli vengono fatti? Come si evitano tessere multiple, iscritti fittizi, numeri gonfiati? In democrazia i numeri contano, ma devono essere trasparenti. Il consenso non si misura a sentimento, né a slogan: si verifica.
Eppure il punto politico è un altro. Ogni volta che un quotidiano nazionale titola contro Vannacci, ogni volta che un talk show lo mette al centro della scena, ogni volta che un commentatore lo tratta come una bizzarria da baraccone, gli regala ciò che in politica vale più dell’oro: attenzione.
Si pensa di screditarlo. Si finisce per accreditarlo.
Si pensa di isolarlo. Si finisce per convocarlo ogni sera nel salotto buono della Repubblica.
Si pensa di spiegare agli italiani perché non dovrebbero seguirlo. Si ottiene spesso l’effetto contrario: molti italiani, che già diffidano di quei salotti, interpretano l’attacco come una conferma. “Se lo colpiscono tanto”, si dicono, “forse è perché dà fastidio”.
È qui che nasce il cortocircuito. Da una parte c’è un Paese ufficiale che si sente ancora autorizzato a distribuire patenti di rispettabilità. Dall’altra c’è un Paese reale, stanco, irritato, spaventato dal cambiamento delle proprie abitudini, confuso davanti a un mondo che corre più veloce della sua capacità di adattarsi. Un Paese che non sempre ha le parole giuste, che magari scrive commenti pieni di errori grammaticali, ma che esiste. E liquidarlo con una risata è il modo più sicuro per perderlo.
Perché sì, è vero: molti commenti sui social in difesa di Vannacci sono sgrammaticati, enfatici, tribali, pieni di punti esclamativi e bandiere. Ma sarebbe un grave errore politico fermarsi alla sintassi. Dietro quelle frasi scritte male c’è spesso una protesta scritta chiaramente. Dietro l’italiano incerto c’è una certezza emotiva: “Non ci sentiamo rappresentati”.
E quando una parte del popolo non si sente rappresentata, prima o poi cerca qualcuno che parli al suo posto. Non importa che parli bene. Importa che sembri parlare “contro” chi non ha ascoltato.
I sostenitori del generale lo ripetono con entusiasmo: “Più voi vi divertite, più noi avanziamo”. È una frase rozza, forse, ma politicamente lucidissima. Dice una cosa semplice: ogni scherno diventa carburante. Ogni risata dall’alto produce risentimento dal basso. Ogni tentativo di trasformare Vannacci in una macchietta rischia di trasformarlo in un simbolo.
Naturalmente questo non significa che Vannacci non debba essere criticato. In democrazia chi entra nell’arena pubblica accetta il giudizio, il controllo, la polemica, perfino la durezza del confronto. Ma la critica è una cosa, il disprezzo sociale è un’altra. La prima illumina. Il secondo incendia.
E l’Italia dovrebbe saperlo. La nostra storia è piena di movimenti nati non solo per ciò che proponevano, ma per il rancore che riuscivano a raccogliere. Quando il linguaggio pubblico diventa una guerra tra “patrioti” e “fascisti”, tra “ignoranti” e “illuminati”, tra “popolo” ed “élite”, la politica smette di essere discussione e torna a essere appartenenza, tifo, vendetta.
C’è chi scrive: “Non potete fermare i patrioti”. C’è chi risponde evocando i fascisti “a testa in giù”. Due frasi opposte, ma figlie della stessa malattia: l’incapacità di vedere nell’altro un avversario e non un nemico. Una democrazia sana non vive di scomuniche reciproche. Vive di confronto duro, sì, ma fondato sui fatti, sulle responsabilità, sui programmi, sui limiti e sulle conseguenze delle parole.
Il caso Vannacci, allora, non riguarda soltanto Vannacci. Riguarda l’Italia. Riguarda il rapporto spezzato tra informazione e cittadini. Riguarda la distanza crescente tra chi parla ogni sera dagli studi televisivi e chi ascolta da casa con la sensazione di essere sempre giudicato, mai capito.
Forse il generale crescerà ancora. Forse si sgonfierà. Forse il suo partito diventerà una forza stabile, forse resterà una fiammata. Questo lo diranno i fatti, non gli applausi e nemmeno gli insulti.
Ma una cosa è già chiara: chi pensa di fermare un fenomeno politico solo ridendogli addosso non ha capito nulla della politica. Le risate possono ferire un uomo, ma possono anche incoronarlo. Dipende da chi ride e da chi si sente deriso.
E oggi, in Italia, non ride soltanto chi guarda Vannacci dall’alto. Sorride anche chi, vedendolo attaccato ogni giorno, pensa di aver finalmente trovato qualcuno che faccia arrabbiare le persone giuste.
Questo è il vero dato politico. Non le tessere, non i sondaggi, non i talk show. Il dato politico è che una parte del Paese non chiede più di essere convinta. Chiede di essere vendicata.
Ed è qui che il giornalismo dovrebbe smettere di fare spettacolo e tornare a fare il proprio mestiere: capire prima di giudicare, verificare prima di condannare, raccontare prima di deridere.
Perché a volte, nel tentativo di abbattere un uomo, gli si costruisce intorno il piedistallo.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
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