Elezioni Suppletive. Il peso della politica a Reggio Calabria.
La scommessa di Roscioli: quando la strategia batte la bandiera locale.
Dal confronto tra l'autorevolezza del civismo e la visione istituzionale del centrodestra, un'analisi sulle scelte di campo, il peso nazionale e il vero convitato di pietra: l'astensionismo.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Le elezioni suppletive di Reggio Calabria rischiano di essere molto più di una parentesi elettorale. Potrebbero diventare uno specchio, forse perfino un’anticipazione, di ciò che vedremo alle prossime Politiche.
Perché dietro i nomi, dietro le fotografie, dietro i comunicati stampa e le inevitabili liturgie di campagna elettorale, si stanno confrontando due idee profondamente diverse della politica.
Il centrosinistra ha scelto Frank Benedetto.
Un nome importante, un professionista stimato, un uomo conosciuto. E fin qui nulla da eccepire.
Ma torna la vecchia domanda: basta un nome altisonante a riempire un vuoto politico?
Probabilmente no.
Anzi, è proprio qui che emerge ancora una volta il limite di una coalizione che sembra cercare fuori da sé ciò che non riesce più a produrre dentro di sé. Il professionista, il medico, l’esponente della società civile, il volto capace di supplire con la propria reputazione alle debolezze di una classe dirigente.
È la vecchia scorciatoia.
Si prende un uomo credibile e si spera che la sua credibilità personale diventi improvvisamente credibilità politica.
Ma la politica non funziona così.
O almeno non dovrebbe.
Dall’altra parte il centrodestra reggino compie invece una scelta che qualcuno proverà certamente a raccontare con la solita formula del candidato “calato dall’alto”.
È una lettura troppo facile.
E soprattutto troppo comoda.
Perché la candidatura di Fabio Roscioli, tesoriere nazionale di Forza Italia, assume un significato politico che va ben oltre il collegio di Reggio Calabria.
Il centrodestra reggino, guidato dal coordinatore regionale di Forza Italia e neosindaco di Reggio Calabria Francesco Cannizzaro, non sembra aver scelto Roscioli perché incapace di trovare un candidato sul territorio.
Tutt’altro.
Ha scelto di giocare una partita diversa.
Una partita nazionale.
Ed è precisamente questo il punto.
Con pochi mesi di legislatura davanti, eleggere un parlamentare reggino completamente nuovo avrebbe avuto un valore simbolico, certamente. Ma quale peso concreto avrebbe potuto conquistare a Roma in così poco tempo?
Forse il tempo di entrare nel palazzo, trovare l’ufficio e accendere il computer.
Poco più.
Roscioli, invece, arriva con rapporti, conoscenze, responsabilità e una collocazione già definita dentro Forza Italia.
E allora la scelta assume un altro significato.
Non Reggio che subisce Roma.
Ma Reggio che prova a pesare di più a Roma.
La differenza non è semantica.
È politica.
Quella vera.
Quella che non consiste soltanto nel distribuire candidature secondo il certificato di nascita, ma nel chiedersi quale candidatura possa essere più utile a una comunità dentro un equilibrio nazionale.
In politica il campanilismo può essere una virtù.
Ma può diventare anche una comoda forma di provincialismo.
Un parlamentare non viene eletto per dimostrare di conoscere meglio degli altri Corso Garibaldi. Viene eletto per portare un territorio dentro i luoghi dove si prendono le decisioni.
E se un uomo dispone già degli strumenti per farlo, la sua provenienza geografica diventa una questione secondaria.
Questa sembra essere la scommessa di Cannizzaro.
Una scommessa che contiene anche un messaggio interno al centrodestra nazionale.
Reggio Calabria non chiede soltanto rappresentanza.
Chiede peso.
Chiede spazio.
Chiede di essere parte delle decisioni e non semplice destinataria delle decisioni altrui.
Ed è qui che la candidatura Roscioli diventa interessante.
Perché dietro un nome apparentemente “esterno” può esserci, paradossalmente, una strategia molto più territoriale di tante candidature costruite soltanto per soddisfare gli equilibri locali.
Il resto, il “paracadutato”, il “forestiero”, l’uomo mandato da Roma, appartiene al repertorio inevitabile della propaganda.
Comprensibile.
Ma la propaganda è una cosa.
La lettura politica un’altra.
Poi c’è l’incognita Vannacci.
Una candidatura riconducibile alla sua area, magari con Paolo Ferrara, trasformerebbe queste suppletive in un piccolo laboratorio nazionale.
E forse proprio per questo sarebbe un test persino utile al centrodestra.
Per anni si è discusso di quanto un’area politica alla destra della coalizione tradizionale possa sottrarre consensi a Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega.
Bene.
Questa volta potremmo avere una risposta nelle urne.
Il centrodestra avrebbe l’occasione di dimostrare una cosa molto semplice: che può vincere anche con Vannacci contro.
E sarebbe un risultato politicamente significativo.
Perché una vittoria ottenuta senza l’obbligo dell’unità assoluta dimostrerebbe la solidità di un consenso territoriale che va oltre gli equilibri nazionali.
Naturalmente resta il grande convitato di pietra.
Quello che nessuno candida ma che rischia di vincere ancora una volta.
L’astensionismo.
Potremo discutere per settimane di Benedetto, Roscioli, Vannacci, Ferrara.
Potremo contare comizi, fotografie, endorsement, applausi e presenze sui social.
Ma alla fine potrebbe essere ancora una volta il partito del “non voto” a raccogliere più consensi di tutti.
E su questo nessuna coalizione può permettersi di sorridere.
Perché se il centrosinistra sbaglia pensando che un grande professionista possa automaticamente riconciliare i cittadini con la politica, il centrodestra commetterebbe lo stesso errore se interpretasse una vittoria dentro un mare di astensione come una cambiale in bianco.
Vincere un’elezione non significa necessariamente conquistare una città.
A volte significa soltanto essere riusciti a portare alle urne più persone degli altri.
La fiducia è un’altra cosa.
Quella si costruisce negli anni.
Ed è qui che queste suppletive possono diventare davvero interessanti.
Da una parte un centrosinistra che punta su un nome prestigioso nel tentativo di trasformare l’autorevolezza personale in consenso politico.
Dall’altra un centrodestra che rinuncia alla scelta più facile, il candidato locale da esibire come bandiera, per tentare un’operazione di peso nazionale.
Due strategie.
Due idee.
Due scommesse.
Una, quella del centrosinistra, sembra ancora affidarsi alla forza dell’uomo.
L’altra, quella del centrodestra reggino di Cannizzaro, sembra affidarsi alla forza della politica e dei rapporti che la politica sa costruire.
Si può condividere o meno.
Ma almeno è una scelta leggibile.
E soprattutto è una scelta politica.
Altro che candidato calato dall’alto.
Qui Roma non viene chiamata a decidere per Reggio.
Reggio Calabria prova a entrare più pesantemente dentro Roma.
E in tempi nei quali la politica vive troppo spesso di slogan, candidati civici inventati all’ultimo momento e operazioni di immagine, persino una scelta discutibile ma strategicamente chiara rappresenta quasi una novità.
Adesso comincia la partita.
Ci saranno accuse, controaccuse, sondaggi, manifesti e promesse.
Ci sarà chi tenterà di trasformare Benedetto nel salvatore del centrosinistra e chi dipingerà Roscioli come l’ennesimo emissario romano.
Poi arriveranno le urne.
E saranno loro, come sempre, a togliere di mezzo molta retorica.
Sempre che gli elettori decidano di andarci.
Perché il vero avversario, ancora una volta, potrebbe non avere né simbolo né candidato.
Potrebbe essere semplicemente una porta di casa che, il giorno delle elezioni, rimane chiusa.
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno
0 Commenti
LASCIA IL TUO COMMENTO. La tua opinione è importante.