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Fermare la fuga dei giovani: la partita più difficile dell'Università Mediterranea

Fermare la fuga dei giovani: la partita più difficile dell'Università Mediterranea

Da Palazzo Alvaro alla sfida per il futuro: il passato da pallavolista e la visione del Rettore Zimbalatti

​Dagli anni Ottanta in Serie A2 alla guida dell'Ateneo: il Magnifico Rettore racconta una Reggio Calabria che deve tornare a essere squadra per offrire futuro, spazi e opportunità alle nuove generazioni.

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Alcune interviste sembrano "leggere" e invece, se le si ascolta bene, raccontano una città intera.

Quella realizzata il 24 agosto 2026 a Palazzo Alvaro da Luigi Palamara al Magnifico Rettore dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, professor Giuseppe Zimbalatti, parte quasi per gioco. Una pallavolo, una memoria degli anni Ottanta, una sfida sportiva. Poi, poco alla volta, cambia campo. E dal parquet si passa all’Università, dai ricordi ai giovani, dalla Serie A2 a una partita assai più difficile: impedire che Reggio Calabria continui a perdere i suoi ragazzi.

Si scopre così che il Rettore ha un passato da pallavolista. E già questo basterebbe a rendere meno ingessata quella parola, “Magnifico”, che in Italia spesso finisce per creare una distanza quasi liturgica tra chi guida un Ateneo e chi lo frequenta.

Zimbalatti ricorda gli anni Ottanta, quando la pallavolo a Reggio Calabria non era un passatempo per pochi, ma un pezzo di vita collettiva. Ogni quartiere aveva le sue squadre, i suoi ragazzi, i suoi allenamenti, le sue rivalità. C’era una città che giocava, partecipava, si riconosceva persino attraverso una rete tesa in mezzo a un campo.

E c’era una Reggio capace di arrivare in Serie A2.

Non è nostalgia da album fotografico. È un dettaglio politico, nel senso più nobile del termine. Perché racconta ciò che una comunità può essere quando costruisce luoghi, appartenenza, ambizione.

Il Rettore ricorda le sfide contro l’Ugento di Fefè De Giorgi. Due incontri epici. Loro salirono in A1, Reggio rimase in A2. Nel racconto tornano i nomi dei compagni di allora: Gurnari, Ripugliatti, Arcudi e altri amici di una stagione che, nonostante la sconfitta, viene ricordata come bellissima.

E qui arriva la prima lezione, forse involontaria.

Non tutte le sconfitte sono fallimenti.

A volte si perde una promozione, ma si costruisce una storia. A volte si resta in A2, ma si impara cosa significhi appartenere a una squadra.

È precisamente questa idea di squadra che oggi dovrebbe interessare l’Università Mediterranea.

Palamara pone infatti una domanda inevitabile: perché non immaginare anche a Reggio Calabria un rapporto più forte tra Università e sport, come accade nei grandi campus internazionali?

La risposta di Zimbalatti è prudente ma concreta. La Mediterranea ha già attivato un corso di laurea in Scienze motorie, giunto al terzo anno e accolto, secondo il Rettore, con notevole successo. E si ragiona sulla creazione di nuovi spazi sportivi, sulla riqualificazione di aree che possano avere una vera funzione per gli studenti e per la città.

È un punto che merita attenzione.

Per decenni, soprattutto nel Mezzogiorno, abbiamo commesso l’errore di pensare all’Università come a un insieme di aule, esami, professori e segreterie. Entrare, studiare, prendere il titolo, possibilmente partire.

Ma un’Università vera è altro.

È biblioteca, sport, relazioni, ricerca, laboratori, associazioni, residenze, spazi comuni. È un luogo nel quale un giovane non deve soltanto conseguire una laurea, ma costruire una parte della propria vita.

Negli Stati Uniti lo hanno capito da tempo. Da noi continuiamo spesso a stupircene.

Zimbalatti parla di interlocuzioni istituzionali avviate prima dell’estate con la ministra Anna Maria Bernini e con le istituzioni del territorio per ragionare sulla riqualificazione di alcune aree a finalità sportive.

Bene.

Ma proprio perché la Calabria abbonda di promesse e difetta, talvolta, di inaugurazioni vere, la questione sarà trasformare le interlocuzioni in cantieri, i cantieri in strutture, le strutture in luoghi vissuti.

Perché uno spazio sportivo non serve quando viene annunciato.

Serve quando un ragazzo può entrarci.

E l’intervista, da questo punto in avanti, smette definitivamente di parlare soltanto di sport.

Si parla dell’Università che cambia.

Il Rettore ricorda l’attivazione di un nuovo corso di laurea in Biotecnologie, il rinnovamento dell’offerta formativa, il tentativo di migliorare i servizi e la logistica della cittadella universitaria.

Cita anche l’inaugurazione di una strada di collegamento destinata a rendere più semplice il rapporto tra le aree di Ingegneria e Agraria e il centro della città.

Può sembrare un dettaglio urbanistico.

Non lo è.

Una Università isolata è una Università dimezzata.

Se il campus è percepito come un corpo separato dalla città, la città perde l’Università e l’Università perde la città. Il collegamento fisico diventa allora anche un collegamento simbolico: studenti che entrano nel tessuto urbano, attività universitarie che dialogano con il territorio, ricerca che incontra imprese, istituzioni, professioni.

La Mediterranea, se vuole crescere davvero, deve essere sempre meno “l’Università che si trova a Reggio Calabria” e sempre più “l’Università di Reggio Calabria”.

La differenza sembra minima.

È enorme.

Poi arriva il punto più delicato dell’intervista.

Zimbalatti dice di augurarsi che sempre più giovani rimangano a Reggio Calabria per coltivare qui i propri talenti.

È probabilmente la frase più importante.

Perché dietro quelle parole c’è la grande emorragia del Sud.

Ragazzi che partono a diciotto anni.

Famiglie che investono altrove.

Competenze che vengono formate al Sud o che il Sud avrebbe potuto formare e che finiscono per produrre ricchezza a Milano, Bologna, Roma, Torino, all’estero.

Non bisogna però cadere nella retorica del “restate”.

I giovani non restano perché qualcuno glielo chiede.

Restano se trovano opportunità.

Restano se l’Università è competitiva.

Restano se esistono laboratori, servizi, collegamenti, alloggi, sport, ricerca, imprese, prospettive.

Restano se percepiscono che scegliere Reggio Calabria non significa rinunciare a qualcosa, ma conquistare qualcosa.

Questo è il vero compito della Mediterranea.

Non convincere i ragazzi a sacrificarsi per il territorio.

Fare in modo che il territorio sia capace di meritarseli.

Ed è qui che il passato sportivo del Rettore finisce per diventare una metafora fin troppo perfetta.

Nella pallavolo nessuno vince da solo.

Puoi avere il miglior schiacciatore del campionato, ma se la ricezione non funziona, se il palleggio arriva male, se il muro non tiene, la partita è persa.

Lo stesso vale per una città.

L’Università può fare molto, ma non può fare tutto.

Servono Comune, Città Metropolitana, Regione, Governo, imprese, scuola, associazioni, mondo produttivo.

Serve, insomma, una squadra.

Palamara chiude l’intervista con un invito quasi pubblicitario: iscrivetevi alla Mediterranea, ne vedrete delle belle e ne uscirete preparati ad affrontare le sfide della società.

Zimbalatti risponde con una frase semplice: l’ambizione dell’Università è essere quanto più utile possibile ai propri ragazzi.

È una buona ambizione.

Forse è persino l’unica che conti.

Perché un Ateneo non si misura soltanto dal numero degli iscritti, dai corsi attivati o dalle cerimonie inaugurali. Si misura dalla capacità di cambiare il destino delle persone che vi entrano.

Il resto sono statistiche.

La partita vera è questa: fare della Mediterranea non un luogo dal quale partire, ma un luogo dal quale poter scegliere liberamente se partire, tornare o restare.

Negli anni Ottanta Zimbalatti e i suoi compagni persero la promozione contro l’Ugento di De Giorgi.

Oggi il Rettore gioca una partita molto più difficile.

Dall’altra parte della rete non c’è una squadra di pallavolo.

Ci sono lo spopolamento, la fuga dei giovani, la sfiducia, il ritardo infrastrutturale, l’antica tentazione calabrese di accontentarsi delle promesse.

Per vincerla serviranno buoni giocatori.

Ma soprattutto servirà, ancora una volta, una squadra.

Luigi Palamara Giornalista,  Scrittore e Artista Aspromontàno 

@luigi.palamara Fermare la fuga dei giovani: la partita più difficile dell'Università Mediterranea Da Palazzo Alvaro alla sfida per il futuro: il passato da pallavolista e la visione del Rettore Zimbalatti ​Dagli anni Ottanta in Serie A2 alla guida dell'Ateneo: il Magnifico Rettore racconta una Reggio Calabria che deve tornare a essere squadra per offrire futuro, spazi e opportunità alle nuove generazioni. L'Editoriale di Luigi Palamara   Alcune interviste sembrano "leggere" e invece, se le si ascolta bene, raccontano una città intera. Quella realizzata il 24 agosto 2026 a Palazzo Alvaro da Luigi Palamara al Magnifico Rettore dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, professor Giuseppe Zimbalatti, parte quasi per gioco. Una pallavolo, una memoria degli anni Ottanta, una sfida sportiva. Poi, poco alla volta, cambia campo. E dal parquet si passa all’Università, dai ricordi ai giovani, dalla Serie A2 a una partita assai più difficile: impedire che Reggio Calabria continui a perdere i suoi ragazzi. Si scopre così che il Rettore ha un passato da pallavolista. E già questo basterebbe a rendere meno ingessata quella parola, “Magnifico”, che in Italia spesso finisce per creare una distanza quasi liturgica tra chi guida un Ateneo e chi lo frequenta. Zimbalatti ricorda gli anni Ottanta, quando la pallavolo a Reggio Calabria non era un passatempo per pochi, ma un pezzo di vita collettiva. Ogni quartiere aveva le sue squadre, i suoi ragazzi, i suoi allenamenti, le sue rivalità. C’era una città che giocava, partecipava, si riconosceva persino attraverso una rete tesa in mezzo a un campo. E c’era una Reggio capace di arrivare in Serie A2. Non è nostalgia da album fotografico. È un dettaglio politico, nel senso più nobile del termine. Perché racconta ciò che una comunità può essere quando costruisce luoghi, appartenenza, ambizione. Il Rettore ricorda le sfide contro l’Ugento di Fefè De Giorgi. Due incontri epici. Loro salirono in A1, Reggio rimase in A2. Nel racconto tornano i nomi dei compagni di allora: Gurnari, Ripugliatti, Arcudi e altri amici di una stagione che, nonostante la sconfitta, viene ricordata come bellissima. E qui arriva la prima lezione, forse involontaria. Non tutte le sconfitte sono fallimenti. A volte si perde una promozione, ma si costruisce una storia. A volte si resta in A2, ma si impara cosa significhi appartenere a una squadra. È precisamente questa idea di squadra che oggi dovrebbe interessare l’Università Mediterranea. Palamara pone infatti una domanda inevitabile: perché non immaginare anche a Reggio Calabria un rapporto più forte tra Università e sport, come accade nei grandi campus internazionali? La risposta di Zimbalatti è prudente ma concreta. La Mediterranea ha già attivato un corso di laurea in Scienze motorie, giunto al terzo anno e accolto, secondo il Rettore, con notevole successo. E si ragiona sulla creazione di nuovi spazi sportivi, sulla riqualificazione di aree che possano avere una vera funzione per gli studenti e per la città. È un punto che merita attenzione. Per decenni, soprattutto nel Mezzogiorno, abbiamo commesso l’errore di pensare all’Università come a un insieme di aule, esami, professori e segreterie. Entrare, studiare, prendere il titolo, possibilmente partire. Ma un’Università vera è altro. È biblioteca, sport, relazioni, ricerca, laboratori, associazioni, residenze, spazi comuni. È un luogo nel quale un giovane non deve soltanto conseguire una laurea, ma costruire una parte della propria vita. Negli Stati Uniti lo hanno capito da tempo. Da noi continuiamo spesso a stupircene. Zimbalatti parla di interlocuzioni istituzionali avviate prima dell’estate con la ministra Anna Maria Bernini e con le istituzioni del territorio per ragionare sulla riqualificazione di alcune aree a finalità sportive. Bene. Editoriale completo su CartaStraccia.News #reggiocalabria #giuseppezimbalatti #rettore #universitàmaditerranea #luigipalamara ♬ audio originale - Luigi Palamara

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