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Il caso Giannetta e la nuova febbre del trasformismo.

Il caso Giannetta e la nuova febbre del trasformismo.

​L'arte di cambiare casacca pretendendo pure gli applausi.

Da Forza Italia al movimento di Vannacci: l'eterno ritorno di una politica che scambia le convenzioni per "evoluzione", dimenticandosi del peso (e della memoria) degli elettori.

La politica che cambia casacca e pretende applausi

L'Editoriale di Luigi Palamara 


Un verbo che la politica italiana ama più di tutti: evolvere.

Una volta si diceva cambiare idea. Poi venne il tempo del riposizionamento. Adesso si evolve. È più elegante, più scientifico, quasi darwiniano. Si abbandona un partito, si attraversa il centrodestra, ci si sposta più a destra, si sale su un altro carro e si spiega agli elettori che no, non è trasformismo: è evoluzione.

Domenico Giannetta, dopo oltre vent’anni in Forza Italia, riparte da Futuro Nazionale, il movimento di Roberto Vannacci. E lo fa candidandosi alle elezioni suppletive di Reggio Calabria.

Lui dice di essere rimasto lo stesso.

Ed è proprio questo il problema.

Perché se sei rimasto lo stesso, allora viene spontaneo domandarsi che cosa sia cambiato davvero. Le idee? Il partito? Le prospettive? Le convenienze? O semplicemente il treno sul quale si ritiene più utile salire?

Giannetta rivendica una storia politica lunga, il rapporto con Silvio Berlusconi, quello con Jole Santelli, la stima per Roberto Occhiuto. Dice di non rinnegare nulla. Dice di portare con sé la propria cultura moderata e liberale. Dice di spostarsi più a destra, ma di restare moderato.

Tutto e il contrario di tutto.

Una prodigiosa quadratura del cerchio che soltanto la politica riesce a ottenere senza bisogno della geometria.

Francesco Cannizzaro parla apertamente di tradimento. Ricorda che appena undici mesi fa gli elettori calabresi avevano scelto Giannetta votando Forza Italia. Roberto Occhiuto taglia ancora più corto: per lui Giannetta, avendo scelto Vannacci, è fuori dalla maggioranza regionale di centrodestra.

Sono parole durissime. Certamente interessate, perché vengono dagli uomini del partito abbandonato. E la politica, quando viene lasciata, soffre spesso della stessa improvvisa indignazione morale dell’amante tradito.

Ma depurata la polemica dalla comprensibile rabbia degli ex compagni, rimane una questione che riguarda tutti. Ed è una questione tremendamente semplice.

Che valore ha il voto di un cittadino se l’eletto può cambiare piattaforma politica pochi mesi dopo essere stato scelto?

La Costituzione tutela giustamente la libertà del parlamentare e dell’eletto. Il mandato non può trasformarsi in una catena. Un rappresentante politico deve poter rompere con il proprio partito quando ritiene che quel partito abbia tradito principi, programmi o coscienza.

Ci mancherebbe altro.

Ma proprio perché questa libertà è preziosa, non può diventare l’alibi permanente del trasformismo.

Esiste una differenza fra cambiare posizione per una battaglia politica e cambiare contenitore quando il nuovo contenitore offre un’occasione migliore. Fra dissentire e traslocare. Fra il coraggio e la convenienza.

Giannetta parla di una scelta che «richiede coraggio».

Può darsi.

Ma in politica il coraggio non consiste soltanto nell’andarsene.

A volte consiste nel restare quando restare costa. A volte consiste nel lasciare una poltrona senza cercarne immediatamente un’altra. A volte consiste nel tornare dagli elettori e dire: mi avete votato per rappresentare questo progetto; io quel progetto non lo rappresento più, dunque giudicatemi di nuovo.

Questo sarebbe un gesto politicamente limpido.

Il resto rischia di assomigliare a quella specialità nazionale che conosciamo da decenni: cambiare posizione sostenendo di essere rimasti perfettamente fermi.

Giannetta afferma: «Non cambio identità, cambio la piattaforma politica».

È una frase formidabile.

Perché la piattaforma politica non è un dettaglio. Non è il colore della cravatta. Non è l’automobile con cui si raggiunge il Consiglio regionale. È il partito, il programma, la collocazione, l’insieme di simboli e idee attraverso i quali gli elettori hanno espresso una scelta.

Se io compro un biglietto per Roma e a metà viaggio il conducente annuncia che il pullman andrà a Milano, potrà spiegarmi quanto vuole che lui è sempre lo stesso autista. Rimane il piccolo inconveniente che io avevo scelto un’altra destinazione.

E gli elettori?

Sempre loro, gli eterni dimenticati.

Vengono corteggiati per mesi. Chiamati «popolo». Elevati a sovrani. Fotografati nei mercati, nelle piazze, nei bar. Accarezzati nelle campagne elettorali come parenti ricchi sul letto di morte.

Poi votano.

E improvvisamente diventano spettatori.

La politica decide, si ricompone, si divide, si trasferisce, si allea. E al cittadino viene chiesto soltanto di comprendere. Comprendere le strategie. Comprendere le evoluzioni. Comprendere le nuove sensibilità. Comprendere persino che il voto dato ieri può servire oggi a costruire qualcosa di completamente diverso.

È questa la politica che non ci piace.

Non perché un uomo non possa cambiare idea. Sarebbe assurdo pretenderlo. Un uomo che non cambia mai idea o è un santo o non ne ha mai avuta una.

Ma chi cambia idea avendo ricevuto un mandato politico ha almeno un dovere: spiegare con una chiarezza feroce che cosa sia cambiato.

Non bastano formule come «nuova fase», «nuovo progetto», «evoluzione del percorso». Sono espressioni da comunicato stampa. Profumano di prudenza, ma dicono poco.

Quale battaglia politica rende oggi incompatibile Giannetta con Forza Italia?

Su quale principio Forza Italia avrebbe smesso di essere «casa»?

Quale punto programmatico di Futuro Nazionale giustifica il passaggio da una formazione moderata e liberale a un movimento collocato nettamente più a destra?

Perché oggi e non un anno fa?

Sono domande legittime. Anzi, obbligatorie.

Perché quando un politico cambia partito non sta cambiando soltanto casa propria. Si porta dietro una porzione della fiducia che gli elettori gli avevano consegnato.

Ed è qui che nasce quella che potremmo chiamare l’ideologia della convenienza.

Non più destra o sinistra. Non più liberalismo o conservatorismo. Non più popolarismo o socialdemocrazia.

Convenienza. "Cumbenenza"

Una ideologia modernissima, elastica, impermeabile alle contraddizioni. Consente di dichiararsi moderati mentre ci si sposta più a destra, di celebrare vent’anni di militanza mentre si combatte elettoralmente il partito nel quale quei vent’anni sono trascorsi, di chiamare libertà ciò che gli avversari chiamano opportunismo.

E magari la verità, come spesso accade, sta in una zona meno spettacolare: nelle ambizioni, nei rapporti personali, negli spazi politici che si aprono e si chiudono.

Non sarebbe neppure scandaloso ammetterlo.

La politica è fatta anche di ambizione. Chi sostiene il contrario mente. Nessuno attraversa vent’anni di vita pubblica per puro spirito francescano.

Il problema nasce quando l’ambizione privata viene travestita sistematicamente da destino collettivo.

Quando ogni scelta personale diventa «la Calabria».

Quando ogni candidatura diventa «il territorio».

Quando ogni cambio di partito diventa «la voce dei cittadini».

La Calabria merita qualcosa di più che essere invocata come assoluzione preventiva.

Merita infrastrutture, sanità, lavoro, amministrazioni efficienti, rappresentanza autorevole. E soprattutto merita elettori trattati da adulti.

Saranno proprio loro, gli elettori, a giudicare questa vicenda.

Ed è giusto che sia così.

Non Cannizzaro. Non Occhiuto. Non Vannacci. Non i dirigenti di partito. Non gli editorialisti.

Gli elettori.

Perché esiste un solo antidoto democratico al trasformismo politico, ed è il voto consapevole.

Forse è arrivato il momento di recuperare una vecchia parola che la politica professionale pronuncia sempre meno volentieri: responsabilità.

Responsabilità significa che ogni scelta ha un prezzo.

Vuoi cambiare partito? Fallo.

Vuoi spostarti più a destra? Fallo.

Vuoi sostenere un progetto radicalmente diverso da quello nel quale sei stato eletto? È un tuo diritto.

Ma non pretendere che l’elettore consideri tutto questo un dettaglio biografico. Non chiedergli di applaudire automaticamente al tuo «coraggio». Non accusarlo di non comprendere le raffinate evoluzioni della politica.

Accetta il suo giudizio.

Anche quando è severo.

Anche quando è una bocciatura.

Anche quando significa perdere.

Per troppi anni l’Italia ha considerato il cambio di casacca quasi una componente folkloristica della politica. Un’alzata di spalle, una battuta, un nuovo gruppo consiliare, qualche intervista e tutto ricomincia.

Forse sarebbe il caso di smetterla.

Non con una legge che imprigioni la libertà politica, ma con una rivoluzione molto più semplice e molto più difficile: la memoria degli elettori.

Ricordare chi abbiamo votato.

Ricordare con quale simbolo.

Ricordare che cosa prometteva.

Ricordare dove è andato dopo il voto.

E alla tornata successiva scegliere di conseguenza.

Giannetta dice di ripartire.

Benissimo.

Ogni uomo ha diritto a ripartire.

Ma anche gli elettori hanno un diritto.

Quello di azzerare il contatore.

E decidere se farlo ripartire con lui.

Oppure no.

Questa volta potrebbe essere quella buona per ricordare alla politica una regola elementare che essa, troppo spesso, dimentica:

il voto non è proprietà dell’eletto. È un prestito dell’elettore.

E i prestiti, prima o poi, si restituiscono.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno 

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