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Giannetta e ​il salto della quaglia: da Forza Italia al movimento di Vannacci

Giannetta e il salto della quaglia: da Forza Italia al movimento di Vannacci

Giannetta azzera se stesso. E questa volta il conto lo presentano gli elettori

Vent’anni di storia politica messi in archivio e una nuova bandiera issata. Tra tatticismi, convergenze e la scommessa di una candidatura alle porte, il politico calabrese affronta il giudizio più severo: quello dei suoi elettori.

L’Editoriale di Luigi Palamara

Clamoroso al Cibali, verrebbe da dire prendendo in prestito una delle espressioni più abusate del nostro lessico nazionale.

Domenico Giannetta lascia Forza Italia e approda a Futuro Nazionale, il movimento di Roberto Vannacci.

Vent’anni di storia politica messi in archivio e una nuova bandiera issata sul pennone.

Lui la chiamerà evoluzione. Altri la chiameranno coraggio. Qualcuno parlerà di tradimento.

Io preferisco una definizione assai meno sofisticata: il salto della quaglia.

Non perché cambiare partito sia di per sé un delitto. In politica si può cambiare idea, schieramento, perfino convinzione. Guai se non fosse possibile. Soltanto gli imbecilli e le lapidi non cambiano mai opinione.

Il problema arriva quando il cambiamento coincide, guarda caso, con una nuova opportunità.

E allora le parole diventano importanti.

Perché un conto è dire: non credo più in ciò che rappresentavo.

Un altro è dire: continuo a essere quello di prima, però adesso corro con quelli di dopo.

Questa sì che è geometria politica.

Giannetta oggi tenta una nuova traversata. Ma la compie in una condizione singolare: da comandante senza esercito.

E qui conviene fermarsi un momento.

Un gruppo.

Perché un leader, per essere davvero tale, dovrebbe avere almeno qualcuno da guidare.

Una squadra.

Amministratori.

Consiglieri.

Sindaci.

Una classe dirigente.

Un pezzo di territorio disposto non soltanto ad applaudirlo, ma a seguirlo.

E al momento, almeno per ciò che è dato vedere, attorno a Giannetta questo esercito non si vede.

Non è riuscito a far eleggere propri rappresentanti nel Consiglio metropolitano. Non è riuscito a tradurre il proprio peso politico in una presenza riconoscibile alle ultime comunali di Reggio Calabria e la lista a lui riconducibile è rimasta fuori dalla competizione per un errore tecnico.

Un dettaglio?

Niente affatto.

In politica la forma è sostanza soprattutto quando la forma serve a partecipare alle elezioni.

Puoi pronunciare tutti i discorsi sulla strategia che vuoi, ma se non riesci nemmeno a presentarti al fischio d’inizio, prima della partita c’è già qualcosa che non ha funzionato.

E oggi il dato politico è questo: Giannetta parte da solo.

Almeno per ora.

Non si intravede alle sue spalle una pattuglia di amministratori pronta a cambiare campo. Non una processione di sindaci. Non una schiera di consiglieri. Non una struttura territoriale che possa già essere chiamata movimento.

C’è lui.

E poi c’è Vannacci.

Che non è poco, naturalmente.

Anzi, probabilmente è proprio questo il calcolo.

Giannetta potrebbe pensare di intercettare l’effetto Vannacci, sfruttarne la notorietà, la capacità di polarizzare, il consenso potenziale di una sigla che oggi tenta di occupare uno spazio più a destra.

È una scommessa.

Può riuscire.

Oppure può accadere una cosa molto più banale: che resti soltanto l’effetto, senza una vera struttura dietro.

E in quel caso saranno problemi suoi.

Perché il consenso prestato da un leader nazionale non è necessariamente consenso trasferito sul candidato locale.

La politica è piena di uomini convinti che bastasse una fotografia accanto al capo per diventare improvvisamente indispensabili.

Poi hanno aperto le urne.

E hanno scoperto che le fotografie non votano.

Giannetta porta innanzitutto se stesso, il proprio peso elettorale, la propria storia e soprattutto una scommessa personale.

E magari gli andrà bene.

La politica italiana è una bisca nella quale talvolta il giocatore più prudente perde tutto e quello che punta sul numero improbabile si porta via il tavolo.

Anticipare i tempi e salire su un carro che, almeno sulla carta, potrebbe conquistare uno spazio politico è certamente un azzardo.

Ma l’azzardo non va confuso con l’ideale.

Ed è qui che la vicenda diventa interessante.

Perché c’è un paradosso che merita di essere ricordato.

Qualche anno fa Giannetta rinunciò al seggio da deputato scegliendo di restare in Consiglio regionale, una decisione che ebbe anche conseguenze sugli equilibri politici e sulla possibilità per altri esponenti di subentrargli nell’assemblea regionale. In soldoni parliamo di Peppe Raffa, già Presidente della Provincia di Reggio Calabria. Tenuto fuori.

Oggi, invece, si candida alle suppletive per conquistare un seggio parlamentare destinato comunque ad avere davanti una porzione limitata di legislatura.

Perché?

È legittimo domandarselo.

Per rappresentare Reggio Calabria per quei mesi?

Per dare forza immediata a Futuro Nazionale?

Oppure per costruire oggi il credito politico da riscuotere domani, quando arriverà il momento di ridisegnare candidature e collegi?

Non conosco la risposta.

E chi sostiene di conoscerla mente oppure abita nella testa di Giannetta.

Ma la politica si giudica anche attraverso le coincidenze, i tempi, le traiettorie.

E questa traiettoria racconta molto.

In politica, come nelle battaglie, gli schieramenti cambiano. Le alleanze si spezzano. Gli amici diventano avversari e gli avversari, con sorprendente rapidità, scoprono di avere combattuto per tutta la vita la stessa guerra.

È sempre accaduto.

Solo che un tempo ci si vergognava almeno un poco.

Adesso si convoca una conferenza stampa e si chiama tutto evoluzione.

Una parola magnifica.

Assolve chiunque.

Il trasformista non cambia casacca: evolve.

L’opportunista non cerca una posizione migliore: evolve.

Chi abbandona il partito che lo ha candidato e gli elettori che lo hanno votato non trasloca: evolve.

Se Darwin avesse conosciuto la politica italiana, probabilmente avrebbe bruciato i suoi appunti.

Giannetta, nella mia lettura politica, ha spesso mostrato una notevole capacità di adattamento ai rapporti di forza.

E badate: non è necessariamente un insulto.

Nella politica professionale l’adattamento è una virtù fondamentale.

Il problema è capire dove finisca l’intelligenza tattica e dove cominci la convenienza personale.

È una linea sottile.

Talmente sottile che molti politici trascorrono una vita intera fingendo di non vederla.

E Giannetta, di queste torsioni, ci ha già abituati.

Per alcuni saranno cambi di strategia.

Per altri scelte legittime.

Per altri ancora veri e propri tradimenti politici.

Io non ho bisogno di trasformare un giudizio politico in una condanna morale. Mi basta osservare una costante: finora ogni volta che ha cambiato traiettoria, in un modo o nell’altro, Giannetta è riuscito a cadere in piedi.

Finora.

Ed è forse proprio quel “finora” la parola più interessante di tutta questa storia.

Per oltre vent’anni Giannetta ha attraversato la politica calabrese conquistando incarichi, ruoli, visibilità e posizioni importanti.

Non sempre, a mio giudizio, a una simile carriera ha corrisposto un altrettanto straordinario peso politico.

Ma questa è una valutazione, non una sentenza.

I palazzi funzionano anche così.

Premiano la resistenza, la capacità di stare dentro gli equilibri, di comprenderli, di attraversarli. Talvolta più del talento. Talvolta più delle idee.

E Giannetta, questo bisogna riconoscerglielo, nei palazzi ha saputo muoversi.

Finora.

Ma il palazzo e il territorio sono due cose diverse.

Il palazzo può garantirti un ruolo.

Il territorio deve riconoscerti una leadership.

Il palazzo può offrirti una stanza.

Il territorio deve offrirti uomini e donne disposti a stare dalla tua parte.

Ed è qui che la nuova avventura mostra il suo punto più fragile.

Perché un politico senza amministratori può essere un candidato.

Un politico senza consiglieri può essere un personaggio.

Un politico senza sindaci può essere perfino influente.

Ma chiamarlo capo di una nuova area politica è un’altra faccenda.

Un capo senza seguito non è ancora un capo.

È un uomo in attesa.

Giannetta oggi sembra aspettare che l’onda di Vannacci arrivi abbastanza alta da portarlo con sé.

Può succedere.

Ma le onde hanno un difetto: salgono e scendono.

E chi costruisce una casa politica sull’onda deve ricordarsi che prima o poi torna la risacca.

Perché prima o poi arriva sempre il momento nel quale il politico deve scendere dal corridoio del palazzo e attraversare la piazza.

E nella piazza ci sono gli elettori.

Quelli veri.

Quelli che non partecipano alle riunioni.

Quelli che non conoscono le correnti.

Quelli ai quali non interessa chi abbia parlato con chi alle undici di sera dentro una stanza romana o reggina.

Sanno una cosa molto più elementare.

Hanno votato un simbolo e un candidato.

E qualche mese dopo ritrovano quel candidato sotto un altro simbolo.

È perfettamente legittimo.

Ma è altrettanto legittimo che l’elettore dica: io non ti avevo votato per questo.

Qui sta il cuore della faccenda.

Non Vannacci.

Non Forza Italia.

Non i regolamenti interni.

Non le vendette tra ex compagni.

Il mandato morale verso chi ti ha votato.

Quello non compare nella Costituzione, non produce decadenze e non viene certificato da nessun tribunale.

Ma esiste.

Ed è forse l’unico contratto che conta davvero in democrazia.

Giannetta oggi scommette su se stesso.

Potrà vincere o perdere.

Personalmente ritengo questa candidatura assai più rischiosa di quanto qualcuno immagini e non escludo che possa trasformarsi in una pesante bocciatura politica.

È una previsione.

Non una profezia.

E le previsioni, come tutte le cose umane, possono essere sbagliate.

Ma se anche perdesse, la partita potrebbe non terminare lì.

Una candidatura oggi può diventare un titolo da presentare domani.

Un investimento politico.

Una cambiale da portare all’incasso quando verranno compilate nuove liste.

Anche questo fa parte del mestiere.

Basta chiamarlo con il suo nome.

Non destino.

Non sacrificio.

Non missione.

Politica.

E soprattutto interesse politico personale.

Che non è peccato.

Diventa insopportabile soltanto quando viene confezionato come sacrificio compiuto in nome del popolo.

Sono vent’anni che osservo certi meccanismi della politica calabrese.

Posso sbagliare.

Ho sbagliato altre volte e sbaglierò ancora.

Un editoriale non è una sentenza della Cassazione e chi lo scrive non possiede la Verità con la maiuscola.

Io certamente non la possiedo.

Possiedo soltanto il diritto di guardare, ricordare e fare domande.

E soprattutto non ho mai considerato il silenzio una virtù giornalistica.

Giannetta oggi racconta di ripartire.

Io vedo invece un politico che, nel tentativo di ripartire, azzera una parte importante della propria storia.

Azzera la fedeltà politica rivendicata per vent’anni.

Azzera la continuità con il partito che lo ha portato fino all’ultima elezione.

Azzera, almeno simbolicamente, il rapporto tra il voto ricevuto ieri e la scelta compiuta oggi.

E rischia di azzerare anche un’altra cosa: l’idea che il proprio peso personale equivalga automaticamente a una struttura politica.

Perché non basta dire “io ci sono”.

Bisogna verificare quanti rispondono: “ci siamo anche noi”.

Oggi questa risposta, almeno pubblicamente, non appare travolgente.

Ed è forse proprio questo il punto che renderà interessante la prova elettorale.

Giannetta potrà scoprire di avere costruito negli anni un consenso personale più forte dei partiti che ha attraversato.

Oppure potrà scoprire l’esatto contrario: che una parte del suo peso derivava proprio dalle strutture, dai simboli, dalle alleanze e dagli apparati nei quali era inserito.

È una differenza enorme.

Ed è una differenza che nessuna conferenza stampa può stabilire.

La stabiliscono le urne.

In una parola: si azzera da solo e decide di ricominciare dal proprio nome.

Una scelta coraggiosa?

Forse.

Una scelta opportunistica?

Può darsi.

Una scelta rischiosa?

Senza dubbio.

Perché cambiare partito è facile.

Cambiare la memoria degli elettori è molto più difficile.

Quanto durerà ancora la storia politica di Domenico Giannetta?

Non lo so.

Nessuno lo sa.

Potrebbe durare altri vent’anni oppure inciampare domani mattina.

La politica è piena di cadaveri che avevano già ordinato il vestito per il prossimo governo e di sopravvissuti ai quali avevano celebrato il funerale dieci volte.

Perciò non auguro nulla a nessuno.

Il karma lasciamolo alle religioni e alle frasi sui social.

Mi basta una legge molto più terrena: prima o poi ogni politico incontra il giudizio degli elettori.

E quello sì che non si compra.

Non si tratta.

Non si sposta con una telefonata.

Non si convince nei corridoi.

Si conta.

Una scheda alla volta.

Finora a Giannetta molte scommesse sono riuscite.

Finora.

Adesso ha scelto il suo nuovo campo.

Ha scelto il generale.

Ha scelto la nuova bandiera.

Resta da capire se abbia scelto anche un esercito.

Perché se alla fine dovesse restare soltanto l’effetto Vannacci, senza uomini, senza amministratori, senza una struttura e senza un consenso personale sufficiente, non sarà colpa del destino.

Sarà semplicemente il risultato di una scommessa politica.

E le scommesse hanno una regola elementare: chi decide di giocare deve accettare anche la possibilità di perdere.

Adesso tocca agli elettori.

Noi possiamo aspettare.

La politica, in fondo, è anche questo: stare abbastanza a lungo sulla riva del fiume da vedere passare non gli uomini, ma le loro contraddizioni.

E prima o poi passano tutte.

Luigi Palamara
Giornalista, scrittore e artista aspromontano

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