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IL “CORNUTO” DELLA VERGOGNA

IL “CORNUTO” DELLA VERGOGNA

Quando il senso civico diventa un’offesa per chi considera la strada proprietà privata

Quando una parola smette di essere soltanto una parola?

L'Editoriale di Luigi Palamara 

“Cornuto”, urlato per strada a un uomo che sta denunciando ciò che ritiene essere un’irregolarità, non è più la miserabile esibizione di maleducazione di qualcuno che ha dimenticato le buone maniere. Diventa un segnale. Un avvertimento. La fotografia, piccola ma inquietante, di un rapporto rovesciato tra cittadino e regola.

È quanto Nuccio Azzarà racconta di avere vissuto questa mattina, 31 agosto 2026, durante la sua abituale passeggiata nella zona di Piazza del Popolo e viale Amendola.

Azzarà passa. Guarda. Filma. Parla.

E qualcuno, a quanto riferisce nella sua video-denuncia, lo accoglie con una “salve” di insulti: “cornuto”, più volte.

Non sappiamo ancora chi siano gli autori, né spetta a noi attribuire loro responsabilità amministrative che dovranno eventualmente essere accertate dagli organi competenti. Azzarà sostiene però che gli insulti provengano dall’ambiente di alcuni ambulanti presenti sul marciapiede, mentre denuncia ancora una volta occupazioni e situazioni che considera non conformi alle regole.

Ed è proprio qui il punto.

Non bisogna neppure stabilire, per condannare l’episodio, chi abbia ragione sulla singola concessione, sul singolo metro quadrato di suolo pubblico, sull’autorizzazione di questo o di quell’operatore.

C’è qualcosa che viene prima.

In una città normale, chi contesta una denuncia risponde con i documenti.

Con una licenza.

Con un’autorizzazione.

Con una delibera.

Con una sentenza.

Non con un insulto.

E soprattutto non con quella forma di aggressività verbale che sembra voler trasformare chi pone domande nel problema, anziché rispondere alle domande poste.

È una vecchia malattia italiana: quando la regola disturba, invece di adeguarsi alla regola si tenta di delegittimare chi la ricorda.

E così accade il paradosso.

Il cittadino che pretende un marciapiede libero diventa il rompiscatole.

Quello che chiede controlli diventa il persecutore.

Quello che parla di legalità viene dipinto come nemico dei poveracci.

Quello che domanda semplicemente chi abbia diritto di stare dove, diventa improvvisamente l’infame.

E alla fine gli si urla contro: “cornuto”.

No.

Questa commedia deve finire.

Chi chiede comprensione deve essere il primo a dimostrare rispetto. Chi rivendica il diritto di lavorare deve riconoscere, insieme al proprio, anche il diritto degli altri a camminare, transitare, utilizzare gli spazi pubblici e pretendere che regolamenti e autorizzazioni valgano per tutti.

Diritti e doveri non sono due continenti separati.

Sono la stessa terra.

E chi pretende i primi cancellando i secondi non sta chiedendo giustizia: sta chiedendo privilegio.

La vicenda denunciata da Azzarà dovrebbe allora diventare uno spartiacque.

Per troppo tempo alcune zone della città hanno dato l’impressione di essere terra di nessuno: spazi nei quali l’eccezione, reiterata giorno dopo giorno, finisce per assumere la dignità abusiva della normalità.

Poi arriva qualcuno e domanda: “Perché?”

Ed ecco il fastidio.

Perché il senso civico dà fastidio soprattutto quando costringe ciascuno a fare i conti con ciò che vorrebbe fosse ignorato.

Azzarà, nel video, racconta che diversi ambulanti si sarebbero nel frattempo spostati verso un’area di viale Amendola che ritiene più appropriata all’attività mercatale. È un elemento che merita verifica, come meritano verifica le posizioni amministrative di tutti gli operatori interessati.

Ma proprio per questo servono controlli.

Controlli seri.

Costanti.

Imparziali.

Non campagne contro categorie di lavoratori, non cacce all’uomo, non generalizzazioni. Ma nemmeno quella indulgenza pelosa che, in nome della comprensione, finisce per trasformare ogni regola in un consiglio facoltativo.

Perché la legalità non è crudeltà.

E far rispettare un marciapiede non significa dichiarare guerra a chi lavora.

Significa ricordare che la città appartiene a tutti.

Agli ambulanti in regola.

Ai commercianti.

Ai residenti.

Agli anziani.

Alle persone con disabilità.

Alle famiglie.

Ai passanti.

E persino a quel cittadino ostinato che, con un telefonino in mano, continua a chiedere perché una cosa consentita sia consentita e una cosa vietata debba invece essere vietata.

Se poi la risposta a queste domande diventa l’insulto, allora il problema si fa più grave.

Perché l’insulto intimidatorio non chiede comprensione: pretende silenzio.

E il silenzio, quando sono in gioco gli spazi pubblici e il rispetto delle regole, è esattamente ciò che una comunità civile non può concedere.

Per questo quanto denunciato questa mattina non deve passare in cavalleria.

Le autorità competenti verifichino le posizioni di chi occupa quelle aree. Stabiliscano chi è autorizzato, chi non lo è, quali spazi possano essere utilizzati e in che modo. E intervengano, senza teatralità ma senza esitazioni, laddove emergano violazioni.

Nessuno deve essere perseguitato.

Ma nessuno deve neppure sentirsi padrone di un pezzo di città al punto da poter insultare chi osa porre una domanda.

Se davvero qualcuno crede che basti gridare “cornuto” per spegnere una battaglia civica, ha fatto male i conti.

Perché certe parole non intimidiscono.

Rivelano.

Rivelano il nervo scoperto.

Rivelano il fastidio verso il controllo.

Rivelano soprattutto quanto sia necessario continuare a tenere accesi i riflettori.

Altro che tregua.

Da oggi, semmai, su Piazza del Popolo, viale Amendola e sulle zone interessate dalle criticità denunciate servono ancora più attenzione, ancora più verifiche e ancora più presenza delle istituzioni.

Con una precisazione fondamentale: non contro qualcuno, ma a favore di tutti.

A favore delle regole.

Dei diritti.

Dei doveri.

E di quella cosa semplice e rivoluzionaria che chiamiamo senso civico.

A Nuccio Azzarà va la mia personale solidarietà.

Non perché ogni sua affermazione debba essere accolta come verità indiscutibile,le verifiche spettano a chi ne ha competenza, ma perché nessun cittadino dovrebbe essere insultato per il solo fatto di chiedere che le regole vengano rispettate.

E a chi ha scelto l’insulto come risposta resta una domanda molto semplice:

se siete nel giusto, perché non tirate fuori le carte invece delle offese?

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno 

@luigi.palamara

IL “CORNUTO” DELLA VERGOGNA Quando il senso civico diventa un’offesa per chi considera la strada proprietà privata Quando una parola smette di essere soltanto una parola? L'Editoriale di Luigi Palamara   “Cornuto”, urlato per strada a un uomo che sta denunciando ciò che ritiene essere un’irregolarità, non è più la miserabile esibizione di maleducazione di qualcuno che ha dimenticato le buone maniere. Diventa un segnale. Un avvertimento. La fotografia, piccola ma inquietante, di un rapporto rovesciato tra cittadino e regola. È quanto Nuccio Azzarà racconta di avere vissuto questa mattina, 31 agosto 2026, durante la sua abituale passeggiata nella zona di Piazza del Popolo e viale Amendola. Azzarà passa. Guarda. Filma. Parla. E qualcuno, a quanto riferisce nella sua video-denuncia, lo accoglie con una “salve” di insulti: “cornuto”, più volte. Non sappiamo ancora chi siano gli autori, né spetta a noi attribuire loro responsabilità amministrative che dovranno eventualmente essere accertate dagli organi competenti. Azzarà sostiene però che gli insulti provengano dall’ambiente di alcuni ambulanti presenti sul marciapiede, mentre denuncia ancora una volta occupazioni e situazioni che considera non conformi alle regole. Ed è proprio qui il punto. Non bisogna neppure stabilire, per condannare l’episodio, chi abbia ragione sulla singola concessione, sul singolo metro quadrato di suolo pubblico, sull’autorizzazione di questo o di quell’operatore. C’è qualcosa che viene prima. In una città normale, chi contesta una denuncia risponde con i documenti. Con una licenza. Con un’autorizzazione. Con una delibera. Con una sentenza. Non con un insulto. E soprattutto non con quella forma di aggressività verbale che sembra voler trasformare chi pone domande nel problema, anziché rispondere alle domande poste. È una vecchia malattia italiana: quando la regola disturba, invece di adeguarsi alla regola si tenta di delegittimare chi la ricorda. E così accade il paradosso. Il cittadino che pretende un marciapiede libero diventa il rompiscatole. Quello che chiede controlli diventa il persecutore. Quello che parla di legalità viene dipinto come nemico dei poveracci. Quello che domanda semplicemente chi abbia diritto di stare dove, diventa improvvisamente l’infame. E alla fine gli si urla contro: “cornuto”. No. Questa commedia deve finire. Chi chiede comprensione deve essere il primo a dimostrare rispetto. Chi rivendica il diritto di lavorare deve riconoscere, insieme al proprio, anche il diritto degli altri a camminare, transitare, utilizzare gli spazi pubblici e pretendere che regolamenti e autorizzazioni valgano per tutti. Diritti e doveri non sono due continenti separati. Sono la stessa terra. E chi pretende i primi cancellando i secondi non sta chiedendo giustizia: sta chiedendo privilegio. La vicenda denunciata da Azzarà dovrebbe allora diventare uno spartiacque. Per troppo tempo alcune zone della città hanno dato l’impressione di essere terra di nessuno: spazi nei quali l’eccezione, reiterata giorno dopo giorno, finisce per assumere la dignità abusiva della normalità. Poi arriva qualcuno e domanda: “Perché?” Ed ecco il fastidio. Perché il senso civico dà fastidio soprattutto quando costringe ciascuno a fare i conti con ciò che vorrebbe fosse ignorato. Azzarà, nel video, racconta che diversi ambulanti si sarebbero nel frattempo spostati verso un’area di viale Amendola che ritiene più appropriata all’attività mercatale. È un elemento che merita verifica, come meritano verifica le posizioni amministrative di tutti gli operatori interessati. Ma proprio per questo servono controlli. Controlli seri. Costanti. Imparziali. Non campagne contro categorie di lavoratori, non cacce all’uomo, non generalizzazioni. Ma nemmeno quella indulgenza pelosa che, in nome della comprensione, finisce per trasformare ogni regola in un consiglio facoltativo. Perché la legalità non è crudeltà. Editoriale completo su CartaStraccia.News

♬ audio originale - Luigi Palamara

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