Il fenomeno Vannacci e la crisi della democrazia.
La politica ridotta a caserma: il generale, il rumore e il vuoto
Più che una causa, il generale è il sintomo di un sistema che ha perso autorevolezza. E mentre la rappresentanza si sgretola nella crepa del non-voto, il vero pericolo non è chi urla, ma chi non ha più niente da dire.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Roberto Vannacci è divisivo. E fin qui non occorre scomodare né sociologi né politologi: basta ascoltarlo.
Il problema, semmai, è capire che cosa resti dopo la divisione. Perché dividere, in politica, può persino essere utile quando serve a tracciare una strada. Dividere per il gusto di dividere, invece, è soltanto rumore. E il rumore, come sappiamo, spesso viene scambiato per forza.
Vannacci sembra aver costruito la propria fortuna proprio su questo equivoco: l’emergere come fine, l’affermazione personale trasformata in progetto politico.
Con lui il bene collettivo pare quasi un dettaglio. Al centro c’è il generale. Sempre il generale. Gli altri, tutt’al più, sono plotoni, compagnie, battaglioni.
La politica ridotta a caserma.
E viene quasi in mente l’Armata Brancaleone: una truppa lanciata verso una guerra che forse non esiste nemmeno, guidata da un comandante che sa di non poter conquistare il regno ma trova comunque irresistibile il piacere di disturbare chi, nel frattempo, tenta di governarlo.
Una specie di capriccio elevato a programma.
Il giocattolo è mio e ci gioco come mi pare.
Il fatto è che gli italiani, da almeno trent’anni, i giocattoli politici li provano quasi tutti. Berlusconi, Renzi, Salvini, Conte, Meloni. Ogni stagione ha avuto il suo uomo o la sua donna della Provvidenza, il volto nuovo, la promessa definitiva, la rivoluzione annunciata.
Poi passa il tempo, arriva la delusione e si ricomincia.
Come clienti insoddisfatti di un ristorante che, anziché cambiare cucina, cambiano continuamente cameriere.
In questo eterno giro dell’oca, Vannacci rappresenta forse qualcosa di ancora più curioso: l’inconsistenza trasformata in forza politica.
Le sue parole appaiono devastanti soltanto perché trovano davanti a sé una politica talmente fragile da tremare davanti a ogni provocazione. E invece basterebbe restituire alle parole il loro peso reale. Alcune sono idee. Altre sono proposte. Altre ancora sono semplicemente corbellerie.
Non ogni provocazione è una rivoluzione.
Non ogni frase gridata è un pensiero.
Non ogni generale è uno statista.
E allora quel “Futuro Nazionale” che dovrebbe evocare una marcia verso il domani rischia di assumere un nome assai meno solenne: Declino Nazionale.
Ma sarebbe troppo facile liquidare tutto con Vannacci.
Il vero problema viene dopo.
Perché una parte degli italiani lo segue. Non la maggioranza del Paese, naturalmente, ma una minoranza politicamente attiva. Ed è proprio qui che comincia la questione più seria: che cosa significa oggi rappresentare democraticamente una nazione nella quale una parte enorme degli aventi diritto non vota più?
Abbiamo continuato per decenni a considerare l’astensione come una semplice assenza. Forse è arrivato il momento di domandarsi se non sia invece una presenza politica muta.
Il non voto non significa necessariamente indifferenza. Può significare sfiducia, rifiuto, disgusto, distanza. Può essere il gesto di chi non trova nessuno a cui consegnare la propria delega.
Naturalmente le regole democratiche sono chiare: governa chi ottiene i voti necessari secondo la legge. E sarebbe demagogico sostenere che un governo, solo perché eletto da una quota minoritaria dell’intero corpo elettorale, sia per questo “abusivo”.
Ma politicamente il problema resta enorme.
Un governo può essere perfettamente legittimo e contemporaneamente rappresentare direttamente una porzione sempre più piccola della società.
È questa la crepa.
Ed è dentro questa crepa che prosperano i trasformismi, i cambi di casacca, i partiti personali, le scissioni annunciate come rinascite e le rinascite che dopo sei mesi diventano nuove scissioni.
Non abbiamo più soltanto una crisi dei partiti.
Abbiamo una crisi della rappresentanza.
Vannacci, dunque, potrebbe essere meno la causa che il sintomo.
Il sintomo di una politica che ha perso autorevolezza, cultura amministrativa, selezione della classe dirigente e persino il pudore della competenza. Una politica nella quale basta occupare lo spazio lasciato vuoto dagli altri per sembrare giganteschi.
Ed è forse questo il paradosso più amaro.
Ci indigniamo per chi urla, senza domandarci perché nessuno riesca più a farsi ascoltare parlando.
Temiamo gli uomini forti, ma continuiamo a costruire istituzioni politicamente deboli.
Accusiamo gli elettori di scegliere male, senza chiederci perché trovino sempre meno persone degne di essere scelte.
Roberto Vannacci passerà, prima o poi. Come passano quasi tutti i fenomeni costruiti attorno a un nome.
Il problema è ciò che resterà dopo di lui.
Perché il declino di una democrazia non comincia quando arriva qualcuno che urla troppo.
Comincia quando tutti gli altri non hanno più niente da dire.
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno
0 Commenti
LASCIA IL TUO COMMENTO. La tua opinione è importante.