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Il giornalista solo e la solitudine del cronista: quando raccontare la sanità e i disagi costa l'isolamento

Il giornalista solo e la solitudine del cronista: quando raccontare la sanità e i disagi costa l'isolamento

​La riflessione amara sul giornalismo d'inchiesta e sulla prudenza dei colleghi dietro il caso di Luigi Longo a Polistena

​Il racconto di chi sceglie di fare domande scomode e disturbare il potere, finendo spesso per essere abbandonato dalla categoria. Perché la libertà di stampa non si misura dalle copie in edicola, ma dalla capacità di difendere chi viene colpito per il proprio lavoro.

L'Editoriale di Luigi Palamara 


In alcuni mestieri la solitudine è un incidente. Nel giornalismo, qualche volta, è una conseguenza.

Accade quando si fanno domande che sarebbe più comodo non fare. Quando si raccontano fatti che disturbano. Quando si entra in stanze nelle quali tutti preferirebbero lasciare le tende chiuse.

Allora il giornalista scopre una cosa semplice: finché racconta ciò che non dà fastidio, ha molti amici. Quando comincia a dare fastidio, gli amici diminuiscono.

La vicenda dell’Ospedale di Polistena e di Luigi Longo è soltanto l’ultima di una lunga serie.

Un giornalista racconta le difficoltà della sanità pubblica, le preoccupazioni dei cittadini, i problemi di un reparto. Si discute, si protesta, nasce un procedimento giudiziario. E improvvisamente il tema non è più soltanto l’ospedale. Diventa anche la libertà di chi quell’ospedale ha deciso di raccontarlo.

La magistratura farà il proprio lavoro e stabilirà responsabilità, competenze, ragioni e torti. È giusto che sia così.

Ma c’è un altro processo che non si celebra nelle aule giudiziarie.

È quello della solitudine.

Lo conosco.

Nella mia esperienza di giornalista ho vissuto momenti nei quali, quando sarebbe servita una voce accanto alla mia, ho trovato il silenzio. Quando sarebbe bastato un gesto di solidarietà, ho incontrato prudenza. Quando avrei avuto bisogno di sentire la categoria vicina, mi sono accorto che ciascuno era occupato a coltivare il proprio orticello.

È una sensazione che non si dimentica.

Non perché un giornalista abbia diritto a essere difeso sempre e comunque. Nessuno dovrebbe chiedere immunità. Un giornalista può sbagliare, può essere criticato, può essere chiamato a rispondere di ciò che scrive.

Ma dovrebbe almeno sapere di appartenere a una comunità professionale capace di distinguere tra l’errore e l’intimidazione, tra la responsabilità e l’isolamento, tra una legittima contestazione e il tentativo di togliere a qualcuno la voglia di continuare a scrivere.

Invece, troppo spesso, succede il contrario.

Il giornalista che disturba viene lasciato solo.

Qualche collega cambia strada.

Qualcun altro dice che non conosce bene la vicenda.

Altri aspettano di capire come finirà.

È una prudenza molto italiana: solidarietà a sentenza pronunciata, coraggio a pericolo passato.

E intanto prospera un altro giornalismo.

Quello innocuo.

Quello che non disturba nessuno e perciò trova posto dappertutto.

Il giornalismo delle fotografie, delle dichiarazioni riportate senza una domanda, dei comunicati trasformati in articoli, delle inaugurazioni, delle strette di mano, delle polemiche di giornata.

Un giornalismo che riempie pagine e svuota il mestiere.

Non costa nulla.

Non espone.

Non irrita.

Non perde amicizie.

E spesso, proprio per questo, apre tutte le porte.

Il giornalismo vero, invece, qualche porta la trova chiusa.

Perché il giornalismo vero non domanda il permesso di essere gradito. Cerca di capire.

E capire significa qualche volta contraddire.

Significa andare dove gli altri non vogliono andare.

Significa chiedere perché un ospedale non funziona come dovrebbe.

Perché manca personale.

Perché un servizio rischia di essere ridimensionato.

Perché un cittadino deve aspettare.

Perché una scelta amministrativa è stata fatta.

Perché una vicenda giudiziaria segue un determinato percorso.

Le domande possono essere sbagliate. Possono essere ingenue. Possono perfino essere scomode.

Ma una democrazia che ha paura delle domande è una democrazia che ha già cominciato ad avere paura di se stessa.

Il caso di Polistena pone dunque una questione più grande di Luigi Longo.

Chi protegge il diritto di un giornalista a fare il proprio mestiere quando il suo mestiere smette di essere conveniente?

Gli Ordini?

I sindacati?

Le associazioni?

Gli editori?

I colleghi?

Tutti, sulla carta.

Ma la carta, noi giornalisti dovremmo saperlo, sopporta quasi tutto.

La realtà un po’ meno.

La realtà è fatta di telefonate che non arrivano, comunicati che non vengono scritti, solidarietà prudenti, silenzi eleganti.

E qualche volta di colleghi che preferiscono non esporsi.

Non li giudico.

O almeno provo a non farlo.

Ognuno ha una famiglia, un lavoro, un contratto magari fragile, un direttore, un editore, una paura.

Ma se la paura diventa la regola di una professione nata per raccontare ciò che il potere preferirebbe non vedere raccontato, allora dobbiamo porci una domanda: che mestiere stiamo facendo?

Un giornalista non è un eroe.

Non dovrebbe esserlo.

Dovrebbe semplicemente poter lavorare.

Scrivere.

Indagare.

Sbagliare e correggersi.

Essere criticato.

Difendersi.

Ma senza dover pagare, ogni volta che affronta un argomento scomodo, il prezzo dell’isolamento.

Perché l’isolamento è una censura particolare.

Non vieta.

Suggerisce.

Non ordina di tacere.

Fa capire che parlare costa.

Ed è forse la forma più efficace di intimidazione: quella che non lascia impronte.

A Polistena si parla di sanità, di Ortopedia, di cittadini preoccupati, di professionisti che continuano a lavorare nonostante carenze e difficoltà.

Si parla anche di un giornalista.

Ma non facciamo l’errore di pensare che riguardi soltanto lui.

Oggi è Luigi Longo.

Ieri è capitato ad altri.

È capitato anche a me.

Domani potrebbe capitare a uno di quei colleghi che oggi preferiscono stare tranquilli.

E allora forse scopriranno che l’orticello, quando arriva il vento, protegge poco.

La libertà di stampa non si misura dal numero dei giornali in edicola o dei siti presenti in rete.

Si misura dal numero delle domande che possiamo ancora fare senza doverci chiedere prima chi si offenderà.

Si misura dalla capacità di una categoria di non lasciare solo chi viene colpito per il proprio lavoro.

Si misura, soprattutto, quando difendere un collega non conviene.

È facile parlare di libertà quando nessuno la minaccia.

Il difficile è praticarla quando costa qualcosa.

Per questo mi domando: quando finirà questo qualunquismo?

Quando smetteremo di considerare il giornalismo una sistemazione e torneremo a considerarlo una responsabilità?

Quando capiremo che la libertà del collega che oggi non sopportiamo è anche la nostra libertà di domani?

Non so rispondere.

So però che vorrei poter pronunciare una frase senza doverla accompagnare con un’amarezza.

Vorrei poter dire:

sono un giornalista.

E subito dopo:

ne sono orgoglioso.

Non perché appartengo a una corporazione.

Ma perché appartengo a un mestiere che, quando fa davvero il proprio dovere, non serve il potere.

Serve i cittadini.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno 

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