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La congiura dei mediocri: un pollice in su per sentirsi qualcuno (finché il tempo non vi sgonfia)

La congiura dei mediocri: un pollice in su per sentirsi qualcuno (finché il tempo non vi sgonfia)

​Si sostengono a vicenda, si applaudono per paura del talento e creano la repubblica dell'autocompiacimento. Ma quando le maschere cadono, a chi serve davvero quel famoso pollice?

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Certi gesti minuscoli raccontano molto più di un discorso.

Un “mi piace”, per esempio.

Un pollice alzato.

Un clic.

Niente di che, apparentemente.

E invece, a volte, dentro quel gesto insignificante si nasconde un intero universo di rancore, di invidia, di piccole vendette e di mediocrità organizzata.

Succede più spesso di quanto si voglia ammettere.

Si sostiene il mediocre non perché lo si ritenga davvero migliore, ma perché può servire a colpire quello più capace.

Si applaude il debole per disturbare il forte.

Si premia chi vale meno perché chi vale di più dà fastidio.

È una forma di invidia malcelata.

E oggi, nell’epoca dei social, quell’invidia ha trovato perfino il suo simbolo grafico.

Un pollice in su.

Fa quasi sorridere.

Se non fosse che dietro certe dinamiche si nasconde una miseria umana sorprendentemente tenace.

Perché la mediocrità, quando è consapevole di esserlo, raramente combatte ad armi pari.

Preferisce fare gruppo.

Cerca complicità.

Costruisce piccole alleanze.

Si riconosce.

I mediocri hanno una caratteristica straordinaria: fiutano il talento molto prima di quanto il talento si accorga di loro.

E appena lo individuano, spesso cercano di isolarlo.

Non perché il talento abbia fatto qualcosa.

Ma semplicemente perché esiste.

Perché mette a confronto.

Perché costringe chi è mediocre a guardarsi allo specchio.

Ed è quello specchio che fa paura.

Così capita di vedere persone senza particolare merito occupare ruoli importanti, mentre altre, più capaci, vengono tenute ai margini.

Non sempre per caso.

A volte perché chi teme il confronto preferisce circondarsi di persone che non possano oscurarlo.

È una legge antica.

Il mediocre raramente sceglie il migliore.

Sceglie quello che non lo mette in discussione.

E da lì nasce il gioco al ribasso.

Un gioco che può sembrare innocuo finché riguarda simpatie, amicizie, piccoli ambienti.

Ma quando invade istituzioni, associazioni, aziende, cultura, informazione, politica, allora i danni diventano seri.

Perché una società che premia sistematicamente chi non disturba e penalizza chi vale finisce inevitabilmente per impoverirsi.

Non soltanto economicamente.

Culturalmente.

Moralmente.

Umanamente.

Il problema, poi, è che la mediocrità organizzata sviluppa una curiosa convinzione di sé.

A furia di frequentarsi, applaudendosi reciprocamente, i mediocri finiscono per credersi eccellenti.

È il miracolo dell’autoconsolazione collettiva.

Uno applaude l’altro.

Uno certifica l’altro.

Uno mette il famoso pollice in su all’altro.

E così nasce una piccola repubblica dell’autocompiacimento.

Dentro quella repubblica nessuno ha talento, ma tutti si dichiarano indispensabili.

Nessuno costruisce nulla, ma tutti rivendicano meriti.

Nessuno lascia un segno, ma tutti pretendono riconoscimenti.

Poi arriva il tempo.

Ed è lì che cominciano i problemi.

Perché il tempo possiede una qualità che gli uomini spesso non hanno.

Non ha simpatie.

Non partecipa alle cordate.

Non mette “mi piace”.

Non frequenta gruppetti.

Il tempo osserva.

Aspetta.

E alla fine presenta il conto.

È per questo che certe comunelle, prima o poi, si sfaldano.

Non perché improvvisamente diventino migliori gli uomini.

Ma perché diventa impossibile continuare a fingere.

Le maschere cadono.

Le rendite di posizione finiscono.

Le amicizie interessate evaporano.

E chi per anni si è convinto di essere qualcuno scopre, magari troppo tardi, di essere stato soltanto protetto dal rumore degli altri.

È allora che iniziano gli ultimi giri di danza.

Quelli dei rancorosi.

Degli invidiosi.

Degli insignificanti che continuano a recitare una parte che nessuno guarda più.

Provano ancora a riunirsi.

A sostenersi.

A certificarsi reciprocamente.

Ma qualcosa è cambiato.

Il loro odore di vecchio potere non apre più porte.

Le mura che un tempo riuscivano ad attraversare cominciano a respingerli.

E allora diventano ancora più rumorosi.

Più aggressivi.

Più vendicativi.

È normale.

Chi sta perdendo ciò che credeva eterno tende a confondere il declino con una congiura.

Ma non sempre c’è una congiura.

A volte c’è soltanto la realtà.

E la realtà, per chi ha vissuto di illusioni, può essere terribilmente offensiva.

L’invidia ha questo limite.

Può rallentare qualcuno.

Può infastidirlo.

Può perfino danneggiarlo per un periodo.

Ma difficilmente riesce a trasformare il mediocre in talentuoso.

Puoi mettere mille pollici in su a chi non vale.

Resterà quello che è.

Puoi ignorare mille volte chi possiede capacità.

Quelle capacità non scompariranno per decreto.

Ecco perché il tempo è davvero galantuomo.

Non perché premi sempre i migliori.

Sarebbe ingenuo crederlo.

Ma perché, prima o poi, separa ciò che era sostanza da ciò che era soltanto rumore.

E quando quel momento arriva, non servono vendette.

Non servono rivincite.

Non servono neppure parole.

Basta guardare.

E, questa volta sì, mettere un pollice in su.

Non alla mediocrità.

Al tempo.

Perché alla fine è lui che restituisce a ciascuno, nel bene e nel male, la propria misura.

La prossima volta quel pollice mettitelo in quel posto, almeno sarà servito a qualcosa.


Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere 

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