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La replica stizzita del sindaco di Buccinasco Rino Pruiti a un editoriale di Luigi Palamara

La replica stizzita del sindaco di Buccinasco Rino Pruiti a un editoriale di Luigi Palamara.

«Nessuna pietà». Ma un sindaco deve anche spiegare

Quando la lotta alla mafia diventa un argomento che chiude le domande invece di aprire le risposte

Il diritto e il dovere del confronto: quando l'antimafia istituzionale rifiuta la replica

Sindaco e giornalista, quella porta chiusa: la fascia tricolore non è un salvacondotto dalle domande

La replica stizzita del sindaco di Buccinasco Rino Pruiti a un editoriale di Luigi Palamara apre il dibattito sui confini dell'informazione e delle cariche pubbliche: l'antimafia come Stato di diritto non può adottare la grammatica tribale della vendetta o sottrarsi al controllo democratico della stampa.

L'Editoriale di Luigi Palamara 

A volte una frase, pronunciata da un sindaco, pesa più di quanto forse immagini chi la scrive: }«Nessuna pietà per i Papalia».{

È una frase dura. Definitiva. Di quelle che non ammettono sfumature e che, proprio per questo, meriterebbero una spiegazione altrettanto netta.

Non perché qualcuno pretenda pietà per la mafia. Sarebbe una caricatura del problema, e anche piuttosto comoda.

Il problema è un altro.

Che cosa significa esattamente “nessuna pietà”?

Cosa c’è da capire? O, per dirla senza perifrasi: che cosa non ho capito?

È questa la domanda che avrei voluto rivolgere al sindaco di Buccinasco, Rino Pruiti.

Non per assolvere qualcuno. Non per mettere sullo stesso piano Stato e ’ndrangheta. Non per distribuire patenti antimafia, esercizio nel quale in Italia siamo diventati fin troppo bravi.

Semplicemente per fare il mestiere del giornalista: domandare.

La risposta, invece, non è arrivata.

O meglio, ne è arrivata una che è quasi più interessante della risposta mancata.

Il 26 agosto il sindaco mi scrive:

«Buona sera, dopo quello che ha scritto, credo che non abbia più bisogno della mia “opinione”. Si tenga pure il suo editoriale, non credo abbia capito il senso di quello che ho detto, questo perché non può capire cosa vuol dire essere un sindaco “antimafia” qui... non dietro uno schermo. Io la mafia la incontro di persona, anche solo andando a fare la spesa».

E conclude: «Buona vita».

Ora, nessuno mette in discussione le minacce ricevute da un amministratore impegnato in un territorio difficile. Nessuno dovrebbe sottovalutarle. E nessuna persona seria può ignorare cosa abbia rappresentato e rappresenti la presenza della ’ndrangheta nell’hinterland milanese.

Ma proprio perché la materia è seria, non può trasformarsi in uno scudo dialettico.

Essere minacciati non rende infallibili.

Essere antimafia non rende insindacabili.

Essere sindaco non significa possedere una verità che agli altri, poveretti dietro uno schermo, sarebbe preclusa per definizione.

Perché anche questa storia dello “schermo” merita una parola.

Io dietro uno schermo non ci sono mai stato.

Conosco terre dove la ’ndrangheta non è il titolo di un convegno, non è una mozione comunale, non è una fotografia il 21 marzo con la fascia tricolore.

È una presenza.

È un nome che si abbassa quando entra in una conversazione.

È una porta davanti alla quale qualcuno preferisce passare dall’altra parte.

È il silenzio degli esercizi commerciali, dei professionisti, delle famiglie.

È la paura vera, quella che non ha bisogno di essere annunciata sui social.

Per questo ho risposto al sindaco che conosco anch’io cosa significhi vivere in una terra di ’ndrangheta. Ogni giorno.

E gli ho ricordato una cosa elementare: lei è un sindaco, io sono un giornalista.

Non era una minaccia. Non era una rivendicazione corporativa.

Era la fotografia di due mestieri.

Il sindaco amministra e risponde ai cittadini.

Il giornalista domanda e risponde ai lettori.

Tra questi due doveri dovrebbe esserci una porta aperta, non un “buona vita” che cala il sipario.

Pruiti mi ha risposto ricordandomi le minacce ricevute in dieci anni.

Gli ho detto che anch’io ne ho ricevute.

Non per fare la gara delle intimidazioni, sport macabro e inutile, ma perché la sofferenza personale non può diventare un lasciapassare per sottrarsi alle domande.

Gli ho scritto: «Mi auguro ci ripensi».

La risposta è stata: «Non credo. Tante belle cose».

Ecco.

“Tante belle cose”.

Il problema, alla fine, sta forse tutto qui.

Un sindaco ha naturalmente il diritto di non gradire un articolo. Può ritenerlo sbagliato, ingeneroso, perfino offensivo. Può contestarlo parola per parola. Può telefonare al giornale, pubblicare una replica, chiedere rettifiche.

Può anche dire che il giornalista non ha capito nulla.

Ma allora deve spiegargli che cosa non ha capito.

Altrimenti siamo al paradosso: “Lei non ha capito, ma io non glielo spiego”.

Una curiosa pedagogia istituzionale.

Ancora più curiosa quando arriva da chi ricopre una carica pubblica.

Perché i sindaci non sono proprietari del Comune. Sono temporanei amministratori di una comunità. La fascia tricolore non è un salvacondotto dalle domande, è semmai un obbligo supplementare a rispondere.

E sì, sarebbe opportuno che un sindaco rispondesse a un giornalista.

Non perché i giornalisti appartengano a una casta privilegiata.

Ma perché dietro una domanda giornalistica, quando è pertinente e corretta, ci sono i lettori. Ci sono i cittadini. C’è quell’opinione pubblica in nome della quale tutti dichiarano di agire e che diventa improvvisamente fastidiosa quando smette di applaudire e comincia a interrogare.

A volte, invece, diritti e doveri vanno a farsi friggere.

Succede quando il confronto viene confuso con l’offesa.

Succede quando una critica viene percepita come un attacco personale.

Succede soprattutto quando l’antimafia rischia di diventare non più un comportamento, ma un’identità: “io sono antimafia, dunque chi mi contesta non ha capito”.

No.

L’antimafia non è un titolo nobiliare.

Non è una medaglia da appuntarsi al petto.

Non è un aggettivo che rende automaticamente giusta ogni frase pronunciata da chi se ne rivendica interprete.

L’antimafia è innanzitutto Stato di diritto.

E lo Stato di diritto è precisamente il contrario della logica del “nessuna pietà”, se con quelle parole si intende sostituire il giudizio con il sentimento, il diritto con la vendetta, le responsabilità individuali con i cognomi.

La Repubblica non deve avere pietà per la mafia?

La Repubblica deve avere qualcosa di assai più forte della pietà: la legge.

Deve sequestrare patrimoni illeciti.

Deve arrestare i colpevoli.

Deve celebrare processi.

Deve condannare chi è colpevole.

Deve proteggere chi denuncia.

Deve impedire che la criminalità compri imprese, voti, silenzi e complicità.

Ma proprio perché è Stato, non può permettersi il lusso della vendetta.

La mafia vive di appartenenze assolute: sei dei nostri o sei contro di noi.

La democrazia dovrebbe vivere del principio opposto: ciascuno risponde di ciò che fa.

Ed è proprio qui che quella frase } «Nessuna pietà per i Papalia» { meriterebbe chiarimenti.

“Nessuna pietà” verso chi è stato definitivamente condannato per reati di mafia?

Benissimo: si applichi la pena prevista dalla legge.

Verso un’organizzazione criminale?

Nessuna indulgenza istituzionale, certamente.

Ma se la frase diventa un giudizio indistinto su un cognome, allora la faccenda cambia.

Perché uno Stato serio combatte le cosche senza adottarne la grammatica tribale.

Non esistono colpe ereditarie.

Non esistono responsabilità per sangue.

Esistono fatti, persone, sentenze.

Questa è la differenza tra noi e loro.

E dovrebbe essere una differenza che l’antimafia difende con ostinazione, non una sottigliezza da liquidare con sufficienza.

Perciò torno alla domanda iniziale.

Sindaco Pruiti, cosa c’è da capire che non ho capito?

Me lo spieghi.

Contesti quello che scrivo.

Mi dica che sbaglio.

Mi dimostri dove.

Il giornalismo, quando è libero, serve esattamente a questo: fare domande anche a quelli con cui magari si è d’accordo sul novanta per cento.

Perché il giorno in cui smettiamo di fare domande a chi combatte una battaglia giusta, soltanto perché la battaglia è giusta, avremo trasformato una causa civile in una religione.

E le religioni non amano le domande.

Le democrazie, invece, dovrebbero viverne.

La mafia si combatte nelle strade, nei tribunali, nei Comuni, nelle scuole, nelle redazioni.

E sì, anche andando a fare la spesa.

Ma si combatte pure accettando che qualcuno possa rivolgere una domanda scomoda.

Soprattutto se si indossa una fascia tricolore.

Perché l’autorevolezza di un sindaco non si misura dal numero di domande che riesce a evitare.

Si misura anche da quelle alle quali decide di rispondere.

Luigi Palamara Giornalista,  Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere 

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