La sfida calabrese, a Reggio Calabria, che spaventa Forza Italia: quando la scissione interna riapre i giochi.
Il caso delle suppletive a Reggio Calabria e l'avanzata della destra sovranista.
Il passaggio di Giannetta a Futuro Nazionale trasforma un seggio blindato in una partita apertissima. Tra le ambizioni di Vannacci, la risposta organizzativa di Tajani e l'inattesa crescita del centrosinistra con Frank Benedetto, il voto calabrese diventa il banco di prova di una coalizione che combatte anche dentro se stessa.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Certe parole in Italia non servono a spiegare le cose, ma a dichiarare da che parte si sta. «Tasse» è una di queste. Basta pronunciarla e immediatamente si alzano barricate, si evocano fantasmi sovietici, si distribuiscono patenti di liberalismo e di statalismo. Antonio Tajani, che della moderazione ha fatto per anni quasi una disciplina notarile, questa volta ha scelto il bazooka: gli extraprofitti gli sanno di Unione Sovietica.
Il paragone è esagerato? Naturalmente. Ma in politica l’esagerazione non è un incidente: è spesso il messaggio.
Tajani non stava parlando soltanto di economia. Stava parlando ai suoi. A quell’elettorato di Forza Italia che considera la parola «tassa» non una necessità dello Stato, ma una minaccia alla proprietà, al risparmio, all’impresa, alla libertà. In un centrodestra nel quale tutti cercano di sottrarsi elettori senza ammetterlo, anche un vicepremier deve ricordare ogni tanto chi è e, soprattutto, chi non vuole diventare.
E così eccolo lì, Tajani, europeista e democristiano nelle forme, berlusconiano nella sostanza, che alza la voce proprio mentre intorno a lui la destra cambia pelle.
Perché il punto vero non sono gli extraprofitti.
Il punto vero è Vannacci.
O, meglio, ciò che Vannacci rappresenta.
Roberto Vannacci non è più soltanto Roberto Vannacci. È diventato il contenitore di una protesta interna alla destra, il porto provvisorio di chi ritiene Giorgia Meloni troppo istituzionale, Salvini troppo consumato, Tajani troppo moderato. È il sintomo di una domanda politica che esiste, qualunque opinione si abbia della risposta.
Ed è qui che Reggio Calabria smette di essere una faccenda locale.
Le elezioni suppletive per la Camera dei Deputati hanno improvvisamente trasformato quello che sembrava un collegio senza storia in una partita che, invece, una storia rischia di averla eccome.
Il seggio è quello lasciato vacante da Francesco Cannizzaro, eletto sindaco di Reggio Calabria e della Città Metropolitana, segretario regionale della Calabria di Forza Italia. Un collegio che, fino a pochi giorni fa, molti consideravano quasi naturalmente destinato a rimanere nell’orbita forzista.
Sembrava una formalità.
Adesso non lo è più.
Perché in campo c’è Domenico Giannetta, già capogruppo di Forza Italia in Consiglio regionale della Calabria, passato a Futuro Nazionale di Roberto Vannacci a poche ore dall’ufficializzazione delle candidature.
Ed è questo il dettaglio che cambia tutto.
Non se ne va un militante qualsiasi. Non se ne va uno sconosciuto. Se ne va un uomo che conosce il territorio, il partito, gli amministratori, le dinamiche locali, le famiglie politiche e quelle vere. Uno che sa dove stanno i voti e, cosa ancora più importante, sa dove andarli a cercare.
Forza Italia risponde candidando Fabio Roscioli. Una candidatura che punta evidentemente sulla forza organizzativa di un partito che, soprattutto in Calabria, può ancora contare su una macchina territoriale collaudata.
E poi c’è il terzo incomodo.
Il centrosinistra schiera Frank Benedetto, cardiologo di prestigio, figura che fino a pochi giorni fa poteva apparire destinata a una testimonianza dignitosa più che a una vera contesa per il seggio. E invece, stando ai segnali che arrivano dal territorio, la sua candidatura starebbe raccogliendo consensi in maniera crescente e, per certi versi, imprevedibile.
Ed eccola allora la domanda, tanto banale quanto irresistibile: vuoi vedere che tra i due litiganti il terzo gode?
È il genere di frase che piace ai giornali perché contiene in nove parole e una vocale una trama completa.
Ma la politica, purtroppo per chi la racconta e fortunatamente per chi la fa, non funziona quasi mai come i proverbi.
Vincerà chi sarà capace di portare gli elettori alle urne.
E qui comincia la parte meno romantica e molto più seria della vicenda.
Le elezioni suppletive sono consultazioni particolari. Non hanno il richiamo delle politiche, non hanno quello delle regionali, spesso neppure quello delle comunali. L’affluenza può scendere a livelli molto bassi e, quando votano in pochi, la struttura conta più dell’entusiasmo, l’organizzazione più del rumore mediatico, il telefono di un consigliere comunale più di cento interviste televisive.
In altre parole: i sondaggi fanno conversazione, le sezioni fanno voti.
E Forza Italia in Calabria le sezioni, gli amministratori, gli uomini e le donne radicati sul territorio li ha.
Sarebbe dunque ingenuo pensare che basti una scissione, per quanto clamorosa, a cancellare una rete politica costruita negli anni.
Ma sarebbe altrettanto ingenuo fingere che non sia successo nulla.
La candidatura di Giannetta costringerà Forza Italia a combattere su un terreno che credeva già conquistato. Vannacci, dal canto suo, avrà finalmente l’occasione di misurare qualcosa che nessun sondaggio può davvero misurare: la capacità di trasformare la notorietà in organizzazione, l’organizzazione in presenza territoriale e la presenza territoriale in voti.
Finora è stato facile giudicare Vannacci attraverso le percentuali rilevate dai sondaggisti.
I sondaggi, del resto, sono il paese immaginario della politica: tutti vincono qualcosa, nessuno perde davvero e ogni numero può essere interpretato secondo convenienza.
Le urne hanno un difetto terribile.
Contano.
Per questo Reggio Calabria diventa interessante.
Non perché da quel collegio dipendano le sorti della Repubblica, ma perché lì potremmo vedere in miniatura una dinamica destinata a ripetersi altrove: una destra che non combatte più soltanto contro la sinistra, ma combatte anche dentro se stessa.
Giorgia Meloni deve guardarsi da Matteo Salvini. Salvini deve guardarsi da Vannacci. Tajani deve guardarsi da entrambi. E tutti devono continuare a dichiarare che la coalizione è solidissima.
È la politica, bellezza.
E in mezzo a questo gioco di specchi, Frank Benedetto potrebbe scoprire che una candidatura inizialmente considerata marginale diventa improvvisamente competitiva proprio perché gli avversari si dividono.
Potrebbe.
Il condizionale è obbligatorio.
Perché un conto è raccogliere simpatia, un conto è raccogliere voti. Un conto è il consenso percepito, un altro quello certificato nelle sezioni elettorali. E soprattutto, con un’affluenza presumibilmente bassa, conterà la capacità dei partiti di mobilitare il proprio elettorato.
Chi possiede una struttura efficiente parte avvantaggiato.
Ecco perché Forza Italia resta, almeno sulla carta, il soggetto da battere.
Ma resta il fatto politico.
Un collegio che pareva blindato non lo sembra più.
Una candidatura data quasi per scontata deve oggi confrontarsi con un ex dirigente dello stesso partito passato nelle file di Vannacci e con un candidato del centrosinistra che comincia a intravedere uno spazio che fino a poco tempo fa sembrava inesistente.
È sufficiente per proclamare una rivoluzione?
No.
È sufficiente per divertirsi a immaginarla?
Assolutamente sì.
E questo, in fondo, è il privilegio di chi osserva la politica senza dover distribuire santini elettorali: può guardare le crepe prima che diventino fratture.
Le crepe, del resto, in politica sono sempre piccole all’inizio. Poi qualcuno ci infila un dito. Poi una mano. E qualche volta ci passa attraverso un partito intero.
Tajani lo sa.
Per questo la sua battuta su chi se ne va «in cerca di un seggio» è più aspra di quanto sembri. Dentro c’è il vecchio risentimento dei partiti verso i transfughi, certo. Ma c’è anche una preoccupazione molto più concreta: se Vannacci riuscirà a trasformare la notorietà televisiva in voti veri, allora il centrodestra scoprirà di avere un problema alla propria destra.
Nel frattempo Tajani ha deciso di combattere anche un’altra guerra: quella contro la cultura woke.
Ha evocato le radici giudaico-cristiane, Roma, la Grecia, l’identità europea. Tutto giusto, tutto nobile, tutto molto solenne. Poi ha definito la cultura woke una «gramigna» da estirpare.
Ed è proprio questa parola, «estirpare», che racconta bene il tempo politico nel quale siamo entrati.
Una volta i partiti promettevano soprattutto di costruire. Oggi promettono sempre più spesso di rimuovere. Estirpare la cultura woke. Eliminare le tasse. Cancellare i privilegi. Fermare ciò che minaccia l’identità. Liberarsi della burocrazia.
La politica contemporanea ama il verbo togliere perché costruire è molto più difficile.
Costruire richiede tempo, compromessi, competenza e perfino pazienza.
Togliere, invece, è immediato.
Basta indicare un nemico.
Eppure la questione dell’identità europea meriterebbe qualcosa di meglio degli slogan. L’Europa è certamente figlia di Gerusalemme, Atene e Roma. Ma è anche figlia dell’Illuminismo, della Rivoluzione francese, delle guerre religiose, delle eresie, delle lotte sociali, della secolarizzazione. È cattolica, protestante, ebraica, laica. È conservatrice e rivoluzionaria.
È una civiltà che ha passato duemila anni a litigare con se stessa.
Pretendere di ridurla a una formula è un po’ come voler mettere il Mediterraneo in una bottiglia.
Ma sarebbe sbagliato liquidare queste battaglie come semplici distrazioni.
Le parole sull’identità servono a delimitare un campo. E Tajani, che vede crescere intorno a Forza Italia concorrenti sempre più aggressivi, ha bisogno di dimostrare che il suo partito non è soltanto quello dei ministri, dei convegni e dei regolamenti europei.
Deve mostrare i denti.
Così il moderato alza la voce, il liberale denuncia l’Unione Sovietica, l’europeista combatte la cultura woke e il capo di partito mette in guardia chi abbandona la casa.
Intanto, a Reggio Calabria, la teoria incontra la pratica.
Fabio Roscioli per Forza Italia.
Domenico Giannetta con Futuro Nazionale.
Frank Benedetto per il centrosinistra.
Tre nomi, tre storie, tre organizzazioni e una sola scheda.
Lo spazio per sognare, discutere, azzardare scenari e immaginare sorprese c’è tutto. Nessuno può vietarlo.
Ma poi arriva sempre quel momento terribilmente prosaico nel quale finiscono i talk show, tacciono i sondaggi, diventano inutili le dichiarazioni e non servono più né l’Unione Sovietica né la cultura woke.
Si aprono i seggi.
Si contano le schede.
E parlano le urne.
Quelle, a differenza dei politici, non hanno bisogno di editorialisti.
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno
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