PRONTO SOCCORSO. PRONTO A COSA?
L'Editoriale di Luigi Palamara
L’estate scorre. Anzi, brucia.
A Reggio Calabria il caldo è di quelli che ti fanno rimpiangere perfino lo scirocco di una volta, quello che almeno aveva la decenza di presentarsi per nome. Oggi lo chiamiamo cambiamento climatico, emergenza climatica, anomalia, evoluzione della Terra. Gli scienziati discuteranno delle cause e, soprattutto, delle conseguenze. Io, più modestamente, posso soltanto constatare che fa un caldo infernale.
E proprio all’inferno, o in una sua efficacissima succursale terrestre, sono finito per un mignolo.
Il mignolo del piede destro.
Fratturato.
Niente di eroico, intendiamoci. Non sono tornato dalla campagna di Russia, non sono precipitato dall’Himalaya. Ho rotto un dito del piede. Il sinistro me l’ero già fratturato cinque o sei anni fa e quindi possiedo, mio malgrado, una certa esperienza in materia.
Il problema non era il mignolo.
Il problema era il Pronto Soccorso di Reggio Calabria.
Arrivo e trovo più di cento persone.
Nei corridoi. Sulle sedie. In piedi. Qualcuno quasi per terra. Anziani, malati, parenti, gente che aspetta. E aspetta. E aspetta ancora.
Un girone dantesco, con una differenza: Dante almeno aveva Virgilio che gli spiegava dove stava andando.
Lì no.
Lì aspetti.
E allora mi sono fatto una domanda semplicissima: vale la pena restare ore, forse una giornata, magari due, con quel caldo e quella confusione, per farmi controllare un mignolo?
Ho scelto il dolore.
Sono tornato a casa con la mia frattura.
Perché a un certo punto ti viene persino il dubbio che entrando in ospedale per un dito rotto tu possa uscirne con qualcosa di più serio.
Ed è già questa una sconfitta.
Una sconfitta enorme.
Perché quando un cittadino preferisce curarsi da solo piuttosto che affrontare il Pronto Soccorso, la sanità pubblica ha già perso una parte della propria ragion d’essere.
Ma attenzione.
Non voglio fare propaganda.
E soprattutto non voglio partecipare a quel giochino abbastanza miserabile che consiste nel dire: «Avete fatto Vinitaly, avete organizzato la festa, avete finanziato l’evento, e poi l’ospedale non funziona».
No.
Non c’entra niente.
Le noci sono noci e le fave sono fave.
Un evento deve funzionare bene.
Una festa deve funzionare bene.
Una manifestazione che porta gente, lavoro, imprese e denaro sul territorio può e deve essere giudicata per quello che produce.
E l’ospedale deve funzionare.
Punto.
Pensare che per avere un Pronto Soccorso dignitoso si debba smettere di organizzare eventi è una sciocchezza. Sarebbe come sostenere che, siccome perde acqua il rubinetto del bagno, bisogna spegnere il frigorifero.
Il problema della sanità è troppo serio per ridurlo a uno slogan da opposizione.
È un problema autonomo.
Costituzionale.
Perché la salute non è un favore che il potere concede quando può.
È un diritto.
E allora la domanda non è: perché avete organizzato una festa?
La domanda è un’altra.
Dove finiscono i soldi della sanità?
Questa è la domanda che dovrebbe togliere il sonno alla politica calabrese.
Una quota enorme delle risorse regionali viene assorbita dalla sanità. Miliardi. Soldi dello Stato, soldi della Regione, soldi che alla fine, gira e rigira, sono sempre soldi dei cittadini.
Eppure mancano strutture.
Mancano medici.
Mancano infermieri.
Manca personale.
Mancano posti.
Manca soprattutto quella cosa che non compare nei bilanci ma decide se un sistema funziona oppure no: l’organizzazione.
Perché si può anche spendere molto e spendere male.
Anzi, è una delle specialità più antiche della Repubblica.
E il luogo nel quale questo fallimento diventa visibile non è l’ufficio del direttore generale, non è la conferenza stampa dell’assessore, non è il comunicato della Regione.
È il Pronto Soccorso.
Il nome, a questo punto, assume quasi un tono sarcastico.
Pronto?
Pronto a cosa?
Soccorso?
Soccorso quando?
Se una donna di settantasei anni, cardiopatica, magari con un pacemaker, deve aspettare venti ore prima di essere visitata, quella non è più attesa.
È un rischio clinico.
Se ci sono persone che raccontano di essere lì da quarantotto ore, cioè due giorni, la questione non può più essere liquidata con il solito «ci sono problemi».
Quarantotto ore non sono un problema.
Sono un sistema che ha smesso di distinguere l’emergenza dall’abbandono.
E sia chiaro un altro punto.
I medici non sono il bersaglio.
Gli infermieri non sono il bersaglio.
Gli operatori sanitari che lavorano dentro quella bolgia sono spesso le prime vittime di un’organizzazione insufficiente. Sono quelli che devono metterci la faccia davanti al cittadino esasperato mentre qualcun altro, in qualche ufficio, produce tabelle, piani, riorganizzazioni, cronoprogrammi.
Il bersaglio è chi governa il sistema.
Chi programma.
Chi decide.
Chi ha responsabilità politica.
Oggi, in Calabria, quella responsabilità ricade anzitutto su chi guida la Regione e la sanità regionale, a cominciare da Roberto Occhiuto.
Non gli si chiede il miracolo.
Non gli si chiede di trasformare in una notte il Pronto Soccorso di Reggio Calabria nel Massachusetts General Hospital.
Gli si chiede una cosa assai più modesta e assai più seria:
dimostrare che le cose stanno migliorando.
Un poco alla volta.
Ogni sei mesi.
Ogni anno.
Un medico in più.
Un’attesa in meno.
Una barella liberata.
Un reparto aperto.
Una struttura potenziata.
Un cittadino che invece di aspettare venti ore ne aspetta dieci, poi sei, poi tre.
Questo significa governare.
Perché nessuno può pretendere che una situazione deteriorata in decenni venga risolta con la bacchetta magica.
Ma nessuno può nemmeno pretendere una cambiale in bianco.
Né Occhiuto.
Né chi verrà dopo Occhiuto.
Né destra.
Né sinistra.
Né centro.
La sanità non ha bisogno di tifosi.
Ha bisogno di risultati.
Ed è proprio questo che inquieta: la sensazione, oggi, non è quella di un lento miglioramento.
È quella di un peggioramento.
Allora torniamo alla domanda.
Com’è possibile spendere miliardi ogni anno per una popolazione regionale inferiore ai due milioni di abitanti e ritrovarsi ancora con Pronto Soccorso congestionati, carenza di personale e cittadini costretti ad attese interminabili?
Non ho la risposta.
E diffido sempre di chi ce l’ha prima ancora di aver letto le carte.
Bisognerebbe aprire i bilanci.
Seguire i flussi di spesa.
Capire quanto finisce negli ospedali, quanto nelle aziende, quanto nelle convenzioni, quanto nella mobilità sanitaria, quanto nelle strutture, quanto nel personale e quanto si disperde nelle mille vene di un sistema complicato, commissariato, riformato, controriformato e continuamente annunciato come prossimo alla guarigione.
Ma il cittadino non legge i bilanci.
Il cittadino legge l’orologio.
Entra alle nove.
Sono le undici.
Poi le tre.
Poi le sette.
Poi mezzanotte.
Poi arriva il mattino.
Ed è questo, molto più di qualsiasi conferenza stampa, il bilancio che conta.
Perché il Pronto Soccorso è la porta d’ingresso della sanità.
Se quella porta è bloccata, tutto il palazzo può anche essere dipinto di fresco: per chi resta fuori non cambia niente.
Quindi lasciamo stare Vinitaly.
Lasciamo stare le feste.
Lasciamo stare le luminarie.
Facciamole, se servono. E facciamole bene.
Ma non usiamole né come alibi né come arma di propaganda.
Guardiamo invece il bersaglio.
Uno solo.
La sanità calabrese riceve enormi risorse. Perché il cittadino continua troppo spesso a non ricevere un servizio all’altezza?
E soprattutto: chi governa è in grado di dimostrarci, numeri alla mano, che tra sei mesi staremo un po’ meglio di oggi?
Perché se spendiamo miliardi e le attese aumentano, se programmiamo e i corridoi si riempiono, se annunciamo assunzioni e il personale continua a mancare, allora c’è qualcosa che non torna.
E non serve urlare.
A volte basta una domanda.
La più semplice.
Quella che mi sono fatto davanti a cento persone ammassate in attesa, con il mio mignolo rotto dentro una scarpa.
Pronto Soccorso.
Pronto, sì.
Ma a soccorrere chi?
Reggio Calabria 11 agosto 2026
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno
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