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Report sotto scacco: quando chi indaga finisce sotto la lente

Report sotto scacco: quando chi indaga finisce sotto la lente

Quando chi accende il faro finisce sotto la luce: la prova della verità per Report

L'inchiesta sul caso Ranucci-Report e il cortocircuito del giornalismo d'indagine.

Dalle polemiche con Selvaggia Lucarelli al rapporto con Lavitola: il direttore di Report finisce sul banco degli imputati. La regola simmetrica del mestiere: chi ha preteso risposte per anni adesso deve fornirle punto per punto, senza allusioni né sconti.

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Ormai la partita di Sigfrido Ranucci e di Report non si gioca più su un tranquillo tavolo televisivo. Si gioca su una scacchiera infuocata.

E le mosse sono diventate brutali.

Attacco e difesa.
Accuse e controaccuse.
Interviste, messaggi, amicizie scomode, allusioni, precisazioni, retroscena.

Solo che, a guardarla oggi, la difesa sembra avere poche pedine da muovere e ancora meno pezzi da novanta da sacrificare.

Lo scacco al re è arrivato.

Adesso bisogna capire se esista una via d'uscita oppure se qualcuno stia già preparando lo scacco matto.

Una cosa, però, è difficile negarla: l'immagine pubblica di Ranucci e, per riflesso, quella di Report è stata ferita.

Non significa che le inchieste realizzate in tanti anni cessino improvvisamente di avere valore. Sarebbe una sciocchezza.

Non significa neppure che Ranucci sia responsabile di ciò che altri avrebbero fatto a sua insaputa. Anzi, secondo quanto emerge dagli atti fin qui riportati, gli investigatori lo considerano estraneo alla preparazione dell'attentato di cui è stato vittima.

Ma significa qualcosa di diverso e forse, per un giornalista d'inchiesta, perfino più doloroso.

Significa essere sottoposto allo stesso metodo che per anni si è applicato agli altri.

Domande.

Frequentazioni.

Contraddizioni.

Zone d'ombra.

Rapporti che richiedono spiegazioni.

Ed è precisamente qui che comincia il problema.

Perché chi fa giornalismo d'inchiesta costruisce la propria autorevolezza su una pretesa molto semplice: poter chiedere conto agli altri di ciò che fanno, di chi frequentano, di quello che dicono in pubblico e di ciò che fanno lontano dalle telecamere.

È un mestiere magnifico.

Ma ha un prezzo.

Chi accende il faro deve sapere che prima o poi qualcuno può girarlo verso di lui.

E quando accade non basta gridare al complotto.

Non basta ricordare le inchieste fatte.

Non basta esibire i nemici conquistati negli anni come altrettante medaglie al valore.

Bisogna rispondere.

Punto per punto.

Nome per nome.

Fatto per fatto.

È questo, del resto, ciò che Report pretende dagli altri.

Ed è esattamente ciò che oggi gli altri pretendono da Report.

Il caso Lucarelli.

Poi arriva Selvaggia Lucarelli.

E qui il terreno diventa ancora più scivoloso.

Lucarelli muove critiche precise sulla condotta professionale e personale di Ranucci. Parla di rapporti che considera «spregiudicati», di asimmetrie di potere, di una gestione a suo giudizio poco prudente del confine fra vita professionale e vita privata. Sono accuse e valutazioni della giornalista, non fatti che possano essere automaticamente assunti come dimostrati. Alcune di queste contestazioni sono state riportate pubblicamente nei giorni scorsi.

Ranucci replica.

Ma invece di limitarsi al merito domanda, in sostanza: e lei?

«Sarebbe interessante citare i suoi», dice riferendosi alle frequentazioni.

Ed è qui che il giornalismo rischia di trasformarsi in qualcos'altro.

Perché l'allusione è una moneta pericolosa.

Vale pochissimo quando la si riceve e moltissimo quando la si usa contro qualcuno.

Lucarelli reagisce parlando di frase «in modalità pizzino», sostenendo che un giornalista dovrebbe indicare nomi, fatti e circostanze anziché lasciare sospesa nell'aria l'idea di sapere qualcosa sull'interlocutore.

Su questo punto è difficile darle torto.

Se Ranucci conosce fatti giornalisticamente rilevanti sulle frequentazioni di Selvaggia Lucarelli, li racconti.

Se possiede documenti, li mostri.

Se esistono nomi, li pronunci.

Se invece non c'è nulla da raccontare, allora quell'allusione sarebbe stato meglio non farla.

Perché il mestiere del giornalista vive di sostantivi, non di puntini di sospensione.

E soprattutto chi ha costruito una carriera chiedendo agli altri chiarezza non può rifugiarsi nell'ombra quando la domanda riguarda lui.

Il convitato di pietra: Lavitola.

Ma naturalmente dietro tutto questo c'è un nome che pesa più degli altri.

Valter Lavitola.

Ed è qui che la vicenda smette di essere una baruffa tra giornalisti.

Lavitola ha ammesso di aver organizzato l'attentato dell'ottobre 2025 contro l'abitazione di Ranucci, sostenendo di averlo fatto per favorire una maggiore protezione dell'amico; il giudice ha giudicato quel movente, almeno allo stato, «inverosimile e privo di riscontri». Gli investigatori, contemporaneamente, ritengono Ranucci ignaro del progetto.

Ed è una distinzione che va scolpita nella pietra.

Perché una cosa è discutere dell'opportunità di una frequentazione.

Un'altra è insinuare responsabilità nell'attentato.

Le due cose non possono essere confuse.

Eppure resta una domanda giornalistica legittima.

Non: «Ranucci sapeva dell'attentato?», perché allo stato delle indagini non risulta.

Ma:

che rapporto aveva davvero con Lavitola?

Quanto era stretto?

Quanto era personale?

Quanto era professionale?

Dove finiva la fonte e dove cominciava l'amico?

Dove finiva il giornalista e dove iniziava l'uomo?

Il Corriere ha ricostruito una frequentazione durata anni, descrivendo contatti assidui e un rapporto che lo stesso dibattito pubblico di queste settimane ha ormai collocato al centro della vicenda.

Ed è precisamente questo il genere di rapporto sul quale un giornalista come Ranucci, se riguardasse un politico, un dirigente pubblico o un imprenditore, probabilmente accenderebbe una telecamera.

Dunque è inevitabile che oggi quella stessa telecamera venga idealmente accesa su di lui.

Non è vendetta.

È simmetria.

Report è più grande di Ranucci.

Ed eccoci alla questione più importante.

Report non è Sigfrido Ranucci.

Come non era Milena Gabanelli.

Come un grande giornale non coincide con il proprio direttore e una grande istituzione non dovrebbe coincidere con chi momentaneamente la rappresenta.

Report è un patrimonio del servizio pubblico.

Ha prodotto inchieste importanti.

Ha disturbato potenti.

Ha commesso errori, come qualunque redazione che lavori.

Ma soprattutto ha insegnato per anni agli italiani una cosa fondamentale: che il potere deve accettare le domande.

E allora sarebbe paradossale che proprio Report cadesse sulla domanda più semplice:

chi controlla chi controlla?

La Rai dovrebbe avere un solo interesse.

Non salvare Ranucci.

Non condannare Ranucci.

Non proteggere Report.

Non demolire Report.

Accertare i fatti.

Con trasparenza.

Con serietà.

Senza processi sommari e senza immunità televisive.

Perché esistono due modi altrettanto miserabili di affrontare questa storia.

Il primo consiste nell'approfittarne per vendicarsi di Report e cancellare anni di giornalismo scomodo.

Il secondo consiste nel trasformare Ranucci in un santo laico al quale, siccome ha fatto buone inchieste, tutto deve essere perdonato e nulla può essere domandato.

Sono entrambe forme di tifoseria.

E il giornalismo comincia precisamente dove finisce la tifoseria.

La verità non ha amici.

Adesso tutti vogliamo una cosa.

La verità.

Non quella comoda.

Non quella della destra.

Non quella della sinistra.

Non quella di Ranucci.

Non quella della Lucarelli.

Non quella della Rai.

La verità dei fatti.

Il giornalismo d'inchiesta dovrebbe servire proprio a questo: cercarla anche quando fa male.

Anzi, soprattutto quando fa male.

Perché la libertà di stampa non significa libertà dalle domande.

Significa esattamente il contrario.

Significa poter fare domande a tutti.

Anche ai giornalisti.

Anche agli inquisitori.

Anche a chi per anni ha avuto il merito e il coraggio di farle agli altri.

E allora Ranucci faccia ciò che ha sempre chiesto ai protagonisti delle sue inchieste.

Apra le porte.

Mostri i fatti.

Spieghi le frequentazioni.

Risponda alle contestazioni.

E soprattutto eviti le allusioni.

Perché se c'è qualcosa da raccontare, un giornalista racconta.

Se non c'è, tace.

Il «so qualcosa di te» appartiene ad altri mestieri.

Non al nostro.

Questa storia non deve diventare l'esecuzione pubblica di Sigfrido Ranucci.

Ma non può neppure diventare la sua beatificazione preventiva.

La differenza fra giornalismo e propaganda sta tutta lì.

Nel coraggio di indagare anche il proprio campo.

Anche i propri eroi.

Anche se stessi.

Perché alla fine, sulla scacchiera infuocata di questa storia, il vero re da difendere non è Ranucci.

Non è Report.

Non è la Rai.

È la credibilità del giornalismo.

E quella, una volta finita sotto scacco matto, non dispone di partita di ritorno.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno 

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