Roccaforte del Greco, la chiesa della vergogna
L'Editoriale di Luigi Palamara
A Roccaforte del Greco c’è una chiesa che sembra essere stata presa a fucilate. A cannonate. Dal tempo, dall’incuria, dall’indifferenza.
Eppure è ancora lì.
Visibile. Maestosa perfino nella sua decadenza. Piantata al centro del paese come un monumento non alla fede, ma all’abbandono. Ogni crepa, ogni pietra ferita, ogni pezzo che cade racconta meglio di cento comizi ciò che Roccaforte del Greco è diventata negli ultimi dieci anni.
Un paese lasciato scivolare lentamente verso il basso.
E allora le domande vanno poste. Senza diplomazie.
All'ex sindaco, innanzitutto. Al signor, non professore come amava firmarsi, Micu Pinna. Qual è stato il progetto per questo paese? Dove sono i risultati capaci di smentire una realtà di un’amministrazione che non ha saputo arrestare il declino? La più scarsa della storia.
Ma le domande non riguardano soltanto il municipio.
Riguardano anche la Chiesa.
Caro don Mimmo Nucara, tu sei il parroco di Roccaforte del Greco. Almeno questo dicono gli incarichi ufficiali. E proprio per questo sarebbe interessante conoscere, oltre alle Messe celebrate e ai funerali officiati, quale sia stato il segno lasciato dalla tua presenza pastorale nella comunità.
Quale iniziativa?
Quale progetto per i giovani?
Quale opera di aggregazione?
Quale battaglia per salvare le chiese del paese?
Perché gli edifici, purtroppo, parlano.
E parlano male.
La chiesa dello Spirito Santo mostra ferite che nessuno può fingere di non vedere. E l'altra chiesa quella di San Rocco non sembra raccontare una storia molto diversa.
Non basta amministrare i sacramenti. Un parroco di un piccolo paese è anche custode di una comunità, della sua memoria, delle sue tradizioni, della sua capacità di restare unita quando tutto intorno tende a disfarsi.
Per questo sarebbe persino utile, e sarebbe un atto di trasparenza, conoscere un resoconto dell’attività pastorale svolta in questi anni.
Non per processare qualcuno.
Per capire.
Perché un paese ha diritto di sapere quale direzione abbiano preso le sue istituzioni civili e religiose.
E poi c’è quella storia dell’identità di Roccaforte del Greco ridotta alla carne di capra.
No.
La carne di capra è una tradizione gastronomica. E i roccafortesi che sanno prepararla possono giustamente esserne orgogliosi. È cucina, convivialità, sapere antico tramandato nelle famiglie.
Ma l’identità di un popolo è un’altra cosa.
L’identità è memoria.
È lingua.
È cultura.
È sacrificio.
È la storia degli uomini e delle donne che hanno abitato queste montagne quando viverci significava fatica vera. È il lavoro nei campi. È l’emigrazione. Sono le case lasciate vuote da chi dovette partire. Sono i vecchi che rimasero. Sono le feste, i lutti, le processioni, le famiglie, i racconti tramandati davanti al camino.
È perfino quella chiesa malridotta che oggi ci scandalizza.
Perché quelle pietre appartengono alla memoria collettiva molto più di qualsiasi slogan sull’identità.
Roccaforte del Greco non è un piatto da portare a tavola.
È una storia da salvare.
E forse il problema più grave è proprio questo: essersi abituati al declino. Guardare una chiesa cadere a pezzi e considerarlo normale. Vedere il paese svuotarsi e alzare le spalle. Confondere la gestione dell’esistente con un progetto per il futuro.
Così in basso Roccaforte non dovrebbe rassegnarsi a stare.
Ma per risalire non servono né nostalgie né uomini convinti che una carica, civile o religiosa, basti da sola a giustificarne la presenza.
Servono persone capaci di lasciare una traccia.
Un sindaco deve lasciare opere, idee, prospettive.
Un parroco deve lasciare comunità, partecipazione, speranza.
E quando arriverà il giorno dei bilanci, per tutti, la domanda sarà terribilmente semplice:
dopo il vostro passaggio, Roccaforte del Greco è diventata migliore o peggiore?
A quella domanda non risponderanno i comunicati.
Risponderanno le pietre.
E le pietre vi hanno già smascherato.
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere
@luigi.palamara Roccaforte del Greco, la chiesa della vergogna L'Editoriale di Luigi Palamara A Roccaforte del Greco c’è una chiesa che sembra essere stata presa a fucilate. A cannonate. Dal tempo, dall’incuria, dall’indifferenza. Eppure è ancora lì. Visibile. Maestosa perfino nella sua decadenza. Piantata al centro del paese come un monumento non alla fede, ma all’abbandono. Ogni crepa, ogni pietra ferita, ogni pezzo che cade racconta meglio di cento comizi ciò che Roccaforte del Greco è diventata negli ultimi dieci anni. Un paese lasciato scivolare lentamente verso il basso. E allora le domande vanno poste. Senza diplomazie. All'ex sindaco, innanzitutto. Al signor, non professore come amava firmarmi, Micu Pinna. Qual è stato il progetto per questo paese? Dove sono i risultati capaci di smentire una realtà di un’amministrazione che non ha saputo arrestare il declino? La più scarsa della storia. Ma le domande non riguardano soltanto il municipio. Riguardano anche la Chiesa. Caro don Mimmo Nucara, tu sei il parroco di Roccaforte del Greco. Almeno questo dicono gli incarichi ufficiali. E proprio per questo sarebbe interessante conoscere, oltre alle Messe celebrate e ai funerali officiati, quale sia stato il segno lasciato dalla tua presenza pastorale nella comunità. Quale iniziativa? Quale progetto per i giovani? Quale opera di aggregazione? Quale battaglia per salvare le chiese del paese? Perché gli edifici, purtroppo, parlano. E parlano male. La chiesa dello Spirito Santo mostra ferite che nessuno può fingere di non vedere. E l'altra chiesa quella di San Rocco non sembra raccontare una storia molto diversa. Non basta amministrare i sacramenti. Un parroco di un piccolo paese è anche custode di una comunità, della sua memoria, delle sue tradizioni, della sua capacità di restare unita quando tutto intorno tende a disfarsi. Per questo sarebbe persino utile, e sarebbe un atto di trasparenza, conoscere un resoconto dell’attività pastorale svolta in questi anni. Non per processare qualcuno. Per capire. Perché un paese ha diritto di sapere quale direzione abbiano preso le sue istituzioni civili e religiose. E poi c’è quella storia dell’identità di Roccaforte del Greco ridotta alla carne di capra. No. La carne di capra è una tradizione gastronomica. E i roccafortesi che sanno prepararla possono giustamente esserne orgogliosi. È cucina, convivialità, sapere antico tramandato nelle famiglie. Ma l’identità di un popolo è un’altra cosa. L’identità è memoria. È lingua. È cultura. È sacrificio. È la storia degli uomini e delle donne che hanno abitato queste montagne quando viverci significava fatica vera. È il lavoro nei campi. È l’emigrazione. Sono le case lasciate vuote da chi dovette partire. Sono i vecchi che rimasero. Sono le feste, i lutti, le processioni, le famiglie, i racconti tramandati davanti al camino. È perfino quella chiesa malridotta che oggi ci scandalizza. Perché quelle pietre appartengono alla memoria collettiva molto più di qualsiasi slogan sull’identità. Roccaforte del Greco non è un piatto da portare a tavola. È una storia da salvare. E forse il problema più grave è proprio questo: essersi abituati al declino. Guardare una chiesa cadere a pezzi e considerarlo normale. Vedere il paese svuotarsi e alzare le spalle. Confondere la gestione dell’esistente con un progetto per il futuro. Così in basso Roccaforte non dovrebbe rassegnarsi a stare. Ma per risalire non servono né nostalgie né uomini convinti che una carica, civile o religiosa, basti da sola a giustificarne la presenza. Servono persone capaci di lasciare una traccia. Un sindaco deve lasciare opere, idee, prospettive. Un parroco deve lasciare comunità, partecipazione, speranza. E quando arriverà il giorno dei bilanci, per tutti, la domanda sarà terribilmente semplice: dopo il vostro passaggio, Roccaforte del Greco è diventata migliore o peggiore? A quella domanda non risponderanno i comunicati. Risponderanno le pietre. E le pietre vi hanno già smascherato. Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno
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