Il vizio della politica senza partiti.
La scorciatoia del civismo: perché i candidati esterni non salvano la sinistra.
Dalla caccia al professionista di grido all'astensionismo come sintomo: il dibattito su una coalizione che affida la propria identità a un volto esterno, dimenticando la lunga e faticosa costruzione del consenso.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Qualcosa di tremendamente prevedibile nel centrosinistra. Quando arriva un’elezione difficile, quando il terreno sotto i piedi comincia a scottare e i sondaggi non promettono niente di buono, parte la solita caccia. Non alle idee. Non a una linea politica. Non a una classe dirigente capace di metterci la faccia.
Parte la caccia all’uomo giusto.
Possibilmente fuori dalla politica.
Un medico. Un professore. Un magistrato. Un imprenditore. Un professionista affermato. Qualcuno che abbia già conquistato altrove quella credibilità che i partiti non riescono più a costruire al proprio interno.
Questa volta il nome è quello di Frank Benedetto, stimato cardiologo, direttore del Centro Cuore del Gom, professionista conosciuto e apprezzato, con alle spalle anche un’esperienza politica e amministrativa. Una candidatura certamente autorevole, radicata nel territorio e, per molti versi, assai più comprensibile di quella di un candidato calato dall’alto o spedito da Roma dentro un collegio considerato sicuro.
Ma il punto non è Frank Benedetto.
Ed è proprio questo che il centrosinistra dovrebbe avere il coraggio di capire.
Il problema non è stabilire se Benedetto sia un ottimo medico, una persona perbene o un candidato competitivo. Può esserlo, e probabilmente lo è. Il problema è che ancora una volta una coalizione politica sembra affidare a un nome estern, o comunque percepito come esterno agli apparati, il compito quasi miracoloso di supplire alle proprie debolezze.
Come se bastasse mettere un grande professionista sulla scheda elettorale per appassionare improvvisamente i cittadini.
Come se bastasse una candidatura prestigiosa per convincere a tornare alle urne chi da anni ha smesso di andarci.
Non funziona così.
E soprattutto non funziona più.
Perché la vera emergenza della politica italiana, e in particolare di una parte della sinistra, non è trovare ogni volta un candidato presentabile. È tornare a fare politica.
Quella vera.
Quella che costruisce una classe dirigente prima delle elezioni e non durante la campagna elettorale. Quella che seleziona persone, forma amministratori, coltiva competenze, presidia i territori, ascolta le periferie, conosce gli ospedali prima che diventino materia da comizio, percorre la Statale 106 prima che qualcuno scriva il programma elettorale.
Invece troppo spesso assistiamo al contrario.
Per anni si lascia che il rapporto con i cittadini si consumi. Le sezioni spariscono. I partiti diventano sigle, correnti, riunioni tra addetti ai lavori. Poi arrivano le elezioni e, improvvisamente, bisogna trovare il volto capace di rappresentare tutti.
E allora comincia il casting.
Il nome civico.
Il professionista.
La personalità della società civile.
L’asso da calare sul tavolo.
Persino il linguaggio tradisce il problema. “Sparigliare”. “Fare all-in”. “Mettere d’accordo tutti”. “Candidato vincente”. È la politica ridotta a una partita di poker, quando invece dovrebbe essere una lenta e spesso ingrata opera di costruzione del consenso.
Frank Benedetto potrà anche essere un ottimo candidato. Ma nessun candidato, per quanto autorevole, può sostituire ciò che un partito non ha fatto nei cinque o dieci anni precedenti.
Ed eccoci al punto che nessuno ama affrontare: l’astensionismo.
Ogni volta che metà degli elettori resta a casa, la sera delle elezioni assistiamo allo stesso rito.
Dirigenti con espressione grave davanti alle telecamere.
“Dobbiamo interrogarci.”
“È un segnale che non possiamo ignorare.”
“Bisogna ricostruire il rapporto con i cittadini.”
Frasi solenni.
Durano ventiquattr’ore.
Poi tutto ricomincia esattamente come prima.
Eppure chi non va a votare sta pronunciando un giudizio politico fortissimo. Non necessariamente intelligente, non necessariamente condivisibile, ma chiarissimo: non mi rappresentate più.
La politica continua però a trattare l’astensionista come un elettore momentaneamente distratto, da riconquistare con il candidato giusto, lo slogan migliore o il video più efficace sui social.
È un errore.
Quell’elettore spesso non vuole un volto nuovo. Vuole una ragione per credere di nuovo che il suo voto serva a qualcosa.
E quella ragione non nasce nelle tre settimane di campagna elettorale.
Nasce quando una comunità politica è presente nei problemi quotidiani. Quando combatte una battaglia anche sapendo di perderla. Quando denuncia una carenza sanitaria non perché si vota tra due mesi, ma perché è scandalosa oggi. Quando parla delle aree interne anche se non portano grandi pacchetti di voti. Quando difende un ospedale prima che chiuda un reparto.
Il centrosinistra reggino sostiene di voler trasformare queste suppletive in una sfida al sistema di potere costruito dal centrodestra. È legittimo. E la candidatura di Benedetto, per storia personale e radicamento, può certamente rendere la partita meno scontata.
Ma sarebbe un errore raccontarsi che basti questo.
Anche perché dall’altra parte troviamo un meccanismo speculare: candidature decise nei vertici nazionali, collegi trattati come caselle, uomini trasferiti politicamente da una città all’altra secondo convenienze e rapporti di forza.
Il cittadino osserva tutto questo.
E spesso conclude che tra il professionista trasformato in salvatore della patria e il dirigente paracadutato da Roma ci sia comunque qualcosa che manca.
La politica.
Poi c’è l’incognita Vannacci, con Futuro Nazionale che potrebbe sottrarre voti al centrodestra e rendere matematicamente più contendibile il collegio. Ma anche qui sarebbe bene non confondere l’aritmetica con la politica.
Vincere perché un avversario si divide non equivale a riconquistare un popolo.
Una vittoria elettorale può arrivare anche per somma di debolezze altrui.
Una rinascita politica no.
Quella richiede idee riconoscibili, organizzazione, coraggio, presenza e soprattutto tempo.
Per questo la domanda più interessante non è se Frank Benedetto possa vincere.
La domanda è un’altra.
Dov’era il candidato politico naturale del centrosinistra prima che cominciasse la ricerca?
Dov’è la generazione di amministratori, dirigenti, militanti e personalità cresciute dentro una comunità politica e riconosciute dai cittadini al punto da rendere superfluo ogni casting?
Se ogni volta che bisogna affrontare una battaglia difficile occorre bussare alla porta di un grande professionista, allora il problema non riguarda il professionista.
Riguarda il partito che bussa.
E una forza politica che non riesce più a produrre classe dirigente dovrebbe avere almeno l’onestà di domandarsi perché.
Forse perché per troppo tempo la politica ha premiato l’appartenenza invece del merito.
Forse perché ha preferito le correnti alle idee.
Forse perché ha confuso la gestione del potere con la costruzione del consenso.
Forse perché si ricorda dei cittadini soprattutto quando quei cittadini diventano elettori.
La candidatura Benedetto può essere una buona candidatura.
Può perfino rivelarsi una candidatura vincente.
Ma sarebbe un errore enorme trasformarla nell’ennesimo alibi.
Perché nessun cardiologo, per quanto bravo, può curare da solo il male più grave della politica contemporanea: un cuore democratico che batte sempre più piano.
E quel battito debole ha un nome che tutti pronunciano e quasi nessuno vuole davvero ascoltare.
Astensione.
Finché i partiti continueranno a cercare l’uomo giusto invece di chiedersi perché milioni di cittadini non credono più in loro, continueranno magari a vincere qualche elezione.
Ma continueranno a perdere la cosa più importante.
La fiducia.
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno
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