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Bruno Jacoboni, quando il destino ti mette davanti una leggenda

Bruno Jacoboni, quando il destino ti mette davanti una leggenda

Ero andato alla scuola Carducci per raccontare le elezioni. Mi sono ritrovato davanti un pezzo di storia della Reggina. Poi, poche ore dopo, ancora calcio, ancora Reggio, ancora strani incroci. Molti li chiamano coincidenze. Io preferisco chiamarli destino.

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Certe giornate cominciano con un programma preciso e finiscono per raccontarti tutt’altra storia.

E forse sono proprio quelle che restano.

Ero andato alla scuola Carducci di Reggio Calabria per fare il mio lavoro. Il servizio doveva riguardare il sindaco Francesco Cannizzaro e le elezioni suppletive. La politica, le urne, i cittadini, una domenica elettorale. La sezione 123, quella nella quale il sindaco avrebbe votato.

Cannizzaro è sindaco di Reggio Calabria dal giugno 2026 e proprio la sua elezione a primo cittadino ha determinato la necessità delle elezioni suppletive per il seggio parlamentare rimasto vacante.

Insomma, la cronaca.

Poi è accaduto quello che nessuna scaletta poteva prevedere.

La fortuna del principiante, si potrebbe dire.

Qualcuno lo chiamerebbe caso.

Qualcun altro coincidenza.

Io, davanti a certe giornate, preferisco usare una parola più antica e forse più impegnativa:

destino.

Perché passato e presente, a volte, decidono di incontrarsi proprio davanti ai tuoi occhi.

Nell’attesa mi sono ritrovato davanti Bruno Jacoboni.

E insieme a me c’era anche Nuccio Azzarà.

Due portieri.

Due uomini della Reggina.

Due pezzi di un calcio che appartiene ormai alla memoria collettiva di Reggio Calabria.

A quel punto le elezioni, per qualche minuto, potevano aspettare.

Perché quando davanti a te compare la storia, quella storia bisogna avere il buon senso di ascoltarla.

Ne è venuta fuori una videointervista improvvisata.

Non preparata.

Non studiata.

Forse proprio per questo autentica.

E so già che quella videointervista mi rimarrà nel cuore.

Perché ci sono uomini che indossano una maglia.

E ci sono uomini che finiscono per appartenere a quella maglia per sempre.

Bruno Jacoboni è uno di questi.

Per la Reggina non è stato soltanto un portiere.

Per Reggio Calabria non è soltanto un nome consegnato agli archivi, alle vecchie formazioni, alle fotografie ingiallite e ai racconti di chi ebbe il privilegio di vederlo giocare.

Jacoboni è qualcosa di più difficile da spiegare.

È memoria.

È appartenenza.

È un frammento di quella Reggio che il tempo può trasformare, ma non cancellare.

Perché il calcio, quello vero, alla fine non vive nelle statistiche.

I numeri servono agli almanacchi.

La memoria appartiene agli uomini.

E la memoria amaranto ha ancora un paio di guanti.

Ha un uomo tra i pali.

Ha un nome.

Bruno Jacoboni.

Quando lo incontro, basta poco perché il passato ritorni.

Non con la malinconia delle cose morte.

Con la forza delle cose che non sono mai morte davvero.

Gli dico:

«Forza Reggina».

E lui risponde:

«Forza Reggina».

Due parole.

Soltanto due.

Ma ci sono due parole capaci di raccontare una vita meglio di una biografia.

Perché dentro quel «Forza Reggina» non c’è una frase di circostanza.

C’è un’appartenenza.

C’è una maglia.

C’è una città.

Ci sono domeniche che nessuno potrà restituire, spalti, grida, fango, palloni, vittorie, sconfitte.

C’è una parte della vita di un uomo.

E allora capisci una cosa.

Certe maglie non si smette mai veramente di indossarle.

Puoi appendere i guanti.

Puoi lasciare il campo.

Puoi vedere passare gli anni, cambiare gli stadi, i presidenti, gli allenatori, i calciatori.

Ma quella maglia rimane.

Rimane addosso.

Gli domando quale sia la parata più bella che ricorda.

La risposta arriva senza bisogno di costruire la scena.

Il Modena.

Un rigore.

L’ultimo minuto.

La Reggina avanti uno a zero.

E qui bisogna capire cosa significhi essere portiere.

Il portiere è l’uomo più solo del calcio.

Un attaccante può sbagliare un gol e averne un altro.

Un centrocampista può perdere un pallone e sperare che qualcuno rimedi.

Il portiere no.

Dietro di lui non c’è nessuno.

Dietro di lui c’è soltanto la rete.

E quando arriva un rigore all’ultimo minuto, con la tua squadra avanti di un gol, il calcio diventa improvvisamente crudele nella sua semplicità.

Undici metri.

Un uomo davanti al pallone.

Un altro uomo davanti alla porta.

Tutto il resto scompare.

Il pubblico.

I compagni.

La classifica.

Il rumore.

Rimangono il pallone e il portiere.

Il pallone parte.

Jacoboni para.

La Reggina vince uno a zero.

Raccontata così, mezzo secolo dopo, sembrerebbe soltanto una parata.

Ma non lo è.

Perché il valore di un gesto sportivo non si misura soltanto nell’istante in cui avviene.

Si misura nella sua capacità di sopravvivere.

E quella parata è sopravvissuta.

È rimasta nei racconti.

È rimasta negli occhi di chi c’era.

È rimasta nei giornali.

È rimasta nei ritagli che qualcuno ha conservato per anni.

Io quei ritagli di giornale li ho ancora.

E quando glielo dico mi rendo conto che, forse, la spiegazione più semplice della parola leggenda è proprio questa.

Una leggenda non è necessariamente l’uomo che ha sollevato più coppe.

Non è quello che ha guadagnato di più.

Non è quello che ha avuto più fotografie, televisioni, copertine.

Una leggenda è un uomo che, molti decenni dopo, continua a vivere nei ricordi degli altri.

Questa è la differenza.

Oggi il calcio divora tutto.

Divora i propri protagonisti con una velocità feroce.

Si arriva, si firma, si gioca, si cambia maglia.

Si giura amore eterno il sabato e il lunedì si tratta con un’altra società.

Gli idoli vengono fabbricati in poche settimane e dimenticati ancora più velocemente.

Le appartenenze rischiano di durare quanto un contratto.

Gli uomini come Bruno Jacoboni vengono da un’altra epoca.

Non necessariamente migliore in tutto.

Ma certamente diversa.

Un’epoca nella quale, per diventare qualcuno, non occorrevano milioni di seguaci.

Occorreva il campo.

Occorreva esserci quando serviva.

Occorreva gettarsi su quel pallone quando tutti gli altri trattenevano il fiato.

Occorreva meritarsi il rispetto della gente.

E il rispetto della gente è l’unico riconoscimento che non puoi comprare.

Jacoboni se l’è conquistato.

Parata dopo parata.

Domenica dopo domenica.

Maglia dopo maglia.

Per questo definirlo soltanto “ex portiere della Reggina” sarebbe corretto per un archivio e terribilmente insufficiente per raccontare ciò che rappresenta.

Perché esistono parole che offendono per difetto.

“Ex”, in questo caso, è una di quelle.

Si può essere ex calciatori.

Ma non si diventa ex simboli.

Non si diventa ex ricordi.

E soprattutto non si diventa ex di una città quando quella città continua a riconoscerti.

Bruno Jacoboni appartiene alla storia della Reggina perché la Reggina appartiene alla sua storia.

E questo legame non ha bisogno di contratti.

Non ha scadenze.

Non si trasferisce al mercato di gennaio.

Poi, durante quella conversazione nata quasi per caso nel corridoio di una scuola trasformata in seggio elettorale, accade un’altra piccola cosa.

Gli chiedo della Reggina di oggi.

E il portiere di ieri torna immediatamente uomo di calcio.

Parla del campionato.

Dell’andata.

Del ritorno.

Delle difficoltà.

Dei momenti nei quali bisogna saper soffrire.

È ancora dentro quel mondo.

Perché dal calcio professionistico si può uscire.

Dal calcio, quando lo hai amato davvero, probabilmente no.

E accanto a noi c’è Nuccio Azzarà.

Un altro portiere della Reggina.

Per qualche minuto quella scuola non è più soltanto un seggio.

Diventa uno spogliatoio della memoria.

E io, che ero arrivato con una videocamera per raccontare la politica e le urne, mi ritrovo quasi senza volerlo a raccogliere qualcosa che forse vale ancora di più per la memoria di una città.

Due uomini.

Due portieri.

La Reggina.

E quei racconti che nessuna statistica potrà mai custodire completamente.

Ma il destino, quando decide di insistere, possiede una fantasia sorprendente.

La stessa domenica, mentre Reggio Calabria vive il giorno delle urne, vive anche una domenica di calcio.

La Reggina oggi torna davanti alla propria gente, al Granillo, contro la Nuova Igea Virtus. È la quinta giornata del campionato di Serie D e il calcio d’inizio è fissato alle 15.

E proprio questa mattina, Francesco Cannizzaro e Claudio Lotito sono stati avvistati insieme sul Corso Garibaldi.

Una passeggiata informale.

Qualche stretta di mano.

Le fotografie con i cittadini.

Due chiacchiere.

La normalità apparente di una domenica reggina.

Eppure anche questa immagine sembra inserirsi perfettamente nel racconto.

Perché Claudio Lotito oggi non è una presenza qualsiasi nel panorama amaranto: nei mesi scorsi è stato presentato pubblicamente come patron della Reggina, in un rapporto con la società e con la città che ha visto Cannizzaro tra i protagonisti istituzionali della nuova fase.

Ed eccolo allora l’incrocio.

La mattina incontro Jacoboni e Azzarà.

Gli uomini della memoria.

Poco dopo, sulle vie del centro, il sindaco e Lotito.

Gli uomini di un presente che guarda al futuro.

E nel pomeriggio il pallone torna a rotolare al Granillo.

Passato, presente, futuro.

Tutto nello spazio di poche ore.

Tutto nella stessa città.

Molti diranno che è soltanto una coincidenza.

È possibile.

Il giornalismo, del resto, deve diffidare delle favole costruite a posteriori.

Ma il giornalismo deve anche sapere osservare.

E talvolta ci sono giornate nelle quali gli avvenimenti sembrano mettersi in fila da soli.

Io ero andato alla Carducci per le elezioni.

Ho incontrato Bruno Jacoboni.

Con me c’era Nuccio Azzarà.

Poche ore dopo, Cannizzaro e Lotito passeggiano nel cuore di Reggio mentre la città aspetta la Reggina.

E allora permettetemi, almeno per una volta, di non chiamarla coincidenza.

Io la chiamo destino.

Non un destino scritto nelle stelle.

Un destino molto più terreno.

Quello di una città che, nonostante tutto, continua a ritrovarsi attorno ai propri simboli.

Perché Reggio Calabria può discutere di politica, dividersi nelle urne, litigare sulle amministrazioni e sui partiti.

Ma davanti alla Reggina accade qualcosa di diverso.

Il colore diventa uno solo.

Amaranto.

Ed è forse questo il significato più profondo di quella domenica.

Alla Carducci c’era la democrazia del voto.

Per strada c’era la città.

Al Granillo c’è il calcio.

E in mezzo, come un filo invisibile, la Reggina.

La Reggina di ieri, rappresentata da Jacoboni e Azzarà.

La Reggina di oggi.

E quella di domani, sulla quale una città intera continua a proiettare speranze, dubbi, sogni e pretese.

Perché a Reggio il calcio non è mai soltanto calcio.

È appartenenza.

È riscatto.

È memoria.

È un linguaggio che unisce generazioni che non si sono mai conosciute.

Il ragazzo che oggi entra al Granillo può non aver mai visto Jacoboni giocare.

Può non conoscere quella parata sul rigore contro il Modena.

Può non aver mai sfogliato quei giornali.

Ma appartiene allo stesso racconto.

E questa è la grandezza delle squadre che diventano parte di una città.

Cambiano gli interpreti.

Non cambia il sentimento.

Reggio Calabria ha conosciuto stagioni più celebri, categorie più importanti, campioni arrivati sotto riflettori assai più potenti.

Ma la storia di una squadra non nasce quando arrivano le televisioni.

Una società vive grazie agli uomini che l’hanno costruita prima.

Grazie a quelli che hanno dato dignità a una maglia quando amarla non significava seguire una moda.

Grazie a quelli che hanno lasciato qualcosa senza pretendere che qualcuno costruisse loro un monumento.

Jacoboni appartiene a quella stirpe.

Non ha bisogno di essere proclamato leggenda.

Le leggende autentiche hanno una caratteristica curiosa:

sono quasi sempre gli altri a decidere che lo siano.

Lo decide il tifoso che dopo cinquant’anni ricorda ancora quella parata.

Lo decide chi conserva un ritaglio di giornale.

Lo decide chi pronuncia un nome e immediatamente vede una porta, un tuffo, un pallone respinto.

Lo decide una città quando non dimentica.

Questa è l’unica immortalità che lo sport può davvero concedere.

Non le coppe.

Non le classifiche.

Non i record, perché prima o poi quasi tutti i record vengono battuti.

L’immortalità sportiva è un padre che racconta a un figlio un calciatore che quel figlio non ha mai visto.

È una fotografia ingiallita.

È un giornale conservato in fondo a un cassetto.

È una frase:

«Io c’ero».

E forse, dopo questa domenica, anch’io potrò dirlo.

Io c’ero.

Ero andato lì per un servizio sulle elezioni.

Aspettavo davanti alla sezione 123.

Avevo uno smartphone. 

Poi il destino, con quella sua ironia che spesso possiede più fantasia di noi giornalisti, mi ha fatto incontrare Bruno Jacoboni.

Con noi c’era Nuccio Azzarà.

Ho acceso la videocamera.

Abbiamo parlato.

Abbiamo riso.

Abbiamo ricordato.

E mentre Reggio Calabria continuava la sua domenica, tra urne, passeggiate sul Corso e attesa per il fischio d’inizio al Granillo, ho avuto la sensazione che per qualche ora il tempo avesse deciso di confondere deliberatamente le proprie carte.

Il passato accanto al presente.

La memoria accanto alla speranza.

I vecchi portieri accanto alla nuova Reggina.

Una città che vota e una città che tifa.

Forse è soltanto un caso.

Forse sono coincidenze.

Io continuo a chiamarlo destino.

Perché certe interviste finiscono quando spegni la telecamera.

Altre cominciano proprio allora.

Ti seguono.

Ti costringono a pensare.

Ti ricordano perché hai scelto di raccontare le persone.

Gli anni passeranno ancora.

Cambierà la Reggina.

Cambierà Reggio.

Cambieremo noi.

Ma alcune immagini continueranno a resistere.

Un uomo davanti a una porta.

Un rigore all’ultimo minuto.

Un tuffo.

Una parata.

Uno a zero.

E una città che esplode.

Bruno Jacoboni è stato un portiere della Reggina.

Ma questa è soltanto la cronaca.

La storia dice qualcosa di più.

Dice che alcuni uomini difendono una porta per qualche stagione.

Altri finiscono per difendere, per sempre, la memoria di una città.

E Bruno Jacoboni è uno di loro.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere 

@luigi.palamara

Bruno Jacoboni, quando il destino ti mette davanti una leggenda Ero andato alla scuola Carducci per raccontare le elezioni. Mi sono ritrovato davanti un pezzo di storia della Reggina. Poi, poche ore dopo, ancora calcio, ancora Reggio, ancora strani incroci. Molti li chiamano coincidenze. Io preferisco chiamarli destino. L'Editoriale di Luigi Palamara   Certe giornate cominciano con un programma preciso e finiscono per raccontarti tutt’altra storia. E forse sono proprio quelle che restano. Ero andato alla scuola Carducci di Reggio Calabria per fare il mio lavoro. Il servizio doveva riguardare il sindaco Francesco Cannizzaro e le elezioni suppletive. La politica, le urne, i cittadini, una domenica elettorale. La sezione 123, quella nella quale il sindaco avrebbe votato. Cannizzaro è sindaco di Reggio Calabria dal giugno 2026 e proprio la sua elezione a primo cittadino ha determinato la necessità delle elezioni suppletive per il seggio parlamentare rimasto vacante. Insomma, la cronaca. Poi è accaduto quello che nessuna scaletta poteva prevedere. La fortuna del principiante, si potrebbe dire. Qualcuno lo chiamerebbe caso. Qualcun altro coincidenza. Io, davanti a certe giornate, preferisco usare una parola più antica e forse più impegnativa: destino. Perché passato e presente, a volte, decidono di incontrarsi proprio davanti ai tuoi occhi. Nell’attesa mi sono ritrovato davanti Bruno Jacoboni. E insieme a me c’era anche Nuccio Azzarà. Due portieri. Due uomini della Reggina. Due pezzi di un calcio che appartiene ormai alla memoria collettiva di Reggio Calabria. A quel punto le elezioni, per qualche minuto, potevano aspettare. Perché quando davanti a te compare la storia, quella storia bisogna avere il buon senso di ascoltarla. Ne è venuta fuori una videointervista improvvisata. Non preparata. Non studiata. Forse proprio per questo autentica. E so già che quella videointervista mi rimarrà nel cuore. Perché ci sono uomini che indossano una maglia. E ci sono uomini che finiscono per appartenere a quella maglia per sempre. Bruno Jacoboni è uno di questi. Per la Reggina non è stato soltanto un portiere. Per Reggio Calabria non è soltanto un nome consegnato agli archivi, alle vecchie formazioni, alle fotografie ingiallite e ai racconti di chi ebbe il privilegio di vederlo giocare. Jacoboni è qualcosa di più difficile da spiegare. È memoria. È appartenenza. È un frammento di quella Reggio che il tempo può trasformare, ma non cancellare. Perché il calcio, quello vero, alla fine non vive nelle statistiche. I numeri servono agli almanacchi. La memoria appartiene agli uomini. E la memoria amaranto ha ancora un paio di guanti. Ha un uomo tra i pali. Ha un nome. Bruno Jacoboni. Quando lo incontro, basta poco perché il passato ritorni. Non con la malinconia delle cose morte. Con la forza delle cose che non sono mai morte davvero. Gli dico: «Forza Reggina». E lui risponde: «Forza Reggina». Due parole. Soltanto due. Ma ci sono due parole capaci di raccontare una vita meglio di una biografia. Perché dentro quel «Forza Reggina» non c’è una frase di circostanza. C’è un’appartenenza. C’è una maglia. C’è una città. Ci sono domeniche che nessuno potrà restituire, spalti, grida, fango, palloni, vittorie, sconfitte. C’è una parte della vita di un uomo. E allora capisci una cosa. Certe maglie non si smette mai veramente di indossarle. Puoi appendere i guanti. Puoi lasciare il campo. Puoi vedere passare gli anni, cambiare gli stadi, i presidenti, gli allenatori, i calciatori. Ma quella maglia rimane. Rimane addosso. Gli domando quale sia la parata più bella che ricorda. La risposta arriva senza bisogno di costruire la scena. Il Modena. Un rigore. L’ultimo minuto. La Reggina avanti uno a zero. E qui bisogna capire cosa significhi essere portiere. Il portiere è l’uomo più solo del calcio. Un attaccante può sbagliare un gol e averne un altro. Editoriale completo su CartaStraccia.News

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